Economia Sociale e Solidale. Intervista a Jean Fabre
- 02 Luglio 2020

Economia Sociale e Solidale. Intervista a Jean Fabre

Scritto da Andrea Baldazzini e Daniele Vico

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Il futuro dell’Economia Sociale e Solidale

In anni recenti c’è stato un forte aumento dell’attenzione della cooperazione internazionale sul tema dell’ESS, in conseguenza della maggiore importanza che quest’ultima ha assunto nell’agenda politica di alcuni paesi e di alcune grandi istituzioni internazionali tra cui l’UE e l’ONU. Un esempio tra i tanti è l’istituzione nel 2013 della United Nations Task Force on Social and Solidarity Economy. Per descrivere questo trend, c’è chi parla di momentum dell’ESS a livello globale. Come si è arrivati a questo punto? Quali sono stati i principali momenti di svolta che hanno portato a questo aumento di interesse? Quali sono gli attori principali a livello internazionale?

Jean Fabre: Premetto che la risposta a questa domanda è frutto di una visione molto personale. Il riconoscimento dell’ESS da parte dei governi e dell’ONU non è calato dal cielo. Se mettiamo da parte le trasformazioni che nascono in seguito ad un trauma, le prese di coscienza internazionali sono il risultato di lunghi processi nei quali si combinano la lungimiranza di un certo numero di individui e le evoluzioni che si osservano nel mondo. Per capire bene bisogna risalire agli anni ’80, quando alla guida degli USA c’era Reagan e la Thatcher governava nel Regno Unito. Era l’epoca del trionfo delle idee neoliberiste in economia. L’egemonia di queste idee condusse al cosiddetto “Consenso di Washington” che, oltre a vantare i meriti della privatizzazione delle imprese pubbliche e della deregolamentazione del commercio, portò la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale a condizionare i loro prestiti ai Paesi in via di sviluppo all’accettazione di specifiche ricette monetarie e fiscali che limitavano notevolmente le progettualità in ambito di sviluppo e welfare.

Alcune delle misure dettate dalle istituzioni finanziarie internazionali, come ad esempio gli Structural Adjustment Programs (SAPs), potevano sembrare dotate di buon senso e accettabili. Infatti è giusto dire che se tu, come paese, guadagni tot, non puoi spendere più di tot, sennò ti metti in disequilibrio, e produci nuovo debito senza alcuna certezza che che in futuro riuscirai effettivamente a rimborsarlo. Si chiedeva perciò ai paesi che volevano un aiuto di seguire determinate ricette per non sbilanciarsi, tra cui i tagli alla spesa pubblica. Guarda caso però, quando gli si diceva di mettere in equilibrio il bilancio, venivano indicati determinati settori nei quali ridurre la spesa, però tacendo su altri (le spese militari non vengono mai menzionate). Oppure si consigliava di esportare di più per ottenere denaro dai mercati internazionali, creando però in questo modo nuovi vincoli di dipendenza dal punto di vista delle importazioni.

Un esempio classico, in ambito agricolo è quando le migliori terre venivano usate per produrre prodotti da esportazione (ad esempio il cotone), monopolizzate a tal punto che poi era necessario importare alimenti, provenienti dai surplus europei svenduti a prezzi più bassi di quelli dei produttori locali. Sorsero allora molte riflessioni, in seno alla società civile e all’ONU, sull’impatto dei SAPs sullo sviluppo. All’UNDP non potevamo non porci delle domande, poichè gestivamo aiuti per più di 5 miliardi di dollari l’anno e in più coordinavamo sul terreno l’attività delle varie agenzie ONU. Lo sviluppo non poteva essere solo una questione di misure macro-economiche e di denaro, come se la produzione di richezze si traducesse automaticamente in vita migliore per tutti.

