L’Egitto dalle primavere arabe al regime di al-Sisi
- 12 Settembre 2018

L’Egitto dalle primavere arabe al regime di al-Sisi

Scritto da Federico Rossi

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La posizione internazionale dell’Egitto di al-Sisi

Nonostante questo i partner internazionali dell’Egitto continuano però a sostenere il generale: Donald Trump è stato fra i primi a congratularsi con al-Sisi per la vittoria delle elezioni, seguito da Macron, che ha solo accennato alla necessità di maggiore libertà politica in Egitto, e poi da tutti gli altri paesi europei. Al-Sisi continua infatti a godere del supporto dell’Europa e degli Stati Uniti, che appaiono disposti a chiudere un occhio sulla repressione in cambio di un supporto nella lotta al terrorismo e di un punto di appoggio per la situazione libica. Lo stesso Ministro dell’Interno italiano ha recentemente dichiarato che la verità sul caso Regeni è secondaria rispetto al mantenimento delle relazioni strategiche con il Cairo ed ha incontrato in prima persona al-Sisi stesso nell’ottica di implementare la collaborazione per il contrasto all’immigrazione irregolare.

Eppure l’Europa non è certo la priorità nella politica estera egiziana, che appare ad oggi orientata molto di più verso altri due partner: la Russia di Putin e la Cina di Xi Jinping. Per quanto riguarda la prima si è avuto una convergenza fra Mosca e il Cairo su molte questioni strategiche, come il contrasto al terrorismo e il ruolo all’interno del conflitto siriano e in quello israelo-palestinese, nonché il sostegno al generale Haftar nella guerra in Libia. I due Stati hanno poi stretto anche accordi di natura economica, riguardanti lo scambio di armamenti, la creazione di una zona industriale russa nella Zona Economica del Canale di Suez e la firma del Dabaa Nuclear Power Plant per lo scambio di tecnologie e servizi nel settore dell’energia nucleare.

Ma se con la Russia le relazioni si sono strette notevolmente negli ultimi cinque anni, l’Egitto di al-Sisi è legato oggi soprattutto a Pechino. Le relazioni sino-egiziane sono in crescita costante almeno dal 2014, tanto che Al-Sisi fra il 2015 e il 2017 si è incontrato per ben tre volte con il presidente cinese, che ha ricambiato visitando ufficialmente l’Egitto nel gennaio 2016. A differenza delle relazioni con la Russia, nel caso della Cina la dimensione prevalente è quella economica: Pechino è ormai da molti anni il primo partner commerciale dell’Egitto, ma negli ultimi tempi ha ulteriormente intensificato la mole di investimenti, soprattutto nel campo infrastrutturale, e si occupa oggi di importare in Egitto la gran parte dei macchinari usati nell’industria. Non mancano comunque elementi di cooperazione strategica, come ad esempio il sostegno cinese alla proposta egiziana di riforma del Consiglio di Sicurezza, che aprirebbe la strada al Cairo per diventare un membro permanente.

Un passo rilevante e molto discusso è stato poi il riavvicinamento di al-Sisi ad Israele e la formazione di una nuova alleanza basata per adesso sull’esistenza di “comuni nemici”, lo Stato Islamico della Provincia del Sinai in primis ma anche HAMAS, accusato di collaborare con i Fratelli Musulmani. I due paesi hanno collaborato inoltre nella chiusura dei confini, occupandosi congiuntamente ad esempio dell’allagamento dei tunnel usati dai migranti palestinesi della Striscia di Gaza per arrivare in Egitto, ma hanno anche recentemente firmato un accordo per l’esportazione del gas israeliano verso l’Egitto.

Le relazioni internazionali non sono però altrettanto floride con i vicini africani. A parte la Libia, dove al-Sisi sta cercando di favorire l’ascesa di quello che da alcuni è visto come il suo corrispettivo libico, il generale Haftar, vi sono notevoli problemi diplomatici in particolare con il Sudan e con l’Etiopia. Al centro del contenzioso è il GERD (Grand Ethiopian Renaissance Dam), un progetto che vorrebbe deviare molte delle acque che entrano nel Nilo in canali secondari per risolvere i problemi di siccità in Etiopia. L’accordo fra Egitto, Sudan e Etiopia, firmato nel 2015, sembra vacillare di fronte alle criticità che un simile progetto solleverebbe per l’Egitto, che ricava dal Nilo più dell’80% delle sue risorse idriche e che è già vessato dall’abuso di acqua in campo agricolo, da una forte crescita demografica e da un crescente livello di inquinamento idrico.

