Economia Sociale e Solidale. Intervista a Jean Fabre
- 02 Luglio 2020

Economia Sociale e Solidale. Intervista a Jean Fabre

Scritto da Andrea Baldazzini e Daniele Vico

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Il carattere imprenditoriale dell’Economia Sociale e Solidale 

Dopo aver discusso le origini dell’ESS e il suo posizionamento socio-economico, proviamo a esplorare la dimensione economico-finanziaria. In Italia, il dibattito sull’economia sociale è polarizzato tra chi sostiene che il terzo settore debba andare verso una maggiore imprenditorializzazione, una maggiore integrazione di mercato anche attraverso l’utilizzo di strumenti di tipo finanziario (per esempio la finanza sociale), al fine di aspirare ad una maggiore scalabilità e accedere a nuovi mercati, e chi invece pensa che sia necessario essere cauti e mettere dei paletti ad una eccessiva integrazione tra logiche di mercato e finalità sociali delle organizzazioni, integrazione che rischierebbe di indebolire l’importanza dei valori fondanti dell’economia sociale e mettere in secondo piano realtà importanti del settore, quali per esempio il volontariato. Questo dibattito è riscontrabile anche a livello internazionale? Quali sono i pro e i contro di queste due posizioni, dal suo punto di vista?

Jean Fabre: Da quello che riesco a vedere dall’osservatorio nel quale mi trovo, è un dibattito che è molto più acceso in Italia di quanto lo sia altrove. Penso che ciò dipenda dal fatto che l’Italia ha avviato un confronto su questo già da tempo e che c’è una sensibilità maggiore da parte dello Stato, che di recente ha promosso anche la Riforma del Terzo Settore. La sfida principale rimane a mio avviso il riuscire a trovare, in primo luogo, il giusto equilibrio di interdipendenza tra dimensione pubblica, economica e sociale con i relativi attori.

Una seconda sfida altrettanto importante, relativa sempre al tema dell’autonomia dei vari attori sociali componenti il mondo del non profit, riguarda la questione dei finanziamenti che, come ricordavate, hanno visto nell’ultimo periodo l’entrata in campo anche della cosiddetta finanza sociale. Però prima di tutto bisognerebbe interrogarsi su cos’è la finanza. Quasi mai ci si domanda quale sia la sua natura, perché siamo ancora legati ad una dimensione fortemente materiale del valore economico e ancora di più del denaro, il quale invece è, in primis. null’altro che tempo e capacità. Dunque, è innanzitutto necessario riflettere sul rapporto che vi è tra dimensione virtuale e dimensione materiale del valore economico, decisivo per valutare in maniera più approfondita l’eventuale proprio favore o meno rispetto a nuove forme di finanziamento che prevedono strumenti di carattere specificatamente finanziario.

Per fare questo, e seguendo il principio di cui parlavo nella precedente risposta, ovvero il proporre un’analisi a partire da un esercizio di osservazione e non viceversa, vorrei raccontarvi di un caso italiano che trovo alquanto calzante ed esplicativo delle potenzialità che possono emergere da nuove forme di finanziamento basate su tipologie di credito totalmente virtuali. Sto pensando al progetto del Sardex il circuito di credito complementare realizzato in Sardegna. È nato da un gruppo di cinque persone che non avevano fatto studi di economia e non sapevano nulla di finanza, ma conoscevano molto bene i bisogni del proprio territorio e le forme di relazione tra gli abitanti sulle quali potevano scommettere. Perciò hanno deciso di provare a inventare un nuovo sistema di credito locale basato sulla fiducia reciproca – e non è un caso che ad essere al centro vi sia proprio la fiducia la quale, come si sente spesso ripetere, rappresenta anche uno dei pilastri della finanza mondiale. Il Sardex funziona in questo modo: mettiamo il caso che c’è una persona che vorrebbe avviare una propria impresa di autotrasporti perché conosce già il mestiere ed ha esperienza nel settore. Per farlo richiede un prestito, attraverso l’apposita piattaforma digitale, di una certa quantità di Sardex, poi avvia la propria attività e comincia con i primi trasporti. Mentre viaggia per lavoro, quando si ferma per pranzare o cenare, invece di fermarsi in un qualunque ristorante si ferma in un ristorante della rete Sardex e paga con i Sardex. Il ristoratore riceve questi crediti. A cosa corrisponde questa moneta? Se l’altro è un trasportatore, allora significa che corrisponde a capacità di trasportare. Ma cosa se ne fa il ristoratore di questi Sardex? Siccome si possono spendere solo nella rete, si comprerà pasta, burro, o il vino di cui ha bisogno per servire i suoi clienti da un altro produttore di quel circuito. Quel produttore lì riceve i Sardex, e magari li userà per pagare il trasportatore di prima per mandare il burro, la pasta, e il vino dal ristoratore. Il trasportatore riceverà i Sardex che aveva speso in precedenza e così il circuito si completa.

