Economia Sociale e Solidale. Intervista a Jean Fabre
- 02 Luglio 2020

Economia Sociale e Solidale. Intervista a Jean Fabre

Scritto da Andrea Baldazzini e Daniele Vico

45 minuti di lettura

Una grande questione che di anno in anno si ripresenta con sempre maggiore urgenza è quella relativa ai rapporti e confini tra la dimensione del “sociale” e la dimensione dell’economia. La stessa crisi causata dalla pandemia da Covid-19 ha riproposto la necessità di riflettere sulla sperimentazione di forme alternative di creazione del valore, economico ma anche relazionale, culturale, istituzionale e ambientale, riproponendo anche il dibattito sull’oramai inadeguato modello e concezione di sviluppo ancora perseguito dalla maggior parte dei Paesi. Eppure, se si guarda con maggiore attenzione ai territori, sarà facile osservare esperienze che da tempo sono impegnate nella costruzione di un sistema socio-economico molto differente da quello egemone. Esperienze che tentano di trovare nuove convergenze, alleanze, equilibri tra il sociale e l’economico, lavorando anche sulla costruzione di una nuova coscienza politica e sulla possibilità concreta di legare la creazione del valore ad una risposta dei bisogni e delle aspirazioni delle persone, piuttosto che a logiche prettamente economiciste, proponendo così anche un rinnovato rapporto tra collettività e territorio. Volendo trovare una categoria che raccolga tutte queste esperienze, la più adatta è probabilmente quella di Economia Sociale e Solidale, nella quale si riconoscono persone ed organizzazioni in tutto il mondo. Confini così ampi raccolgono però realtà molto eterogenee al proprio interno, con grandi differenze da paese a paese in termini di riconoscimento, legislazione e partecipazioni a tali esperienze. Abbiamo deciso di intervistare Jean Fabre, esperto internazionale di ESS, con l’obiettivo di fare un po’ di chiarezza su cosa rappresenti a livello internazionale l’Economia Sociale e Solidale e per rompere con il tradizionale dibattito italiano su questo tema, il cui sguardo fatica a oltrepassare i confini nazionali. L’intervista è stata suddivisa in cinque “capitoli”.

Jean Fabre (Parigi, 1947), francese e svizzero, è un ex funzionario di alto livello delle Nazioni Unite ed esperto internazionale di Economia Sociale e Solidale. Laureato in fisica, è stato obiettore di coscienza e attivista di lunga data, impegnato in Francia e in Europa nelle battaglie per i diritti civili, contro il nucleare e contro la povertà e la fame nel mondo. É stato Segretario Internazionale del Movimento Internazionale di Riconciliazione (MIR) e, per un anno, anche Segretario del Partito Radicale italiano (1978-79). Funzionario e poi Vice Direttore, per un decennio (1998-2008), del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) a Ginevra, ha contribuito alla promozione dell’Indice di Sviluppo Umano (HDI) e alla stesura e implementazione degli Obiettivi del Millennio per lo Sviluppo. Esperto di Economia Sociale e Solidale, è attualmente membro del comitato scientifico del Forum Internazionale per l’ESS (ESSFI) e consigliere della Task Force Inter-Agenzia delle Nazioni Unite sull’Economia Sociale e Solidale (UNTFSSE).


Le origini dell’Economia Sociale e Solidale

“Economia sociale”, “economia solidale”, “non-profit”, “terzo settore”… sono svariati i termini che sono stati proposti negli anni per descrivere, con sfumature e definizioni diverse, i fenomeni inquadrati anche dalla cosiddetta “Economia Sociale e Solidale”. In Italia vi è inoltre la tendenza a ridurre l’ESS a quello che comunemente viene definito “Terzo Settore”. Ma che cos’è, esattamente, l’Economia Sociale e Solidale? Quali tipologie di organizzazione ne fanno parte?

