L’economia sociale di mercato è una risposta? Capire l’ordoliberalismo

ordoliberalismo

Pagina 3 – Torna all’inizio

L’economia sociale di mercato

Tuttavia l’economia sociale di mercato non è, o non appare, così radicale. Per come la conosciamo, l’economia sociale di mercato presenta un forte ruolo dei sindacati, la Mitbestimmung (cogestione), tutele sociali e un importante welfare state, soprattutto in campo sanitario. La ragione è nella storia della Germania e nella consueta resistenza che la realtà oppone ai programmi che vengono messi in atto nel tentativo di cambiarla. Gli ordoliberali, benché avessero un’indubbia influenza sulla CDU tedesca al punto che Ludwig Erhard, Ministro dell’Economia sotto Adenauer, ne era una diretta espressione, non riuscirono mai a far accettare completamente e senza riserva la loro agenda alla CDU e alla Germania in genere. Già nel 1948 Erhard venne pesantemente criticato per le sue restrizioni sul credito, che a parere degli industriali e degli economisti tedeschi non ordoliberali ostacolavano la ripresa economica, ma negli anni successivi, nonostante la Wirtschaftswunder, il miracolo economico tedesco, avesse coronato i suoi sforzi e la popolarità di Adenauer, la CDU non riuscì mai a far proprio lo spirito delle sue proposte e lavorò sempre per ammorbidirle o impedirle, soprattutto per quanto riguarda le norme anti-trust, che avrebbero danneggiato gli interessi della grande industria vicina al partito. Da sinistra e dai sindacati vennero invece le resistenze alle sue proposte di privatizzazione e riduzione del welfare state tedesco. Lo stesso Adenauer era scarsamente interessato nello smantellare il welfare state bismarckiano che rimaneva un importante presidio contro il malumore e l’instabilità sociale che avrebbe potuto favorire l’avversaria SPD di Schumacher. Questa realtà indusse Erhard a considerare l’economia sociale di mercato in Germania in declino nel ‘57 e, suo malgrado, fallita nei primi anni ‘601. Nonostante fosse diventato Cancellerie e Presidente della CDU in seguito alle dimissioni di Adenauer nel ‘63, non riuscì a invertire il corso di quell’indebolimento dell’ordoliberalismo, né a cambiare la linea della CDU, di cui non era neanche un membro iscritto. In seguito, con la vittoria della SPD di Willy Brandt, l’ordoliberalismo tedesco subì un ulteriore vulnus: il welfare state venne espanso, realizzando il sistema di sicurezza sociale che conosciamo oggi (la spesa sociale raddoppiò nel giro di cinque anni) e il sistema sanitario divenne sempre più universale. Il colpo definitivo giunse però sotto il Cancellierato di Helmut Schmidt, il quale rese la Mitbestimmung, la famosa cogestione, un asse essenziale del modello produttivo tedesco. Oggi, a differenza dei suoi padri fondatori, lo stesso Ministero dell’Economia e Finanze della Repubblica Federale Tedesca riconosce nel welfare state il secondo pilastro dell’economia sociale di mercato2.

C’è però da evidenziare come questo modello sia oggi almeno parzialmente in crisi, soprattutto per quanto riguarda il suo secondo pilastro. Ne è un esempio la cogestione, la cui applicazione si è andata via via riducendo per molteplici cause: la cogestione è obbligatoria solo per le aziende con almeno 2000 impiegati, e si applica in forma ridotta per quelle con 500-2000 dipendenti (i lavoratori eleggono un terzo invece della metà del consiglio di sorveglianza), pertanto sia la de-industrializzazione che l’affermarsi di un modello aziendale più snello, ha lasciato scoperto un numero sempre maggiore di lavoratori tedeschi. In particolare, i Länder della ex-DDR sono rimasti particolarmente marginalizzati nel contesto della Mitbestimmung, proprio a causa della contemporaneità fra la fine dello stato socialista, con tutte le sue fabbriche, e la de-industrializzazione europea. Si aggiunga adesso l’impatto delle riforme Hartz che hanno revisionato il sistema di welfare tedesco, introducendo minijobs e midjobs e rivedendo al ribasso l’entità e le condizioni del pagamento dei sussidi di disoccupazione. Evitando di deviare troppo il discorso, ci limitiamo a ricordare la clausola più interessante, per la nostra analisi sull’ ordoliberalismo, della Hartz IV: la condizione per la quale un disoccupato può essere posto di fronte all’alternativa fra accettare una qualsiasi offerta di lavoro e il perdere o vedere ridotti i propri benefit di disoccupazione. Senza entrare troppo nel merito, questa forma di ultimatum, unita ad altri effetti della riforma quali l’aumento del precariato e la riduzione di sussidi e salari, segna un chiaro ritorno dell’ottica ordoliberale: il lavoratore che perde il lavoro non solo deve rimanere necessariamente sul mercato, ma non deve essere in condizione di parità contrattuale. In tale modo il sistema, per usare il vocabolario ordoliberale, fa sì che il lavoratore disoccupato rimanga nel mercato e sia esposto ad esso, senza essere aiutato in sede di contrattazione dalle misure di sostegno al reddito le quali, come abbiamo visto, per forma ed entità non sono in grado di influenzare la posizione del lavoratore nei confronti del datore di lavoro.

Ecco dunque la breve storia dell’economia sociale di mercato, dal disegno ordoliberale di Erhard, all’offensiva socialdemocratica di Brandt e Schmidt, fino al presente sistema post-Hartz IV patrocinato da Schröder. È facile vedere in questi passaggi la dialettica hegeliana di tesi, antitesi e sintesi. Con essa abbiamo anche discusso dell’ordoliberalismo e della sua agenda, che ancora oggi influisce sulla classe dirigente tedesca. Sarà ora più chiaro perché non si dovrebbe difendere o propugnare l’economia sociale di mercato tedesca: in primo luogo perché, se oggi essa comprende misure apprezzabili come il welfare state e la cogestione, questo è dovuto a chi si era opposto in prima istanza al disegno iniziale. In secondo luogo perché tali misure sono correntemente in crisi. Infine, perché l’economia sociale di mercato, tranne l’eterodosso periodo di governo e di riforme socialdemocratiche, è risolutamente schierata contro il potere dei lavoratori e della loro associazione: lo è in teoria, per bocca degli stessi economisti afferenti all’ ordoliberalismo, come lo è nella pratica, a causa della compressione dei salari, della precarizzazione del lavoro e della condizionalità dei sostegni sociali. Servirà molto più che l’apprezzamento per una formula di compromesso interna alla storia tedesca, e sarà necessaria molta più audacia e capacità di reinventarsi per permettere una rinascita del pensiero e della politica socialista in Europa.


1# Mierzejewski, Alfred C. (2004), “1957: Ludwig Erhard’s Annus Terribilis”, Essays in Economic and Business History 22: 17–27.

Classe 1992, nato a L'Aquila, vive a Roma. Laureato in International Relations, dipartimento di Scienze Politiche LUISS, con 110 e lode.

Comments are closed.