Ma, per fortuna, alla fine degli anni ottanta, bussò alla porta dell’UNDP un certo Mahbub ul Haq, pachistano, ex alto funzionario della Banca Mondiale e ex-ministro delle finanze del Pakistan. Fu un grande piacere lavorare con lui. Era una persona di grande intelligenza, grande umiltà e grande umanità. Allora l’UNDP era guidato da un certo Bill Draper, o come si dice nelle dinastie americane, William H. Draper III, figlio del Generale Draper, quello che aveva gestito il Piano Marshall. Bill Draper era un milionario, diventato ricchissimo con il venture capitalism, investimenti nei capitali di rischio, amico di George Bush padre che l’aveva nominato direttore della Ex-Im Bank, la banca USA per gli import-export, e poi lo fece mettere a capo dell’UNDP, posto che allora, tradizionalmente, spettava a uno statunitense. Lui arrivò con spirito manageriale, da finanziere, invitando per esempio il personale a considerare i diversi Paesi come dei clienti. Draper, comunque, era un politico e dirigente molto serio, pieno di buone intenzioni, per dirla con una battuta potremmo definirlo “un capitalista con un grande cuore”.

Mahbub ul Haq propose a Draper di pubblicare un rapporto sullo stato del mondo che facesse da contraltare ai rapporti della Banca Mondiale e al discorso economico dominante centrato sulla crescità economica, cioè intendevano lo sviluppo come semplice aumento del PIL. Mahbub voleva spostare l’attenzione di tutti i governi dal PIL verso l’unica cosa che secondo lui contava davvero: la gente! Voleva far capire che bisognava cambiare bussola. Non si può misurare il benessere e la possibilità di vivere dignitosamente e realizzarsi semplicemente attraverso l’aumento del PIL. Il PIL da’ l’impressione che per riuscire a fare qualsiasi cosa ci vogliono soldi, per cui esso deve crescere continuamente. Ma il PIL non significa nulla, a meno che tu non sia un economista finissimo che capisce che cosa c’è dentro. Se io produco un’auto, la vendo, magari serve per trasportare sul mercato le patate coltivate dal contadino, oppure serve per trasportare un malato dal medico o in ospedale, tutto ciò fa crescere il PIL e va benissimo. Se poi con la macchina faccio un incidente stradale, ci sono 2 morti e 2 feriti, anche grazie a questo il PIL cresce. Funerali per i due morti, cure mediche per i feriti, meccanico per la macchina… tutto fa crescere il PIL, che sia positivo o negativo. Invece, secondo Mahbub, la bussola andava ripensata alla luce della complessità che caratterizza il benessere di una persona e di una collettività, non riducibile unicamente alla dimensione economica. In luce di questo ragionamento, propose la creazione di un Indice di Sviluppo Umano. Contro ogni previsione, Draper ebbe l’intelligenza di cogliere subito la portata della proposta, e nel 1990 l’UNDP pubblicò il primo Rapporto Mondiale sullo Sviluppo Umano, aprendo un dibattito enorme attorno a cosa conta di più nella vita di una persona e di una collettività. L’ISU non è perfetto, ma tenta di riflettere in modo grossolano un’idea sufficientemente articolata e complessa di benessere. Da quel momento, ogni anno, abbiamo pubblicato un rapporto sullo sviluppo umano che analizza vari fattori della società (per esempio le tecnologie, o il lavoro, o la democrazia, o il consumo…) e l’impatto di ogni fattore sullo sviluppo umano, e viceversa. Questo rapporto ha contribuito, nel corso degli anni Novanta, insieme alle conferenze ONU sui vari aspetti dello sviluppo (sociale, ambiente, genere, popolazione, alimentazione, etc.) fatte nello stesso periodo, a uno spostamento, anche se ancora insufficiente, dalla centralità dell’elemento economico, alla centralità della persona.

