Economia Sociale e Solidale. Intervista a Jean Fabre
- 02 Luglio 2020

Economia Sociale e Solidale. Intervista a Jean Fabre

Scritto da Andrea Baldazzini e Daniele Vico

45 minuti di lettura

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Il contributo dell’Economia Sociale e Solidale per la sostenibilità

Come hai ben raccontato nella prima parte di questa intervista, le origini dell’ESS risalgono a più di due secoli fa, e a seconda dai paesi le varie esperienze di questo settore presentano caratteristiche molto differenti. Allo stesso tempo però, oggi l’ESS si è strutturata anche come un approccio e un movimento riconosciuto a livello globale. In un contesto in cui, nell’ambito dell’economia dello sviluppo, stanno ritornando in auge i concetti di politiche “place-based” o “place-sensitive”, a discapito delle teorie “one-size-fits-all”, qual è la credibilità di un modello globale dell’ESS? Secondo te l’ESS che potenziale può avere per i paesi in via di sviluppo, e in particolare per l’Africa?

Jean Fabre: Per rispondere a questa domanda vorrei partire dal racconto di un’esperienza abbastanza diffusa nel continente africano e che trovo particolarmente interessante, ovvero la cosiddetta “tontine africaine[3] (letteralmente “associazione africana”). È una pratica che potremmo definire di economia sociale e solidale, in cui le persone mettono insieme le proprie risorse per finanziare un progetto o l’acquisto di beni che servono alla collettività, ad esempio per aiutare qualcuno a avviare la propria attività professionale, oppure per assicurare l’acquisto di prodotti di cui hanno tutti bisogno. Ci sono poi alcune tontine che svolgono una funzione equivalente a quella dell’asilo, grazie alle quali vengono raccolti dei soldi per pagare una persona, solitamente un anziano, che si occupi dei bambini mentre le donne vanno a lavorare nei campi. Tutte queste strutture esistono da tempo, e nei paesi cosiddetti in “via di sviluppo” – odio questa espressione – vi sono meccanismi che fanno parte della logica del mutuo aiuto, del sostegno reciproco, le cui radici risiedono nelle configurazioni relazionali locali. Tali meccanismi di solidarietà reciproca esistevano quindi ben prima della colonizzazione e alcuni sono sopravvissuti, mentre altri si sono persi a seguito dei processi di riorganizzazione della vita sociale imposti dai colonizzatori.

Una grande sfida dunque per l’ESS nel continente africano è, e sarà, quella di riuscire a coniugare pratiche di mutualismo e solidarietà tradizionali con forme nuove di valorizzazione delle risorse a disposizione, le quali però non possono prescindere dalla considerazione delle situazioni politiche di ciascun paese. Io penso che nel continente vi siano grandi potenzialità, ma per farle emergere e garantire loro una certa sostenibilità ci sarebbe bisogno di un esercizio maggiore di fare rete, sia tra le singole realtà, sia tra realtà e istituzioni o grandi organizzazioni che potrebbero svolgere un ruolo maggiormente incisivo.

Penso ad esempio all’ONU, che nei decenni scorsi si era posto obiettivi importanti, ma dovendo tenere conto degli interessi dei tanti paesi che vi partecipano, in molti casi si è verificato uno scarto notevole tra le buone intenzioni da cui si era partiti e le effettive azioni messe in campo. D’altra parte, un punto di forza delle organizzazioni come l’ONU è la possibilità di ragionare e immaginare a medio termine, guardando venti o trent’anni in avanti, cosa che invece i soggetti istituzionali classici non fanno. Negli anni ’90, ad esempio, quando lavoravo per l’UNDP, il sistema ONU ha realizzato una serie di conferenze su sviluppo e popolazione, sui diritti umani, su sviluppo e ambiente, sulle questioni di genere, sulla situazione sociale, su sviluppo e alimentazione… e ogni volta c’è stato un piano d’azione che guardava molto avanti nel tempo.

