Economia Sociale e Solidale. Intervista a Jean Fabre
- 02 Luglio 2020

Economia Sociale e Solidale. Intervista a Jean Fabre

Scritto da Andrea Baldazzini e Daniele Vico

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L’Economia Sociale e Solidale come modello alternativo

Nella prima parte della nostra intervista ci hai raccontato quali sono le origini dell’Economia Sociale e Solidale. Ora vorremmo approfondire alcune questioni relative alle più note teorie che hanno cercato di descriverla. Una parte della teoria economica che si occupa dell’Economia Sociale e Solidale si basa sul principio secondo cui essa interviene efficacemente dove lo Stato e/o il Mercato falliscono. Nello specifico, dove lo Stato non riesce a intervenire per offrire servizi e welfare, le organizzazioni dell’ESS hanno la capacità di ambire a colmare tale vuoto, offrendo quei servizi. Allo stesso modo, dove il Mercato non riesce a operare (perché non profittevole o non economicamente sostenibile), le organizzazioni dell’ESS possono supplire a questo vuoto offrendo non solo nuova occupazione, ma mettendo in campo diversi modi di creazione e condivisione del valore, economico e non solo, prodotto. Questa concezione di “settore ancillare” rispetto a Stato e mercato sembra inoltre sottintendere che, dove quest’ultimi funzionano correttamente, non ci sia necessità di parlare di ESS. Ma è davvero così? L’ESS può svolgere solo un ruolo complementare e gregario, oppure ha un potenziale maggiore? 

Jean Fabre: Penso che troppo spesso anteponiamo l’analisi ai fatti, quando si dovrebbe procedere al contrario, dovremmo prima osservare. È certamente vero che una parte assai grande dell’ESS è nata come risposta a delle carenze sia del Mercato che dello Stato. Alcuni dei casi che ho citato nella prima parte dell’intervista lo dimostrano. Però, molte volte, l’ESS per come la definiamo oggi non è nata in questo modo. La Migros ad esempio era, secondo il fondatore, l’espressione giusta e normale di fare impresa e di essere imprenditore, la risposta cioè a una necessità, frutto di una precisa visione del mondo. Altri casi invece mostrano che nei paesi occidentali i primi passi dell’ESS sono stati mossi quando il welfare state era ancora lontano da venire. Nell’Inghilterra del XIX secolo citata prima, ad esempio, mancava un sistema centralizzato e strutturato per la protezione sociale.

Quindi in parte sì, l’ESS può dirsi nata in quanto reazione a una situazione che presentava la mancanza di risposte da parte del soggetto pubblico o di altri soggetti privati a bisogni importanti, ma non è stata concepita in qualità di semplice realtà compensativa, secondaria e subordinata. È nata perchè un gruppo di persone, come i Pionieri di Rochdale, hanno detto «a me non va bene vivere di assistenza. Ho una mia dignità, ho una mia concezione del vivere bene» e hanno cominciato a collaborare insieme scoprendo il valore e l’utilità della solidarietà, anche e soprattutto nel lavoro. Se l’ESS fosse nata solamente per compensare le mancanze di altri soggetti sociali, sarebbe un semplice cerotto sulla piaga e avrebbe unicamente la funzione di evitare eccessivi scompensi, favorendo il mantenimento del modello di economia dominante che ha come unico interesse l’accumulo e la continua riproduzione del capitale, non il benessere e la felicità delle persone. L’ESS muove invece da un altro punto di vista.

Mentre vi parlo sto pensando a una mia amica, Aminata Traoré. Aminata era a capo dell’UNIFEM, il fondo per le donne dell’ONU, poi è diventata ministra della cultura in Mali. È una persona da sempre realmente impegnata per il miglioramento della sua comunità, e se ti capita di visitare la città di Bamako, vedrai cosa ha realizzato e contribuito a far crescere. In certi quartieri non c’erano neanche i marciapiedi, né la strada asfaltata o il sistema fognario. L’amministrazione cittadina spesso non aveva (e non ha) tanti mezzi, la metà del bilancio è usata per la raccolta dei rifiuti. Allora lei cosa ha fatto? Ha radunato la gente di un quartiere e ha iniziato a riflettere con loro: «cosa facciamo? Che cosa abbiamo noi? Delle competenze e un po’ di tempo». Così si sono rimboccati le maniche e cominciano a costruire le strade, le fogne e i marciapiedi. In Cameroun, con la mia amica Pauline Effa, sempre con la logica della collaborazione e solidarietà reciproca tra cittadini e amministrazione, hanno costruito chilometri di strade, poiché sanno che solo unendo le forze potranno ottenere un risultato, una strada ad esempio, che serve a tutti. In questi contesti lo Stato lo creano loro, attraverso processi realmente partecipativi, e senza dover ricorrere a forme estreme di dissenso o rivendicazione.