Tutto questo processo era in sintonia con l’arcipelago mondiale delle realizzazioni dell’Economia Sociale e Solidale. Mettendo l’accento sulle raccomandazioni meso e micro-economiche, ma anche politiche, volte a consentire ad ogni persona di realizzarsi, di ampliare le proprie scelte e di avere una influenza sui processi che determinano la propria vita, ha aiutato a mettere in luce i medesimi principi e valori dell’ESS. Il Rapporto sullo Sviluppo Umano mette la richezza della vita umana di ciascuno al di sopra della richezza delle nazioni, nello stesso modo in cui l’ESS tesse dei rapporti economici che non sono fine a loro stessi, ma hanno come scopo il bene comune e la realizzazione di ciascun membro della società.

Ma non basta aprire un dibattito che investe certi circoli per fare dell’ESS un riferimento della cooperazione internazionale come lo è diventato l’ambiente… Il pensiero classico ha una certa resistenza al cambiamento, anche quando i fatti dimostrano ampiamente che è obsoleto o dannoso, come lo dimostra per esempio la difficoltà a prendere in tempo le misure necessarie per frenare il cambiamento climatico. L’adozione alla fine del 1999 degli Obiettivi del Millennio per lo Sviluppo (MDG) ha avuto il merito di fissare l’attenzione sulla necessità di raggiungere degli obiettivi centrati sull’essere umano. Ma le misure prese durante la presidenza Clinton hanno scatenato la finanza internazionale in una corsa senza precedenti al profitto, e l’ONU ha provato ad aprire un dialogo con le grandi imprese proponendo un patto per la responsabilità sociale e ambientale del settore imprenditoriale. Nel frattempo, però, vari governi hanno colto l’importanza delle imprese a vocazione sociale e del volontariato. L’Italia che aveva riconosciuto le cooperative attraverso la legge Marcora nel 1985, ha dotato il terzo settore di un codice e dato uno statuto alle imprese sociali. Vari Paesi hanno fatto delle leggi per dare uno statuto all’ESS, dall’Uruguay alla Francia nel 2014, ma in numero ancora limitato.

Mentre si avvicinava la scadenza del 2015 per gli MDGs, tutte le agenzie ONU che hanno a che vedere con lo sviluppo si sono impegnate in consultazioni per la fase successiva che ha dato luogo nelle Settembre 2015 all’adozione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) che fanno parte dell’Agenda 2030. Siamo stati molti nelle diverse agenzie e programmi ONU a renderci conto dell’immenso potenziale dell’ESS per raggiungere gli SDGs, in particolare del contributo che possono dare le sinergie con gli Enti Locali, e del contrasto con il fatto che l’ESS non era un riferimento forte nelle istituzioni come lo sono i temi legati all’ecologia o alla parità di genere.