Tutte queste scelte in campo internazionale si riversano necessariamente sulla dimensione interna, come hanno dimostrato le proteste seguite alla riapertura dell’ambasciata egiziana a Tel Aviv o quelle contro la cessione delle isole di Tiran e Sanafir nel Mar Rosso all’Arabia Saudita. Proprio queste ultime evidenziano il procedere dell’erosione del già compromesso rapporto fra al-Sisi e la popolazione egiziana, soprattutto quella giovanile sia studentesca che non.

Non è un caso che la principale spina nel fianco per al-Sisi siano stati in questi anni proprio gli studenti delle principali università cittadine di al-Azhar, Cairo, Ain Shams e Alessandria. Fin dal colpo di Stato si sono registrate centinaia di manifestazioni, inizialmente guidate da giovani esponenti dei Fratelli Musulmani, ma a cui si sono poi progressivamente uniti gruppi liberali e di sinistra, vicini allo Strong Egypt Party, al Partito della Costituzione e al Movimento dei Socialisti Rivoluzionari.

La repressione del regime si è tradotta in questo caso in una vera e propria militarizzazione dei campus universitari: abrogata la legge del 2010 che proibiva la presenza di agenti armati all’interno delle università, forze di sicurezza tanto pubbliche quanto private sono state introdotte nei campus ed è stato dato loro anche il potere di compiere veri e propri arresti. Questo non ha tuttavia fermato la protesta, ma ha piuttosto esasperato il conflitto, portando a decine di arresti e anche alcuni morti nelle varie manifestazioni che si sono succedute.

Alle elezioni studentesche nelle principali università il Ministro dell’Istruzione Superiore egiziano ha cercato di sostenere la Coalizione Voce dell’Egitto, escludendo dalle elezioni tutti i candidati vicini ai Fratelli Musulmani. Il risultato non è però stato quello sperato e nella maggior parte dei casi, complice proprio l’esclusione dei Fratelli Musulmani, a vincere sono stati i candidati liberali e socialisti, cosa che testimonia la volontà della maggioranza degli studenti di continuare a sfidare il regime di al-Sisi.

Con il crescere del distacco fra le generazioni e lo scivolamento del paese verso la crisi economica la tenuta del governo di al-Sisi sembra quindi messa sempre più a dura prova. Le mosse del generale sullo scacchiere internazionale sembrano coincidere poco con le richieste della popolazione egiziana, su cui pesano soprattutto le conseguenze della crisi economica e una disoccupazione giovanile fra le più alte al mondo.

A fare da contrasto all’impoverimento generale del paese sta la sempre maggiore ricchezza dei militari, unica categoria che continua ad arricchirsi nell’Egitto odierno. Questo fatto, unito al ruolo dell’esercito nella repressione e l’età media molto alta dei quadri dirigenti, contribuisce ad accentuare il contrasto con i giovani egiziani.

L’Egitto si è così avvicinato quasi al punto di ricreare quelle stesse condizioni che avevano generato la rivoluzione del 2011, in particolare per effetto dell’insicurezza sociale, dovuta alla difficoltà di respingere la penetrazione di gruppi terroristici e all’estesa repressione, e della crisi economica, che ha colpito soprattutto le fasce più povere della cittadinanza. A questo si aggiunge il conflitto generazionale, che vede da un lato una classe dirigente con un’età molto elevata e dall’altro una popolazione estremamente giovane.

Di fronte a questa situazione al-Sisi sta cercando di recuperare consensi, dimostrandosi più aperto e tentando di riproporsi ancora una volta come il garante della pace sociale, ma il futuro prossimo resta comunque difficilmente prevedibile e strettamente legato alle vicende economiche e alle questioni interne più impellenti, prima fra tutte la pacificazione del Sinai.

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BIBLIOGRAFIA

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Scritto da
Federico Rossi

Nato nel 1995, attualmente studente di Scienze Politiche e Sociali presso la Scuola Superiore Sant’Anna e di Governance delle Migrazioni presso l’Università di Pisa, dopo aver conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche Internazionali nello stesso ateneo. Attivo in alcune associazioni di volontariato e sportello legale per le migrazioni, tiene una rubrica a tema immigrazione per la rivista online “Il Fuochista”.

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