Se limitiamo il nostro sguardo alle realtà che nascono in Europa, rischiamo di avere un’immagine dell’ESS troppo povera rispetto alla ricchezza di esperienze che essa raccoglie in tutto il mondo. Per questo voglio sottolineare che forse sarebbe meglio far seguire il momento dell’analisi a quello dell’osservazione e dell’ascolto, non viceversa, cercando di catalogare le esperienze a partire da categorie costruite a posteriori e non sulla base di uno sguardo ristretto alla nostra realtà europea. Un punto di vista più ampio mostra infatti molto bene come, tra le principali domande che motivano l’azione dei diversi progetti a cui ho accennato, resti sempre quella relativa a come poter offrire un’alternativa rispetto alle logiche del sistema economico dominante, e come poter legare questo cambiamento alle esigenze reali delle persone che vivono in territori dove vi sono sia bisogni che risorse differenti. Ecco allora che l’ESS si configura in primo luogo come un modo differente di guardare al mondo, al modo di stare insieme delle collettività, alle possibilità che ciascuno ha di contribuire a cambiare il contesto in cui vive. Rispetto a ciò, la cosa per me più affascinante è che l’ESS riesce a tradurre i principi teorici di cui si nutre in prassi concrete, in esempi reali, i quali risultano sempre più incisivi e convincenti di qualunque discorso accademico.

 

Quindi tu vedi l’Economia Sociale e Solidale come una sorta di settore autonomo, o addirittura di modello socio-economico alternativo?

Jean Fabre: Io penso che l’ESS sia il modo più efficace e naturale per ripensare il vivere assieme, perché è il modello maggiormente capace di combinare la dimensione del sociale con la creazione di valore economico, il tutto in rapporto alla sfida della sostenibilità e in funzione dei bisogni reali. Per questo nasce l’ESS, non per tappare i buchi, ma per proporre un’alternativa. Penso che sia una cosa su cui dobbiamo riflettere. Il nostro modo di stare insieme è la nostra cultura. Noi non possiamo proclamare determinati valori, calpestarli nei fatti e tentare poi di imporli ad altri; oppure credere che in ogni caso continueranno a esistere. Mantenere fede ai valori che con tanta facilità si proclamano è molto difficile, richiede uno sforzo e un impegno costante. Anche coloro che si credono immuni dalla corruzione e dotati di una profonda sensibilità verso l’altro, a volte cadono in contraddizione.

Ti faccio un esempio: ho un’amica giornalista africana, bravissima. Lei vuole vendere la casa, una bellissima casa vicino a Parigi, con il giardino, per comprarsi un appartamento nel centro storico. Un giorno mi dice «non so se potremo avere l’appartamento, perché la banca non mi ha ancora dato il via per il prestito», e io le chiedo: «perché devi fare un prestito? Vendi una casa grande con giardino e ti compri un appartamento molto più piccolo». Lei mi risponde: «Eh si, costa molto di più, ma è normale: è la legge del mercato!». Io ribatto «puoi ripetere quello che mi hai detto?», «è la legge di mercato…». Ho dovuto farglielo ripetere sette volte, prima che lei, da persona colta e impegnata qual è, si rendesse conto dell’assurdità del meccanismo che aveva assimilato e che stava ripetendo come verità immutabile. La convinzione dell’immutabilità delle leggi del mercato, la tendenza verso un sempre maggiore impegno nell’accumulo di denaro, il sentimento di solitudine e di timore davanti ad una mancanza di cura che si pensa possa essere risolta ancora una volta tramite il denaro e l’acquisto di servizi ad hoc, sono solo alcuni degli elementi che stanno all’origine dell’incertezza e paura tipiche della popolazione occidentale odierna. Incertezza, paura e solitudine sono inoltre terreno fertile per la rinascita di nuove forme di autoritarismo e xenofobia.

Al contrario, l’ESS vuole proporsi come un’economia della cura reciproca, dove la persona si trova certamente all’interno di un paradigma di mercato che però vede evolvere le proprie leggi in funzione delle necessità, desideri e benessere delle persone. Per dirla in maniera estremamente sintetica: la differenza tra l’economia di mercato tradizionale e l’ESS è che la prima fonda se stessa sulla logica esclusiva della riproduzione ed accumulazione del capitale, mentre la seconda prospera mettendo al centro la persona, in tutta la sua complessità, sia in quanto singolo che come parte di una collettività.