Cos’è dunque il Sardex? In primis, è un modello di mutuo credito. In secondo luogo, è un’unità di conto e misura dei rapporti di debito e credito all’interno di un circuito composto dagli iscritti: aziende, professionisti, associazioni e privati cittadini. Vorrei sottolineare che nell’intero circuito non gira alcun tipo di denaro in forma materiale, tutto è virtuale e l’obiettivo del progetto non è solo di carattere economico, ma anche etico, in quanto intende favorire l’aumento del potere d’acquisto di singoli e famiglie, oltre a incentivare al consumo responsabile.

Ecco allora che riemerge il rapporto tra dimensione etica, dimensione economica e dimensione dei bisogni delle persone, il tutto all’interno di un progetto sperimentale di finanza sociale. Se può sembrare qualcosa di naif, in grado di funzionare solo per piccoli volumi o a livello molto ristretto, ma dovete sapere che il Sardex, partendo da zero nel 2010, oggi ha superato i 100 milioni di euro di fatturato e conta 50 dipendenti; è evidentemente un ottimo esempio delle potenzialità che possono emergere per quanto riguarda il tema della finanza e delle forme innovative di finanziamento all’interno di un paradigma di ESS.

Bisogna dunque superare il dibattito a cui accennavi nell’ultima domanda, perché c’è un problema di formulazione alla base: il punto non è se includere o escludere la finanza dal Terzo Settore o dall’ESS, ma è capire quali forme di finanza possono essere messe in campo per favorire progettualità economiche che si basano sulla fiducia, il mutualismo e guardino in primo luogo alla cura della persona. Nella finanza si sono sviluppati dei meccanismi che sono ormai fuori controllo, totalmente slegati dall’economia reale. Per esempio, la stragrande maggioranza del denaro che circola nel mondo oggi non esiste, nel senso che non c’è una corrispondenza di produzione di beni e servizi. Si tratta di quantità di denaro cresciute per lo più attraverso meccanismi speculativi. Che senso ha quando una nave parte da un porto, piena di cereali, attraversa il mare e cambia, nel tempo della traversata, trenta volte proprietario in borsa? E il valore del cargo all’arrivo non è quello della partenza. Un altro esempio è quello del Bitcoin: come è possibile che il Bitcoin parta da pochi dollari per raggiungere più di 10.000 dollari di valuta, poi scendere a 6000 e risalire, fluttuando cosi tanto nel giro di poche ore o mesi? É un meccanismo speculativo, fatto per creare denaro che non esiste. Invece, sistemi come quello del Sardex rendono più difficile l’emergere di logiche speculative e aiutano a mantenere un rapporto stretto tra dimensione materiale del valore legato ai luoghi, alle merci e alla forza lavoro, con la controparte virtuale del valore legata al denaro e alla sua circolazione.

Un altro bell’esempio che mi viene in mente, sempre italiano, è Libera Terra. Un movimento nato come reazione da parte di molti cittadini al dominio e ai traffici della mafia, nonché a pratiche di carattere feudale che soffocano tutt’ora lo spirito imprenditoriale di alcuni territori del sud Italia. Questo movimento è stato capace di raccogliere 1.000.000 di firme e promuovere una legge per la gestione dei beni confiscati alle mafie. In che modo opera Libera Terra? Partendo dalla produzione di prodotti di grande qualità in grado di ritagliarsi una propria nicchia di mercato, ai quali è associata poi un’attenta gestione imprenditoriale caratterizzata dal rifiuto di qualunque forma di discriminazione e sfruttamento. Ciò porta ad una conversione dell’economia criminale in un’economia della legalità che ha come ulteriore effetto positivo quello del rilancio di attività e luoghi, dove ritorna l’orgoglio e il senso di dignità delle persone, che vedono che il proprio territorio può essere valorizzato per la sua bellezza, la qualità dei prodotti etc., e il tutto muovendosi all’interno del mercato tradizionale, senza dover ricorrere ai circuiti illegali mafiosi.

 

Non c’è però il rischio che, nell’integrarsi maggiormente nel mercato e nella finanza, le organizzazioni dell’ESS perdano la loro mission sociale, cadendo in quello che Chaves e Monzón[2] chiamano “isomorfismo organizzativo”, ovvero la tendenza a imitare le organizzazioni dominanti del settore (ovvero le aziende capitaliste classiche)?