Grazie a momenti di confronto di questo genere e i corrispettivi piani d’azione siamo arrivati, nel 2000, a fare adottare dai governi gli Obiettivi del Millennio per lo Sviluppo (MDGs). A differenza della devoluzione di una piccola frazione del PIL per l’aiuto pubblico allo sviluppo votata nel 1970 (si veda la seconda parte di questa intervista, ndr), tali obiettivi non erano fissati in termini di risorse da destinare, ma in termini di obiettivi concreti, come il dimezzamento della proporzione di persone che vivono in povertà assoluta entro il 2015. Quando io sono arrivato all’ONU, e parlavo di sradicare la povertà, i miei colleghi mi dicevano: «calma, calma! Parliamo di ridurre la povertà, perché la povertà c’è sempre stata e ci sarà sempre». E io rispondevo: «ma come, di fronte alla tortura mica si parla di ridurre, si parla di sradicare, di vietare la tortura. Perché non si può pensare lo stesso per la povertà?». Con gli MDGs si è riusciti, a livello di media mondiale, a raggiungere questi obiettivi, perché sebbene alcuni paesi non sono riusciti nell’impegno, altri hanno ottenuto grandi risultati, alzando molto la media. Grazie a questo risultato, che costituiva una dimostrazione di fattibilità di progetti di tale ambizione, per la prima volta nella storia umana, i governi hanno osato impegnarsi sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs), che mettono in primo piano lo sradicamento della povertà in tutte le sue forme entro il 2030.

Il problema però più rilevante, che ancora resta, è quello di riuscire a portare avanti sforzi comuni in maniera coordinata e continuativa: su questo c’è molto da lavorare. Come osservate anche voi, in Africa la ricetta non è necessariamente la stessa che si può proporre in Asia o in Europa. Lì c’è un contesto culturale e societario che richiede strategie diverse. È fondamentale non dimenticarsi del rapporto strettissimo tra dimensione territoriale, risorse e possibili innovazioni perchè è qui che l’ESS deve inserirsi. Il ruolo che possono avere istituzioni come l’ONU è quello di facilitare la costruzione di contesti per lo sviluppo, ma il vero livello di azione, da cui scaturiscono le esperienze più interessanti, rimane quello locale. Insomma, quello che voglio dire è che dal mio punto di vista l’ESS non può venire calata dall’alto, può solo nascere dal basso, perché richiede l’adesione a determinati principi e una risposta ritagliata su misura per i bisogni delle comunità. Le istituzioni dovrebbero invece occuparsi di creare contesti che favoriscano le sperimentazioni e le innovazioni, liberandosi dalla presunzione di possedere soluzioni universali o ricette efficaci al cento per cento.

Mi viene in mente il caso del sindaco coreano di Seul, il quale ha iniziato la sua carriera nel mondo dell’ESS e solo successivamente è entrato in politica. Durante il suo mandato, seguendo questa logica di favorire i contesti per lo sviluppo, ha creato un incubatore per le imprese dell’ESS, che tra l’altro funziona molto bene, l’ho visto personalmente. Inoltre, ha avuto l’intelligenza di creare il Global Social Economy Forum (GSEF), per contribuire alla crescita dell’ESS nel mondo intero. L’approccio del GSEF è quello di partire da ciò che esiste a livello locale, aggregando le persone e cercando di aiutare le diverse esperienze creando reti, stimolando la crescita delle progettualità che nascono e favorendone la scalabilità. In Asia, penso soprattutto a paesi quali la Corea o il Giappone, sono da sempre molto interessati all’innovazione tecnologica, e non è un caso che molte realtà importanti dell’ESS di quei paesi emergano proprio dal settore tecnologico-digitale. Come dicevo: il contesto locale influenza in maniera profonda la natura di qualunque nascente esperienza di ESS. Peraltro, è proprio questo radicamento nei rispettivi contesti locali, lo stretto legame con le persone che popolano quelle comunità, la conoscenza delle dinamiche socio-economiche, ha costituito un elemento di grande vantaggio per le imprese dell’ESS durante i momenti di crisi come quella del 2007-2008, mostrando una solidità e capacità di resistenza del settore inaspettata.

 

Quindi, per riassumere, per l’Africa non si tratta di importare un modello, ma di ricreare le condizioni per dare importanza a modelli che già erano presenti?