Io ho speso una vita intera a battermi per aiutare la gente nei paesi più poveri. Nel 1970 l’Assemblea Generale dell’ONU decise che per migliorare le condizioni di vita di una parte considerevole della popolazione mondiale, sarebbe stato necessario un intervento da parte di tutti i paesi più ricchi, i quali avrebbero dovuto destinare, e parliamo del 1975, lo 0,7% della ricchezza nazionale in aiuto pubblico allo sviluppo, per poi raggiungere l’1% nel 1980. Credi che i paesi ricchi l’abbiano fatto, pur avendo votato loro questa risoluzione? Solo in cinque hanno mantenuto l’impegno, tra cui Danimarca, Olanda e Svezia. Parlare di ESS significa perciò ragionare anche sulla capacità e volontà delle nazioni, soprattutto di quelle appartenenti al G20 o al G7, di collaborare per affrontare quelle sfide così grandi che, senza uno sforzo collettivo internazionale, non potranno mai essere vinte.

Guardando al presente, si pensi solo alla lotta contro il cambiamento climatico o alla pandemia da COVID-19, i cui effetti toccano e toccheranno praticamente tutti i paesi in tutti i continenti. La risposta più efficace sarebbe evidentemente quella di una maggiore coesione e solidarietà reciproca. Eppure, soprattutto a livello europeo, non è così. Perchè? Le ragioni sono certamente tante, ma mi interessa far riflettere nuovamente sul peso delle questioni economiche che riguardano i rapporti commerciali tra i paesi, così come la possibilità per milioni di persone di non perdere il proprio posto di lavoro.

L’ESS ambisce a proporre un altro paradigma, un altro modo di rapportarsi all’ambiente, di concepire il lavoro e il benessere, che come viene ormai ripetuto da anni, non può essere misurato unicamente in termini di PIL prodotto. L’ESS ti riporta alla necessità della cura reciproca. Dunque non è solo il cerotto su una piaga. È un certo modo di “fare società” e “non fare giungla”. È una proposta politica di per sé, ma politica non nel senso partitico. Corrisponde alla volontà di vivere diversamente, con una rinnovata consapevolezza che muove dal prendere atto della nostra interdipendenza, e dunque della nostra necessità di prenderci cura gli uni degli altri. Guarda lo statuto della Migros o della cooperativa dei Pionieri di Rochdale citate in precedenza, tutti utilizzano riferimenti simili, tutti mettono al centro la persona e la collaborazione tra persone, principi opposti a quelli della mera concorrenza e interesse personale che hanno imperato nell’ultimo secolo. Noi viviamo da schizofrenici, proponiamo l’impegno verso valori alti e lungimiranti, ma viviamo secondo il contrario, mentre l’ESS potrebbe fungere persino da stimolo per riportarci all’essenziale, per farci riflettere sulla dimensione etica del vivere in società – nonostante oggi parlare di etica sembri alquanto anacronistico o impossibile per la grande complessità delle nostre società.

È vero però che, se queste sono le ambizioni dell’ESS, c’è bisogno che essa cresca e acquisti un peso maggiore all’interno dei vari contesti nazionali. Ricordo che, quando sono arrivato all’ONU, c’erano molti giovani mossi da una volontà sincera di migliorare le condizioni di vita delle persone, e essere parte di un grande soggetto come quello era motivo di ulteriore fiducia e spinta. Oggi invece osservo che molti giovani arrivano da noi mossi piuttosto dalla volontà di fare carriera, dalla ricerca di autoaffermazione, con un approccio molto più simile a quello di un manager.

Sono convinto invece che, se vogliamo generare un reale impatto sulle comunità, dovremmo cambiare radicalmente il nostro modo di pensare il vivere insieme, perché nell’arco di tre generazioni abbiamo visto la popolazione mondiale passare da 2,4 a oltre 7,5 miliardi di persone, e questo è un fatto che cambia tutto. Se non siamo ancora riusciti a capirlo è un problema serio, se pensiamo di poter guardare a continenti come l’Africa o l’India allo stesso modo in cui li abbiamo guardati negli ultimi settant’anni, vuol dire che non ci siamo realmente resi conto di quanto il mondo sia cambiato e di quanto sia necessario tentare vie nuove. Tutto ciò ritengo ci porti a valutare in maniera ancora più seria la proposta di un’economia della cura reciproca, dunque dell’ESS.

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Scritto da
Andrea Baldazzini e Daniele Vico

Andrea Baldazzini è laureato in filosofia contemporanea presso l’Università di Bologna con una tesi sul Terzo Settore italiano, si occupa di sistemi di welfare territoriale e di Welfare Community Manager. Attualmente collabora con il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna dove svolge attività di ricerca sui temi del terzo settore, dell’imprenditoria sociale e delle trasformazioni dei sistemi di welfare territoriale. Daniele Vico è laureando in Cooperazione per lo Sviluppo presso l’Università di Torino con tesi su economia sociale e sviluppo sostenibile, ha studiato tra Torino, Gorizia/Trieste e Maastricht. Diviso tra attivismo e ricerca, si interessa di disuguaglianze, ambiente e economia sociale e solidale. Attualmente collabora con S-NODI (ente per l’innovazione e l’economia sociale nato su impulso di Caritas Italia) e con l’iniziativa sociale “Il Gusto del Mondo”.

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