Fortunatamente alcune istituzioni erano più avanzate in questo processo, come per esempio l’ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che promuove il “Decent Work”. L’ILO è un organismo peculiare del sistema ONU, che unisce – ed è l’unico di questo tipo – i rappresentanti dei governi, delle imprese e dei sindacati. È l’unico consesso internazionale con questa struttura tripartita. Siccome promuove la qualità del lavoro, mette in luce il contributo forte dell’ESS in materia. Questa coscienza era molto forte anche nell’Organizzazione ONU per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), perché in agricoltura ci sono molte cooperative (il cooperativismo gioca un ruolo di primo piano in agricoltura). Questa consapevolezza ha portato poi alcuni membri dell’ILO, della FAO e dell’UNDP, a ragionare insieme con l’UNRISD (Istituto di Ricerca per lo Sviluppo Sociale), la più piccola istituzione dell’ONU, in particolare in occasione di eventi organizzati dal Forum Internazionale per l’ESS (ESSFI), decidendo di condividere l’impegno e fare fronte comune su queste tematiche, creando una Task Force sull’ESS alla quale hanno aderito subito una quindicina di agenzie ONU. Uno degli obiettivi – che non è ancora pienamente raggiunto – era di assicurarci che le organizzazioni e le agenzie fossero pienamente coinvolte e coordinate nel lavoro relativo all’ESS. Non si tratta, attraverso la Task Force ONU, di imporre una visione, ma piuttosto di poter offrire, nel ventaglio di opzioni che si presentano ai governi, i vantaggi che possono trarre dal creare un quadro legislativo che facilita le iniziative basate sull’ESS, e magari di prevedere dei meccanismi par aiutarle a crescere. Sottolineo che gli organismi ONU devono essere neutri di fronte agli orientamenti politico-economici di ogni nazione. L’aiuto fornito dall’ONU non è condizionato ma risponde agli orientamenti di ciascuno in piena trasparenza internazionale. Parallelamente, altre istituzioni hanno preso delle iniziative per sostenere l’ESS, tra le quali posso menzionare l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), che fa da volano per le riflessioni su queste tematiche, con personale dedicato, di cui è incaricata l’italiana Antonella Noya; e l’Unione Europea. L’UE investe nel sostegno all’ESS in maniera molto efficace. Per migliorare il confronto e il coordinamento abbiamo quindi inserito nella Task Force ONU l’OCSE e l’UE, cosi come vari osservatori della società civile tra i quali il RIPESS (Rete Intercontinentale per la Promozione dell’ESS), ESS-FI (Forum Internazionale dell’ESS), il GSEF (Global Social Economy Forum) e altri. Le riflessioni e i lavori si svolgono in modo orizzontale, anche se le decisioni sono prese dalle agenzie ONU. Contemporaneamente all’istituzione della Task Force, grazie all’ESS-FI, si è creato un gruppo pilota di paesi dedicato alla promozione dell’ESS, per portarla all’attenzione dei governi. Iniziativa, questa, per cui dobbiamo in particolare ringraziare François Hollande che si è personalmente impegnato mentre era Presidente della Repubblica Francese. Ne fanno parte il Marocco, le cui esperienze di ESS dimostrano ampiamente l’utilità di questo modello economico, il Costa Rica, la Colombia, l’Ecuador ed altri.

Uno degli obiettivi di lavoro attuali della Task Force è di fare prendere coscienza del ruolo di spicco che svolgono le strutture dell’ESS per il raggiungimento degli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile, in particolare a livello locale. Ci sono molti modi per far crescere questa economia a livello locale e usarne le soluzioni creative per migliorare la situazione in delle comunità.

Nel raccontarti tutto questo, voglio sottolineare quanto potere abbiano le persone nel produrre cambiamento. Il motore della Storia sono sempre le persone che prendono un impegno. I 28 pionieri di Rochdale, Duttweiler della Migros e via discorrendo. Che sia 1, 20 o 200, sono le persone che fanno la differenza. E la Storia, all’ONU, si sta facendo con i Mahbub e con i Draper. Una struttura organizzativa perfetta, ma senza le persone adeguate, non ha alcuna efficacia. Quando qualcosa non funziona, ciascuno si chieda che cosa ha fatto di sbagliato, o cosa non ha fatto e avrebbe dovuto fare. L’adozione degli SDGs, ad esempio, è il risultato finale di un impegno enorme del personale ONU, partito tre anni prima della scadenza degli MDGs. Le agenzie in quanto tali (l’UNDP, l’UNFPA, l’UNICEF etc.) hanno provato a coinvolgere il maggiore numero di persone e istituzioni per arrivare a degli obiettivi che non fossero calati dall’alto, ma facendoli nascere dal basso. La consultazione dell’UNDP, ad esempio, ha coinvolto 2 milioni di persone. Questi processi contribuiscono a far sorgere una coscienza collettiva e magari una nuova cultura. Oggigiorno abbiamo bisogno che i responsabili delle imprese dell’ESS capiscano l’importanza di non limitarsi a fare bene il loro lavoro, ma di impegnarsi anche con tempo e risorse per fare crescere l’ESS a tutti i livelli, per farle acquistare un peso maggiore nell’economia generale.