Jean Fabre: Ritorno sull’espressione “in via di sviluppo”: perché non mi piace? Perché a livello mondiale si è affermata questa visione per la quale il concetto di sviluppo rappresenta l’orizzonte da perseguire costantemente, ma senza poterlo mai raggiungere realmente. Non esiste un paese che ritiene di aver già raggiunto il proprio punto massimo di sviluppo. Quando uno dice “in via di sviluppo”, mette purtroppo come punto di riferimento il modello capitalista nato in occidente, l’unico che si ritiene debba essere seguito da tutti i paesi. Invece, quando uno produce del benessere, quello che in America Latina chiamano Buen vivir, non si intende il vivere bene nel senso di guadagnare di più, ma essere felici, in buona salute, con una rete di amicizie e familiare solida, con possibilità di esprimersi liberamente… la felicità insomma, in tutta la sua articolazione e complessità, che non esclude la dimensione economica, ma evita di fare di quest’ultima il metro di paragone. Invece, quando si guarda ai paesi dell’Africa definendoli “in via di sviluppo”, ci stiamo rivolgendo a quelle realtà con categorie totalmente arbitrarie, frutto di una diversa visione del mondo che pretende di essere l’unica valida.

In secondo luogo, il nostro ruolo, nel XXI secolo, non dovrebbe essere quello di “portatori di verità”, quanto piuttosto quello di “levatrici”. Gli attivisti, i politici, le organizzazioni internazionali, non devono essere quelli che sanno e che fanno, prendendo le decisioni per gli altri. Al contrario, devono spendere il proprio tempo per aiutare le persone e le comunità a elaborare le soluzioni ai problemi. Nessuno può sapere come vivono gli altri. Io ho girato il mondo, ho vissuto tantissime esperienze, e ancora non ho capito la metà di come vive l’umanità. Bisogna fare si che le soluzioni nascano dalle persone. Avere la presunzione di poter insegnare a vivere agli altri in quanto portatori di un sapere superiore, frutto di un percorso di sviluppo maggiore, è un grande errore che si fatica a correggere… Le soluzioni ai bisogni che si incontrano e il significato di cosa sia la felicità o il benessere, dovrebbero essere il risultato di un percorso fatto insieme alle persone e non, di nuovo, calato dall’alto o frutto di una qualche forma di indottrinamento politico o commerciale.

Questi discorsi seppur possano apparire distanti dal tema dell’ESS non lo sono affatto, in quanto il modo di operare delle imprese che ne fanno parte ha alla base anche la coscienza delle necessità di mantenere sempre un approccio critico e riflessivo, che viene poi tradotto in specifici modelli di business. I casi del progetto Sardex o di Libera Terra (descritti nella terza parte dell’intervista, ndr) sono esempi lampanti di quanto sto dicendo. Bisogna dunque saper ascoltare la gente e accompagnarla nella ricerca di soluzioni per loro adeguate: non per noi, per loro. Il nostro ruolo deve essere quello di facilitatori, di “levatrici” appunto. L’ESS aiuta a porsi degli interrogativi, è un processo allo stesso tempo economico e riflessivo, richiede un lavoro sulle coscienze che animano una collettività.

Una grande lezione che ho imparato, proprio rispetto a quanto vi ho appena raccontato, me l’ha insegnata un collega dell’UNDP che si chiama Fernando Mujica, in Bolivia. Quando sono arrivato lì, mi hanno messo in ufficio con questo Fernando, un tipo incravattato e molto formale, tra me e me mi chiedevo dove fossi capitato. Appena due giorni dopo però mi dice: «Jean, domenica mattina alle cinque andiamo nei campi». E lì l’ho visto all’opera: una levatrice magnifica! In una zona dove la siccità aveva messo in ginocchio i raccolti, lui gestiva un fondo dato dagli svedesi all’UNDP per quell’emergenza. Il suo non era un approccio “militare”, non voleva comandare, ma far riflettere le persone sulla situazione che stavano vivendo. Chiedeva loro: «raccontatemi cosa è successo? Perché? Come si può rimediare secondo voi? Dove possiamo trovare le risorse?» E loro, ragionandoci e rispondendo, riuscivano a trovare soluzioni che sentivano proprie.