Jean Fabre: Innanzitutto, bisogna chiarire un malinteso molto comune in merito a questo tema. Quando viene usato il termine “Economia Sociale e Solidale” (d’ora in poi ESS), spesso la si vuole intendere come una forma di strutturazione complessiva della società, una sorta di modello generale in sé omogeneo e ben definito, ma così non è. In realtà quando si parla di ESS si fa riferimento più che altro a una costellazione di organizzazioni e di imprese che hanno caratteristiche molto specifiche e differenti tra loro. Le tipologie principali sono: cooperative, organizzazioni mutualistiche, associazioni, fondazioni, imprese sociali e tutta una serie di imprese senza scopo di lucro che producono beni e servizi senza perseguire in maniera primaria fini economici, dando invece priorità a finalità di carattere sociale attraverso la promozione di attività solidaristiche. Alcune di queste organizzazioni possono essere totalmente prive di finalità economiche, per esempio le associazioni o club sportivi. Al contrario, altre realtà si definiscono come imprese di mercato, e lo sono, anche se non seguono le stesse logiche tipiche delle imprese for profit classiche.

Le imprese dell’ESS si distinguono infatti principalmente per due caratteristiche: una gestione democratica e una coscienza sociale. Uso volutamente il termine ‘coscienza’ sia perché anche se sono inserite a tutti gli effetti in un circuito di mercato, esse realizzano il proprio business in maniera differente; sia perché non vedono il cliente in quanto mero mezzo per il guadagno, ma in primis come una persona (o un’impresa, o un gruppo) che ha dei bisogni verso i quali è doveroso adoperarsi per trovare una risposta. Inoltre queste imprese non cercano di distribuire dei dividendi tra gli azionisti, ma si sforzano di reinvestire il profitto ottenuto in servizi per i lavoratori e soci, oppure in progetti destinati alle comunità locali sia sul proprio territorio di riferimento sia in altri Paesi. Si può affermare dunque che l’essenza della filosofia di queste organizzazioni è: maggiore sensibilità verso il benessere dei propri dipendenti, che si traduce in una concreta attenzione alle differenze salariali, nonché la condivisione della gestione manageriale dell’impresa secondo il principio di una maggiore orizzontalità, e la consapevolezza dell’importanza del rapporto con la comunità in cui solitamente operano.

 

Quando e come è nato il concetto di Economia Sociale e Solidale? Quali sono le principali concezioni a livello globale?

Jean Fabre: Noi parliamo dell’ESS guardando solamente a come è venuta a configurarsi oggi, mentre ha origini piuttosto lontane e sparse a livello geografico, poiché riguarda in primo luogo un modo di intendere la creazione del valore, economico, ma non solo, anche relazionale, culturale e ambientale. Adottando per un momento uno sguardo di carattere più antropologico, e fuoriuscendo dai dibattiti prettamente accademici, si possono rintracciare diverse concezioni di ESS, che condividono però il presupposto secondo il quale parlare di ESS significhi parlare di “come-facciamo-società”, ovvero di quali criteri utilizziamo per stabilire la creazione e scambio dei beni, e quale rapporto vi è tra questi e i bisogni delle persone di quella comunità.

Guardando brevemente al contesto occidentale, il caso che solitamente viene citato a proposito delle prime esperienze di ESS è quello della Rochdale Society of Equitable Pioneers, in Inghilterra, storicamente ritenuto il primo esempio di cooperativismo in epoca moderna. È importante sottolineare che l’esperienza nacque come risposta ad una crisi che interessò in maniera diffusa il tessuto socio-economico dell’epoca e si sviluppò grazie al lavoro di un’intera, piccola, collettività. Essa nacque nel 1844 dalla volontà di un gruppo di operai tessili che persero il lavoro per via delle trasformazioni del sistema produttivo inglese avvenute durante la Rivoluzione Industriale. Così decisero di riunirsi e si chiesero: «cosa facciamo?». Potevano andare a chiedere la carità dello Stato, anche se non c’era ancora il Welfare State, ma solo qualche forma di assistenza per chi versava in totale indigenza. Invece si dissero «noi abbiamo la nostra dignità», e così crearono un progetto che arrivò a coinvolgere ventotto persone, le quali scelsero di condividere i pochissimi soldi a disposizione e quel poco che avevano, arrivando piano piano a costituire una vera e propria cooperativa dedicata al commercio di alimenti. All’inizio cominciarono in piccolo, facendo molto affidamento sulla solidarietà reciproca: vendevano burro, farina, zucchero, candele e altre cose di questo genere, ma lavoravano molto bene, ed è stato lo spirito con cui hanno condotto la loro attività che ha fatto la differenza.    Successivamente aggiunsero la vendita anche di tè e tabacco, divenendo molto conosciuti per la qualità dei loro prodotti, il che li portò in poco tempo a crescere notevolmente. Conclusa la fase di avvio della cooperativa, si impegnarono poi a definire alcuni principi che dovevano fungere da cardine delle loro attività, auto-organizzandosi e sperimentando un modo di fare impresa totalmente nuovo. Quel loro ritrovarsi inizialmente in una condizione di grande bisogno, il dover affrontare le difficoltà causate dalla perdita del lavoro e vivere in un’Inghilterra che stava attraversando un momento di profonda trasformazione per via della Rivoluzione Industriale, li portò a riscoprire l’importanza dell’essere solidali gli uni con gli altri, non solo rispetto a questioni di natura privata, ma anche e soprattutto nel lavoro. Una lezione che oggi andrebbe riscoperta alla luce della situazione che stiamo vivendo e che ci troveremo a vivere nei prossimi mesi, a seguito dello scoppio della pandemia da COVID-19. A Rochdale hanno poi costruito anche le case seguendo lo stesso principio della collaborazione reciproca, inoltre era prassi che se qualcuno della comunità rimaneva senza lavoro, chi poteva lo prendeva con sé a lavorare nella propria attività.