Jean Fabre: Il rischio di andare fuori strada c’è, ovviamente. Questo rischio però è insito in ogni cosa della vita. Prendi il caso del Credit Agricole (CA), che è uno degli elementi del successo agricolo della Francia. È una cooperativa, se hai un conto al CA hai una quota come socio. Il CA presenta un impegno sociale forte e concreto, però come altre banche ad un certo momento non a resistito alla tentazione di speculare sul debito greco. Allora la domanda non è se integrarsi o non integrarsi nel mercato. Il punto è sapere in che direzione si sta andando e quali mezzi si stanno utilizzando. Bisogna sempre porsi l’interrogativo in merito al valore etico delle proprie azioni, sia come singoli che come imprese e cooperative, perché il rischio di cadere in contraddizione, di snaturarsi, è costantemente dietro l’angolo. Un sano esercizio di autocritica è perciò molto utile, sia per rimanere il più possibile fedeli alla propria identità originaria, sia per evitare di finire in logiche malate che alla lunga possono logorare la propria attività economica e distruggere lo spirito originario che aveva portato alla nascita del progetto.

Ritengo che si debba riscoprire anche il concetto di responsabilità del singolo all’interno di un’azienda. L’azienda in fondo è il risultato di una serie di decisioni che vengono prese da persone, le quali, soprattutto in un contesto come quello dell’ESS, non dovrebbero mai dimenticare la dimensione dell’etica e della responsabilità del proprio lavoro, indipendentemente dal ruolo organizzativo che ricoprono. Penso insomma che siano gli individui a fare la differenza. In fondo sono sempre io che mi devo chiedere, ogni giorno, se le cose che faccio vengono fatte bene o male, se così facendo vado verso il giusto o verso ciò che reputo sbagliato. E non voglio fare del moralismo dicendo questo.

Gottlieb Duttweiler, quando ha fondato la Migros, ha scritto una Carta in quindici punti, come un testamento, mettendo nero su bianco cosa si sarebbe dovuto evitare dopo la sua morte. Conoscendo l’essere umano, Duttweiler sapeva benissimo che avrebbe dovuto mettere dei punti fissi per aiutare la sua impresa ad orientarsi negli anni a venire e a non perdere la bussola. All’interno di un mondo come quello dell’ESS, penso infatti che il dispositivo più efficace per il controllo delle attività, affinché non vadano troppo fuori strada, rimanga quello dell’attenzione reciproca e dell’autocorrezione tra chi lavora nella stessa organizzazione. Non possiamo riporre la nostra fiducia esclusivamente in un qualche dispositivo esterno o normativo che vigili sulle azioni delle singole imprese e dei singoli lavoratori.

Ciò non toglie che, con l’evoluzione delle attività delle organizzazioni, sia doveroso anche un aggiornamento dal punto di vista giuridico e normativo, ma ancora una volta ritengo che gli aspetti sui quali si debba investire maggiormente siano l’educazione di chi lavora in quelle imprese e le dirige. D’altronde basta un rapido sguardo al sistema economico mainstream per vedere come il grande apparato di norme che dovrebbe vincolarlo e tutelarlo, non riesce ad evitare crisi devastanti come quella del 2008 frutto dell’attività speculativa, o fenomeni come quello della delocalizzazione e dello sfruttamento della manodopera. La scelta di Gottlieb Duttweiler di investire anche sulla formazione spirituale dei propri dipendenti, come vi raccontavo prima, non deriva solo da convinzioni religiose personali, ma dalla consapevolezza che avere dipendenti formati sia professionalmente che eticamente avrebbe voluto dire avere un’impresa orientata verso una precisa idea di mercato, di economia, e oggi diremmo: di management.

 

L’ESS nasce anche come insieme di pratiche ideate dalle comunità in risposta a specifici bisogni a livello locale. Di fatto, si configura come strumento di sviluppo locale, il cui attore centrale sono le imprese sociali (nella più ampia accezione del termine), ovvero organizzazioni profondamente radicate nel territorio. Il radicamento è una caratteristica che permette loro di essere più capaci di individuare e gestire le esigenze dei luoghi in cui operano, ma le porta a essere tendenzialmente organizzazioni di taglia medio-piccola. Molti, dunque, considerano l’ESS come strumento funzionale solo a livello locale, tramite le piccole e medie imprese (PMI). Invece tu prima hai già accennato all’esistenza di organizzazioni dell’ESS di grandi dimensioni. É possibile quindi portare l’ESS nelle strutture e negli gli obiettivi di grandi imprese a livello nazionale o, addirittura, internazionale?