Fernando poteva benissimo assumere una ditta che venisse a fare il lavoro, invece no, voleva coinvolgere la comunità, creare partecipazione e far pensare la gente. Sono passate decine di anni da questa storia, ma se ti portassi lì sono sicuro che troveremmo i canali di irrigazione costruiti allora, che funzionano ancora, puliti e in ordine. Così bisogna fare le cose: dal basso, costruendo insieme alle persone, facendole crescere. Questo per me è l’impatto profondo che dovrebbe avere l’ESS. Questo deve essere anche il ruolo degli enti per lo sviluppo, così come della politica in generale. In un mondo che a breve ospiterà dieci miliardi di persone, ne bastano 300 milioni che si comportano male per cancellare i risultati ottenuti dal comportamento virtuoso delle altre 9 miliardi e 700 milioni e rendere la loro vita insopportabile.

 

Parliamo di sviluppo in maniera più trasversale. La nozione di ESS, con nomi e sfumature concettuali diverse, si sviluppa a livello accademico e in maniera sistematica però solo a partire dagli anni ’70-’80, per descrivere tutte quelle pratiche economiche orientate a obiettivi sociali, ovvero all’aumento del benessere di individui e comunità. Oggi questi obiettivi sociali sono uno dei tre cardini dello sviluppo sostenibile, per come è definito nell’Agenda di Sviluppo Sostenibile, ed è stato affiancato sistematicamente da obiettivi ambientali in quasi tutti gli interventi di sviluppo. Qual è il posto delle questioni ambientali/ecologiche negli obiettivi dell’ESS? C’è una naturale tensione alla tematica ambientale? Se c’è, è abbastanza radicata da poter continuare il suo “business as usual”, oppure è necessario ripensare il paradigma dell’ESS verso una concezione più integrata e duale, che metta sullo stesso piano ambiente e società?

Jean Fabre: Si, l’ESS è nata in genere dall’attenzione ai problemi sociali, e in pochi casi c’è stata attenzione alla qualità dell’ambiente, delle risorse naturali o dei fenomeni naturali. A volte c’è, ma non è una cosa innata. Il tema della sostenibilità (ambientale, energetica, etc…), come ben sapete si è affermato solo di recente a livello internazionale, e non per un reale avanzamento della sensibilità intellettuale o politica dei paesi, ma per le conseguenze dei cambiamenti climatici che oramai sono sotto gli occhi di tutti, periodici stravolgimenti causati da eventi naturali particolarmente violenti o da eventi drammatici sotto il profilo sociale, che costringono i sistemi politici e le organizzazioni a prendere misure di tutela corrispondenti. Il problema è che si agisce sempre dopo e non si gioca mai di anticipo. Vi racconto un esempio molto banale, ma indicativo dei cambianti in atto. Quando ero ragazzino, non si parlava dei prodotti biologici. Quando andavi a comprare una mela, questa non poteva che essere “bio”. Oggi tu devi andare nel negozio o nel reparto dedicato per essere sicuro di comprare un prodotto senza troppi agenti chimici, non ogm e via discorrendo. Facciamo molta fatica a renderci conto di quanto sia delicato l’equilibrio che regola la convivenza tra uomo e natura, bastano piccoli errori e ci troviamo costretti a dover cambiare in maniera profonda i nostri modi di vivere e di consumare. E purtroppo abbiamo rotto molti di questi equilibri, accorgendocene troppo tardi. Io, quando faccio le conferenze, chiedo scusa alle nuove generazioni, chiedo perdono. Perché la mia generazione trasmette a quelle successive una situazione quasi impossibile da gestire. Poi, un po’ scherzando e un po’ sul serio, dico che, avendo fallito in questo senso, questo mi impedisce di morire. Non ho più il diritto di morire, perché devo raddrizzare questa situazione che abbiamo creato con la nostra leggerezza e mancanza di capacità di condurre le cose nel modo giusto. Avendo figli e nipoti, non possiamo lasciargli in eredità questo mondo. Sono costretto a vivere finché abbiamo corretto queste cose, poi in buona pace potrò morire. Lo dico in questo modo, un po’ drastico, per far capire la gravità della cosa.