L’esempio di Rochdale funzionò talmente bene che venne replicato in tutto il Paese facendo contare, 50 anni dopo, intorno al 1900, più di 1400 cooperative in Inghilterra. Da non dimenticare poi che sono state proprio esperienze del genere che hanno contribuito enormemente alla nascita di quelle che sarebbero diventate le mutue assistenze o le primissime forme di assicurazioni mediche mutualistiche. Certo, non sono riusciti a imporsi sul sistema economico tradizionale, però hanno innescato un processo di contaminazione che nei due secoli seguenti avrebbe dato vita a realtà sempre più organizzate, diffuse e in grado di incidere notevolmente sull’aumento della qualità di vita delle collettività locali proponendo un modo diverso di “fare economia” e dunque di “fare società”.

Qualcosa di simile è accaduto anche in Francia. Come mai essa è diventata la sesta potenza economica al mondo? Le ragioni sono certamente molteplici. Un fenomeno però che mi ha sempre colpito, e che in parte può rispondere alla domanda, riguarda i processi di auto-organizzazione sul modello cooperativo dei contadini francesi nel XIX secolo. Quando cominciarono ad essere prodotte nuove macchine agricole altamente avanzate dal punto di vista meccanico per l’epoca, capaci di rivoluzionare il lavoro nei campi, nessun contadino era in grado singolarmente di acquistarne una. Così cominciò a diffondersi la pratica di unirsi in gruppi di sei o sette contadini per comprare le attrezzature più all’avanguardia. Ciò spinse poi gradualmente a condividere non solo i nuovi macchinari ma il lavoro stesso nei rispettivi terreni. Prima la condivisione dei mezzi, poi l’aiuto reciproco nella lavorazione della terra, li portò a creare piccoli punti vendita comuni dove vendevano insieme i propri prodotti, si dividevano i guadagni, e parte dei ricavi erano reinvestiti nello sviluppo di quella che finiva per diventare un’attività economica condivisa in forma cooperativa.

Principi simili sono stati alla base anche di un’altra pratica molto interessante relativa al tema delle forme di finanziamento: come si poteva rispondere al bisogno di denaro senza possedere i requisiti o le garanzie per usufruire dei servizi delle banche? Da qui venne l’idea di creare una nuova banca, e così nacque il Credit Agricole, oggi tra i più grandi gruppi bancari del settore, creatosi in maniera sperimentale come risposta al bisogno di credito dei contadini francesi che avevano compreso molto bene le potenzialità derivate tanto dall’aggregazione dei bisogni quanto dell’aggregazione delle risorse.

