L’Egitto dalle primavere arabe al regime di al-Sisi
- 12 Settembre 2018

L’Egitto dalle primavere arabe al regime di al-Sisi

Scritto da Federico Rossi

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Il potere di al-Sisi

Il messaggio che al-Sisi ha lanciato appena eletto resta lo stesso ancora oggi: sicurezza e ripresa economica in cambio di acquiescenza politica. Così dopo i militanti dei Fratelli Musulmani sono finiti nelle maglie della repressione i giornalisti e gli attivisti per i diritti umani, poi i blogger, che erano stati l’anima della rivoluzione del 2011. Un caso emblematico è senza dubbio quello del fotografo Shawkan, alias Mahmoud Abu Zeid, incarcerato dal regime per aver documentato gli abusi delle forze dell’ordine nella repressione di piazza Rabia’a e ancora in attesa del verdetto finale sulla sua condanna a morte.

Dall’altro lato al-Sisi si è impegnato nel tentativo di mettere in sicurezza il paese tanto dal punto di vista sociale quanto economico. Su quest’ultimo piano i primi anni del regime hanno visto una leggera ripresa, tanto che il governo aveva annunciato anche progetti importanti in termini di infrastrutture e grandi opere, fra cui la costruzione di una nuova capitale amministrativa che permetterebbe di decongestionare la metropoli del Cairo. Per quanto riguarda la sicurezza sociale l’impegno iniziale del regime, definitosi per opposizione ai Fratelli Musulmani, è stato quello di cercare la pace confessionale, eliminando le ultime discriminazioni rimaste per i non cristiani e tentando di fare del contrasto al terrorismo il cavallo di battaglia del suo governo.

Tuttavia negli ultimi tempi questo tacito accordo su cui si è basato finora il potere di al-Sisi sta cominciando a scricchiolare di fronte ai fallimenti sempre più numerosi del regime e le promesse non mantenute dal punto di vista securitario, sociale ed economico inficiano la tenuta attuale del governo di al-Sisi, che non sembra essere riuscito a portare a pieno compimento gli obiettivi prospettati dal generale.

Una parte dei sostenitori del generale si era infatti schierato con lui per paura che l’Egitto cadesse in una situazione simile a quella della Siria o della Libia, un timore alimentato dalla retorica stessa del governo e rinforzato dalla crescita del gruppo islamista estremista Ansar Bait al-Maqdis nella penisola del Sinai, poi unitosi all’IS col nome di Stato Islamico della Provincia del Sinai. Il generale aveva promesso la pacificazione della provincia e a più riprese ha lanciato varie operazioni militari nella zona. L’ultima ancora in corso è l’Operazione Sinai 2018, iniziata dopo che a novembre 2017 più di 300 civili sono morti in un attacco ad una moschea ad al-Arish, capitale del governatorato.

Queste iniziative hanno però sortito l’effetto di aumentare la pressione sulla popolazione civile del Sinai: il governo ha chiuso tutti i confini della regione, bloccato le strade e i collegamenti principali e limitato i movimenti da e verso il Sinai, ma è stato soprattutto il blocco dei mezzi pesanti ad avere le conseguenze più disastrose, causando una grave crisi alimentare per l’impossibilità di trasportare beni alimentari nella provincia. A fronte di un prezzo così alto il risultato non è stato dei migliori e lo Stato Islamico della Provincia del Sinai continua ad essere una delle fazioni più attive dell’IS, colpendo periodicamente i punti nevralgici della regione, mentre si registrano contemporaneamente anche frequenti episodi di abusi da parte dei militari stanziati nella regione.