Ad ogni modo, perchè voi possiate farvi un’idea più precisa riguardo nello specifico il tema della rilevanza delle questioni ambientali o della sostenibilità all’interno dell’ESS, vi cito un esempio pratico: a Ginevra è stata creata la Camera dell’Economia Sociale e Solidale. Per farne parte ciascuna organizzazione deve rispondere a certi criteri legati alla trasparenza, all’interesse collettivo della mission e all’autonomia dal punto di vista finanziario. Una volta riconosciuto il possesso di questi requisiti, è necessario che l’organizzazione si prenda l’impegno (da realizzare nell’arco di al massimo due o tre anni) anche verso altri tre ambiti: le attività che realizza devono rispettare l’ambiente, (gestione dei rifiuti, quantità di energia consumata, risorse naturali impiegate, etc.); deve esservi una reale buona gestione interna (nessuna forma di sfruttamento o di discriminazione, favorire la conciliazione tempi di vita e tempi di lavoro, garantire la sicurezza a tutti i lavoratori, etc.); e la gestione complessiva dell’organizzazione deve prevedere forme di partecipazione democratica. Sono aspetti questi che, se realizzati concretamente, fanno la differenza, sia dal punto di vista etico che funzionale.

Nel favorire il raggiungimento degli SDGs, le realtà dell’ESS possono dunque giocare sicuramente un ruolo importante, a patto che anch’esse rispettino i criteri a cui si è accennato, perchè non basta l’etichetta di “impresa sociale” per essere un’impresa che è realmente sostenibile, nell’accezione più ampia del termine, e non solo in termini economici. Inoltre, come detto già più volte in precedenza, l’ESS assomiglia ad un arcipelago composto da tante isole all’interno del più vasto oceano dell’economia mainstream, e se vuole davvero riuscire a cambiare le cose, deve far crescere questo arcipelago, sia quantitativamente che qualitativamente: deve rivolgere maggiore attenzione alle questioni di genere, all’impatto ambientale, di trasparenza, e via dicendo.

La stessa economia tradizionale dovrebbe capire quanto sia importante la sostenibilità ambientale per il mantenimento dei suoi stessi mercati, eppure, sembra che non riesca (o non voglia) capirlo. Il che porterà a ripercussioni sull’intero contesto sociale globale perchè, come stiamo osservando anche in questi giorni, l’interdipendenza tra un paese e l’altro, tra una popolazione e l’altra, oggi è elevatissima, e quello che succede da una parte avrà necessariamente degli effetti anche sull’altra. L’impegno verso le tematiche della sostenibilità e dell’ambiente, non riguarda solo le realtà dell’ESS, ma tutti.


[3] Bauman le definisce: «Les tontines sont des associations regroupant des membres d’un clan, d’une famille, des voisins ou des particuliers, qui décident de mettre en commun des biens ou des services au bénéfice de tout un chacun, et cela à tour de rôle».


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Scritto da
Andrea Baldazzini e Daniele Vico

Andrea Baldazzini è laureato in filosofia contemporanea presso l’Università di Bologna con una tesi sul Terzo Settore italiano, si occupa di sistemi di welfare territoriale e di Welfare Community Manager. Attualmente collabora con il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna dove svolge attività di ricerca sui temi del terzo settore, dell’imprenditoria sociale e delle trasformazioni dei sistemi di welfare territoriale. Daniele Vico è laureando in Cooperazione per lo Sviluppo presso l’Università di Torino con tesi su economia sociale e sviluppo sostenibile, ha studiato tra Torino, Gorizia/Trieste e Maastricht. Diviso tra attivismo e ricerca, si interessa di disuguaglianze, ambiente e economia sociale e solidale. Attualmente collabora con S-NODI (ente per l’innovazione e l’economia sociale nato su impulso di Caritas Italia) e con l’iniziativa sociale “Il Gusto del Mondo”.

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