In altri casi invece, esperienze di questo genere sono nate sulla scia di un credo religioso. Io vivo a Ginevra, e qui in Svizzera c’è un’impresa che si chiama Migros, probabilmente sconosciuta in Italia, ma è un’azienda simile a La Rinascente, che vende di tutto, dai prodotti alimentari ai vestiti etc. ed è una cooperativa di distribuzione. Com’è nata la Migros? Il fondatore si chiamava Gottlieb Duttweiler, era una persona dotata di una precisa visione della vita e della società dettata dalla sua forte fede cristiana. Come tale pensava che non si potesse condurre il commercio e l’economia riducendolo ad un mero rapporto di forza tra produttore, venditore e cliente, dove il produttore cerca di spremere al massimo il cliente dandogli in cambio un servizio minimo accettabile. Duttweiler riteneva invece che bisognasse mettersi al servizio della gente, perché era questo che insegnava il Vangelo. Pertanto, seguendo una tale concezione ha costruito la sua rete di distribuzione, che prese avvio mi pare verso il 1950.   Settant’anni dopo, alla Migros si seguono ancora le stesse regole. Tu non ci trovi alcol o tabacco, i prodotti venduti devono rispecchiare una certa etica e si devono seguire determinati principi etici nel rapporto con i clienti. I riferimenti alla dimensione spirituale che hanno guidato il fondatore e caratterizzato la sua impresa, si trovano ancora oggi scritti nero su bianco all’interno dello statuto della Migros. Ad esempio, tra gli obiettivi espliciti della cooperativa vi è la crescita degli impiegati sia sotto il profilo professionale che morale. Poi, nei fatti non so bene come ciò venga portato avanti e se sono previsti percorsi strutturati in merito, trovo però interessante che un tale approccio al fare impresa, che ha permesso la creazione di una florida attività imprenditoriale, sia rimasto e caratterizzi l’attività imprenditoriale in un contesto di mercato nel quale principi di questo genere sembrano non soltanto anacronistici, ma del tutto fuori luogo. La Migros ha creato anche una banca. Ma vi era già in Svizzera una banca di stampo cooperativo: le banche Raiffeisen, la prima delle quali è stata creata nel 1846 in uno spirito di aiuto mutuo. Raffaisen è oggi il terzo gruppo bancario svizzero. Questo ci fa capire che, volendolo, ci sono forme e modi per produrre valore in modo diverso da quello basato sulla mera competizione tra esseri umani e sulla logica del prezzo più basso.

 

Hai parlato di una “pluralità di nascite” dell’Economia Sociale e Solidale, differenti nel tempo e nello spazio. Cosa troviamo se andiamo a vedere al di fuori del contesto europeo?

Jean Fabre: Esattamente! Come ho detto in precedenza, è possibile rintracciare diversi momenti e luoghi di nascita di esperienze che hanno dato origine alle diverse declinazioni e strutturazioni di ESS che si danno oggi nelle varie regioni del mondo. In America Latina, per esempio, dove ho viaggiato a lungo, si possono invece individuare varie concezioni di ESS, le quali hanno però dovuto tutte scontrarsi con le invasioni dell’ideologia tipica dell’economia liberista, e uso la parola ideologia nonostante essa assomigli più ad una teologia: si finisce per credere che meno regole ci sono, meglio la società si organizza e più è efficace. Questa invece non è affatto una legge o un dato di fatto, ma solo una tra le tanti possibili declinazioni di un modo di intendere il rapporto tra lavoro e persone, tra denaro e persone, assolutamente non tipico del continente sudamericano se si guarda alla sua storia nel lungo periodo. In diversi posti dell’America Latina, c’è infatti quella che chiamano economia popular. Molto spesso il concetto di Economia Sociale, o di Economia Solidale, qui lo si chiama Economia Popolare, o a volte Economia Popolare di Solidarietà. È ovviamente un po’ ambiguo come termine, il motivo è che raccoglie gran parte della cosiddetta economia informale, nonostante non tutta l’economia informale abbia le stesse caratteristiche dell’ESS.