Anche sul piano economico i progressi fatti nei primi anni sembrano non reggere nel lungo periodo: nel 2017 l’inflazione è salita oltre 30% e le riforme economiche prospettate dal regime non hanno dato i risultati sperati, complice anche il crollo del settore turistico. L’Egitto è stato così costretto nel 2016 a richiedere un prestito dal Fondo Monetario Interazionale di 12 miliardi di dollari da spartire su tre anni e il costo sociale di questo finanziamento è stato più alto del previsto. Il regime si è visto costretto a introdurre una serie di pesanti riforme, fra cui l’introduzione di un’imposta sul valore aggiunto e il taglio dei sussidi sul carburante, accompagnato da un innalzamento sempre maggiore del prezzo di quest’ultimo, che ha ridotto di molto il potere d’acquisto delle fasce più povere.

Il FMI chiede inoltre un ulteriore aumento del prezzo dell’energia accompagnato da una riduzione delle tasse, che possa favorire la crescita del settore privato, ancora molto debole in Egitto. Il Cairo tuttavia non sembra troppo intenzionato a percorrere questa strada, in parte per l’altissima evasione fiscale che interessa il settore dei liberi professionisti ma soprattutto per le necessità dovute al mantenimento dell’apparato militare. Il ruolo dell’esercito infatti, già preponderante per tutta la storia egiziana, non ha fatto che crescere sotto il governo di al-Sisi, che ha spinto anche per aumentare le immunità di cui godono i militari di alto rango. Nonostante il peggiorare della situazione economica salari e pensioni per i membri dell’esercito sono notevolmente aumentati e, accanto a questo, agli ufficiali sono concessi prezzi sussidiati per beni immobiliari e di lusso.

Il potere di al-Sisi d’altronde si basa in buona parte sul favore delle forze armate, che nonostante il deteriorarsi della situazione socio-economica, proseguono nella repressione del dissenso. Fra il 2014 e il 2018 si contano circa 60.000 prigionieri politici e centinaia di casi di tortura. Amnesty International ha inoltre denunciato in un rapporto il ricorso sistematico alle sparizioni forzate, fra cui quella del ricercatore italiano Giulio Regeni, scomparso il 25 gennaio 2016 e ritrovato morto 10 giorni dopo con evidenti segni di tortura. Ma quello di Regeni è purtroppo solo il caso di punta di una situazione in cui il ricorso a questi mezzi sembra diventare la norma, come riporta ancora Amnesty International ricordando i casi dei due quattordicenni Mazen Mohamed Abdallah e Aser Mohamed, vittime di violenze e a abusi dalle forze di polizia.

Alla repressione del dissenso si accompagna parallelamente anche una stretta maggiore sulla società civile, passata attraverso la chiusura dei numerosi blog che avevano animato la rivoluzione del 2011 e la criminalizzazione delle ONG, che con una legge promossa nel maggio 2017 sono passate sotto la stretta e diretta sorveglianza delle forze di sicurezza. Le elezioni del marzo 2018 hanno poi portato chiaramente alla luce una situazione in cui al-Sisi detiene saldamente il potere grazie al favore dell’esercito, che ha contribuito a mettere da parte tutti i suoi principali avversari politici.

Sami Anan, esponente dei Fratelli Musulmani, è stato arrestato non appena annunciata la sua candidatura, ma un destino simile lo ha subito anche Khaled Ali, che è stato condannato a tre mesi per la partecipazione ad una protesta. Alla vigilia del voto l’unico rimasto era Moustafa Moussa, soprannominato al kombares (la comparsa), che all’inizio della campagna elettorale si presentava sui social network con una foto del suo avversario. A seguito delle elezioni tuttavia il regime ha concesso la grazia concessa a 712 prigionieri politici arrestati durante la campagna elettorale per tentare di recuperare un risultato comunque non pienamente soddisfacente, soprattutto a causa dell’affluenza fermatasi al 42%.

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Scritto da
Federico Rossi

Nato nel 1995, attualmente studente di Scienze Politiche e Sociali presso la Scuola Superiore Sant’Anna e di Governance delle Migrazioni presso l’Università di Pisa, dopo aver conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche Internazionali nello stesso ateneo. Attivo in alcune associazioni di volontariato e sportello legale per le migrazioni, tiene una rubrica a tema immigrazione per la rivista online “Il Fuochista”.

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