Jean Fabre: Io capisco che alcuni abbiano questa visione dell’ESS legata allo sviluppo locale e alle PMI, ed è giusta. Come raccontavo in precedenza, l’ESS ha le sue radici in esperienze nate dal basso, in realtà locali molto diverse tra loro, ed è bene che cresca anche in questa direzione. Con il passare del tempo però, e contrariamente a ciò che uno si immagina, certe istituzioni, strutture e organismi dell’ESS sono diventate realtà grandissime che si muovono a livello internazionale. Penso ad esempio a certe realtà nel campo delle mutue assicurazioni. Esiste una rete che si chiama Association Mondiale de la Mutualité. Gestisce un quarto del mercato mondiale delle assicurazioni. Un quarto! Il totale di assicurati è 955 milioni di persone. Non è un’impresa sola, ma un organismo composto da migliaia di imprese che operano in questo settore. Il fatturato totale delle 300 principali cooperative e mutue nel mondo supera i 2000 miliardi di dollari. A testa, in media, sono all’incirca 7 miliardi. Individualmente, alcune sono grossissime, come il Credit Agricole o, sempre in Francia, la Banque Populaire Caisse d’Epargne. Sono due grandi gruppi mondiali. In Germania c’è la BVR, Bundesverband der Deutschen Volksbanken und Raiffeisenbanken, una banca con filiali in tutto il mondo.

Il mio amico Thierry Jeantet, che è stato presidente del Forum Internazionale dell’ESS, era direttore di una struttura che si chiama EURESA, formata da 15 mutue assicurazioni che operano, se non sbaglio, in 11 paesi, hanno quasi 50.000 impiegati, e un fatturato tra i 35 e 40 miliardi di euro, e riserve che superano i 150 miliardi di euro. La Mondragon, nei paesi baschi, raccoglie quasi 300 imprese, più della metà sono cooperative e operano in settori diversissimi: finanza, industria, distribuzione e servizi educativi. Hanno più di 70.000 lavoratori, le loro scuole accolgono più di 10.000 studenti, sono il 7° gruppo industriale in Spagna.

Certo, per organizzazioni di queste dimensioni la difficoltà è rimanere coerenti con tutti i principi di cui abbiamo parlato, cosa niente affatto facile. Però a mio avviso è possibile trovare un compromesso convincente. La Migros permette, reinvestendo una parte dei profitti, di offrire corsi nelle proprie scuole dove puoi imparare l’informatica, la cucina, il cinese o l’italiano e tanto altro a un prezzo accessibile, possibilità che con uno stipendio medio o basso qui in Svizzera non potresti permetterti. L’ESS, anche quando ad incarnarla sono grandi organizzazioni, può fare del bene. Il problema di come non andare fuori strada è problema che si ripropone a qualunque livello, è inevitabile, ma non deve paralizzare o portare a rifugiarsi nel principio: “il piccolo è bello”. parlare di ESS non significa parlare solo di progetti ultra-locali o piccole imprese, parlare di ESS implica invece tenere in considerazione che al suo interno esistono tante realtà simili a quelle appena accennate che hanno dei fatturati da multinazionale, decine di migliaia di lavoratori e soci, sedi in molti paesi, ma tra le loro finalità rimane sempre il riferimento al mutualismo, ai bisogni delle persone e a determinati valori etici.


[2] Chaves, R., & Monzón, J. L. (2011). Beyond the crisis: The social economy, prop of a new model of sustainable economic development. Service Business, 6(1), 5–26.


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Scritto da
Andrea Baldazzini e Daniele Vico

Andrea Baldazzini è laureato in filosofia contemporanea presso l’Università di Bologna con una tesi sul Terzo Settore italiano, si occupa di sistemi di welfare territoriale e di Welfare Community Manager. Attualmente collabora con il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna dove svolge attività di ricerca sui temi del terzo settore, dell’imprenditoria sociale e delle trasformazioni dei sistemi di welfare territoriale. Daniele Vico è laureando in Cooperazione per lo Sviluppo presso l’Università di Torino con tesi su economia sociale e sviluppo sostenibile, ha studiato tra Torino, Gorizia/Trieste e Maastricht. Diviso tra attivismo e ricerca, si interessa di disuguaglianze, ambiente e economia sociale e solidale. Attualmente collabora con S-NODI (ente per l’innovazione e l’economia sociale nato su impulso di Caritas Italia) e con l’iniziativa sociale “Il Gusto del Mondo”.

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