Penso in particolare all’Ecuador, dove Rafael Correa, in qualità di presidente, ha istituito leggi per favorire questo tipo di economia che, come l’ESS, ha al centro lo sforzo verso la creazione di risposte concrete ai bisogni delle persone. L’Ecuador è uno dei pochi paesi dell’America Latina dove è stato sviluppato un quadro normativo a livello statale volto a favorire la crescita di questo tipo di esperienza economica. In altri posti ci sono le tradizioni indigene, ad esempio in Bolivia o in Perù dove, nelle zone andine, vi sono diverse comunità che basano la propria sussistenza su forme molto strette di collaborazione e mutualismo. Io ho vissuto in prima persona dei momenti di vita favolosi in questi luoghi, in mezzo a comunità indigene strutturate secondo principi di uguaglianza totale, nelle quali se tu hai un problema la gente fa sentire in maniera forte la sua vicinanza, e per quanto possibile ti aiuta. Un aspetto, quello della “presenza”, del sentire di non essere soli, che in Europa fatico molto a ritrovare. Tradizioni simili ci sono anche in altri paesi quali il Costa Rica, l’Uruguay e un poco in Paraguay. Poi vi è il Brasile, con il “movimento dei contadini senza terra” che ha sviluppato delle forme di economia le quali, analizzandole oggi a posteriori, si possono tranquillamente inserire nell’ESS. Osservando però tali esperienze con uno sguardo d’insieme, emerge che ciascuna è nata in maniera autonoma, senza una regia o una qualche forma di organizzazione sovranazionale, ma a partire dalle specificità dei bisogni e delle risorse del contesto locale.

Negli Stati Uniti la situazione è ulteriormente diversa. Lì a predominare è il sistema economico capitalista che conosciamo bene, anche se non bisogna dimenticare che proprio negli Stati Uniti, grazie ovviamente ad una popolazione di operai numerosa, vi è da sempre un movimento sindacale molto forte che fa sentire la sua voce. Ciò ha contribuito in maniera considerevole alla nascita sia del concetto di Terzo Settore (in pochi ricordano la natura statunitense di questo termine, NDR[1]), sia di Quarto Settore – che è un po’ la traduzione rinnovata di quello che personalmente chiamo i Clinton Boys, ovvero coloro che seguivano la squadra di Bill Clinton quando si parlava molto di responsabilità sociale e ambientale delle imprese. Costoro si sono interrogati a lungo su concetti come quelli appena accennati, alla luce soprattutto della presunta capacità del mondo imprenditoriale di riparare ai “danni collaterali” del mercato – si pensi poi al concetto di filantropia, anch’esso di matrice prettamente americana.

Per riassumere questa prima risposta potremmo perciò affermare che gli aspetti principali da tenere in considerazione quando vogliamo parlare di ESS sono: da un lato la natura molteplice, dal punto di vista sia delle finalità che delle formalizzazioni giuridiche delle organizzazioni (cooperative, fondazioni, mutue assicurazioni, associazioni, etc.), dall’altro le configurazioni che le loro attività acquisiscono a seconda dei contesti locali e dei momenti storici in cui si trovano a svilupparsi. Dall’insieme di queste considerazioni penso che risulti più chiaro il perchè sia pressoché impossibile concepire l’ESS come un modello strutturato e omogeneo, mentre invece risulti più simile ad un caleidoscopio dalle innumerevoli sfaccettature e articolazioni, uninsieme, insomma, altamente variegato di forme organizzative e attività, nonostante le realtà che ne fanno parte presentano tratti comuni, soprattutto per quanto riguarda le finalità del loro agire.

[1] Si veda l’articolo di Emitai Etzioni “The Third Sector and domestic missions”, in Public Administration Review, Vol. 33, n. 4, 1973.


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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Le origini dell’Economia Sociale e Solidale

Pagina 2: L’Economia Sociale e Solidale come modello alternativo

Pagina 3: Il carattere imprenditoriale dell’Economia Sociale e Solidale

Pagina 4: Il contributo dell’Economia Sociale e Solidale per la sostenibilità

Pagina 5: Il futuro dell’Economia Sociale e Solidale

Scritto da
Andrea Baldazzini e Daniele Vico

Andrea Baldazzini è laureato in filosofia contemporanea presso l’Università di Bologna con una tesi sul Terzo Settore italiano, si occupa di sistemi di welfare territoriale e di Welfare Community Manager. Attualmente collabora con il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna dove svolge attività di ricerca sui temi del terzo settore, dell’imprenditoria sociale e delle trasformazioni dei sistemi di welfare territoriale. Daniele Vico è laureando in Cooperazione per lo Sviluppo presso l’Università di Torino con tesi su economia sociale e sviluppo sostenibile, ha studiato tra Torino, Gorizia/Trieste e Maastricht. Diviso tra attivismo e ricerca, si interessa di disuguaglianze, ambiente e economia sociale e solidale. Attualmente collabora con S-NODI (ente per l’innovazione e l’economia sociale nato su impulso di Caritas Italia) e con l’iniziativa sociale “Il Gusto del Mondo”.

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