Noi ora vorremo che l’Assemblea Generale dell’ONU riconoscesse ufficialmente il ruolo positivo dell’ESS dovunque esiste, e ne sottolineasse il potenziale per raggiungere gli SDGs. Ha già fatto un passo significativo in passato, istituendo la Giornata delle Cooperative, che ha l’obiettivo di puntare l’attenzione sul ruolo positivo del cooperativismo. Ma l’ESS va ben oltre le sole cooperative, il che richiede ancora lavoro per ampliare la rappresentanza di tutti gli attori che rientrano in questo campo.

 

Parliamo del futuro dell’ESS. Quale sarà secondo te la principale evoluzione dell’ESS nel prossimo futuro? Quale sarà il suo ruolo nella trasformazione dei sistemi economici?

Jean Fabre: È difficile fare una previsione esatta, perché la Storia non è mai scritta. Possiamo sperare che quello che abbiamo costruito sia sufficientemente forte e in grado di resistere a lungo, ma ciò che costruiamo di positivo si scontra sempre con quelle che in economia si chiamano “esternalità”. L’economia egemonica, nel mondo, sarebbe crollata senza l’ESS. Ma non vogliamo che l’ESS sia un cerotto sulla piaga, come dicevamo all’inizio della nostra chiacchierata. Io non ti posso dire qual è il futuro dell’Economia Sociale e Solidale. Penso, però, che il futuro sia l’economia sociale e solidale. I modelli economici tradizionali hanno mostrato i loro limiti e le conseguenze disastrose che seguono. L’alternativa è un mondo caratterizzato da sempre maggiori tensioni, violenze, disuguaglianze, e con un ambiente naturale devastato in maniera irreversibile.

Perciò io credo che dobbiamo capire come costruire il futuro, insieme. Una delle cose importanti, per riuscirci, è concepire il nostro mondo secondo il principio di sussidiarietà. Per cui le decisioni devono essere prese sempre il più vicino possibile alle persone, mettendo al centro il loro benessere e felicità, e non il capitale. L’ESS va bene perché, avendo molte radici locali, può facilitare questa cultura della sussidiarietà. Cultura che non nega affatto l’interdipendenza e la rilevanza dei grandi attori sociali e istituzioni, ma pone la soluzione dei problemi al livello giusto. Se riusciamo a crescere umanamente, allora riusciremo a superare la sfida. Non bisogna rimanere paralizzati di fronte alle esternalità negative prodotte dalle politiche e dell’economia egemonica, ma reagire ad esse. Attraverseremo dei tempi complicatissimi, perché il sistema economico egemonico è stato cosi pervasivo da raggiungere ogni ambito delle nostre società. Il sistema attuale è sempre più instabile, ha bisogno non solo di correttivi, ma di un’altra via. Il futuro non può essere lì. Il futuro sta nel prenderci cura gli uni degli altri, attraverso un modello economico e modi di fare impresa che mettano al centro la persona e le comunità, puntando a sistemi sostenibili sia dal punto di vista sociale che sul piano ambientale.


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Scritto da
Andrea Baldazzini e Daniele Vico

Andrea Baldazzini è laureato in filosofia contemporanea presso l’Università di Bologna con una tesi sul Terzo Settore italiano, si occupa di sistemi di welfare territoriale e di Welfare Community Manager. Attualmente collabora con il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna dove svolge attività di ricerca sui temi del terzo settore, dell’imprenditoria sociale e delle trasformazioni dei sistemi di welfare territoriale. Daniele Vico è laureando in Cooperazione per lo Sviluppo presso l’Università di Torino con tesi su economia sociale e sviluppo sostenibile, ha studiato tra Torino, Gorizia/Trieste e Maastricht. Diviso tra attivismo e ricerca, si interessa di disuguaglianze, ambiente e economia sociale e solidale. Attualmente collabora con S-NODI (ente per l’innovazione e l’economia sociale nato su impulso di Caritas Italia) e con l’iniziativa sociale “Il Gusto del Mondo”.

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