Elogio del segreto
- 14 Giugno 2020

Elogio del segreto

Scritto da Alessandro Strozzi

8 minuti di lettura

“La ragion di Stato non deve opporsi allo stato della ragione”
 Carlo V d’Asburgo

 

Segreto ha origine dalla parola latina secretum, participio passato del verbo secernere – metter da parte: si tratta di un’evoluzione del verbo cernere – separare, distinguere, vagliare – utilizzato arcaicamente nell’attività agricola – setacciare, seminare – con l’aggiunta della particella se, a sottolineare il senso di separazione, distanza, a parte. Questa parola pare custodire in sé il processo disvelatorio della menta umana, la quale procedendo dialogicamente creando confronti, opposti e categorie, osserva la realtà circostante nel tentativo di misurarla e comprenderla. Ma nonostante l’immensa ampiezza della riflessione custodita dal termine segreto, esso risulta oggi particolarmente osteggiato, soprattutto in una delle più nobili attività umane: la politica. La democrazia, così come oggi intesa nel nostro Paese, viene considerata nemica del segreto, che assume le sembianze di un tabù – di innegabile presenza, ma razionalmente rifiutato – una sorta di blasfemia nella società della trasparenza e connessione… ma se è difficile parlarne, tanto più è impossibile tacerne. Quest’analisi vuole essere un tentativo di confutazione di tale visione parziale, dimostrando che una democrazia si fonda anche e soprattutto su di una consapevole gestione dei suoi segreti, genus di cui i segreti di stato sono la specie più esemplare, in quanto discendenti degli antichi arcana imperii di tacitiana memoria, pilastro dell’esercizio del potere antico, finalizzati al perseguimento di quella che Cicerone indicava come salus rei publicae, bene supremo dello Stato.

Nella storia della civiltà occidentale i segreti di Stato sono stati oggetto della seguente tassonomia: mysterium, arcanum e secretum.

Mysterium è termine che si consolida in epoca medievale come categoria di derivazione teologica con profonde ricadute in ambito statale, insieme ai significati di servizio, ufficio, cerimonia per confusione con ministerium – mestiere, ministero. Nell’uso greco originario il termine indicava culti segreti come quelli eleusini e dionisiaci. Porta con sé un legame con l’ignoto e l’inconoscibile: l’ineffabilità di Dio, la natura dell’anima. Il potere divino della monarchia assoluta era assicurato dalla segretezza data da ritualità e formalità elaboratissime, che non potevano e non dovevano essere rivelate nella loro interezza.

Arcanum rappresenta il distillato linguistico della segretezza come strumento di potere nella repubblica e impero romani. È Tacito a farvi illustre riferimento negli Annales, citando gli arcana imperii et dominationis. L’etimologia riporta ad un legame con un qualcosa di racchiuso all’interno di un’arca/contenitore. Gli arcana imperii costituiscono forse la prima vera e propria strutturazione del segreto nel mondo politico occidentale, come cesura che si inserisce nel rapporto tra governanti e governati nella res publica romana, secondo l’assunto quod principi placuit, legis habet vigorem. Da tale antica formulazione sono risorti come pietra angolare della moderna dottrina della Raison d’Etat, sistematizzazione dell’operato del sovrano legibus solutus.

A differenza di mysterium e arcanum, secretum è un termine che mette in risalto l’elemento dialogico della segretezza, declinandola in termini di inclusione ed esclusione alla conoscenza. Dove arcanum rimanda all’atto di nascondere – precludendo all’oggetto del segreto qualsiasi valenza sociale – il secretum crea invece una dimensione relazionale dalla valenza social-ordinatoria. La segretezza partorisce un curioso paradosso: un individuo che determina un segreto celando un’informazione a terzi, può trarre potere dal suo secretare se questi ultimi sono almeno consapevoli di tale occultamento. In altre parole, l’atto deve essere rivelato se il segreto vuole avere un’esistenza e rilevanza sociale. In questo modo, si configura il potere del segreto, come possibilità che il contenuto dello stesso possa essere rivelato e conosciuto.

Per le ragioni sopra esposte il segreto così fragile ma potente, parafrasando William Blake, diviene la veste che avvolge il potere politico. Di tale avviso è Elias Canetti che nelle sue opere compie una pedissequa disamina della stretta e biunivoca inferenza tra segreto e potere. Avere e custodire segreti significa disporre del potere della conoscenza e delle possibilità ad essa connesse. Conoscenza è potere, afferma Little Finger in Game of Thrones (non ce ne voglia Cersei Lannister con il suo banale “power is power”). Il vero potente che si serve del segreto, lo controlla scientificamente sfruttandone il potenziale nelle molteplici circostanze delle relazioni umane e soprattutto politiche. Un sovrano che sia degno di tale nome, sarà il vertice di una struttura simile al Panopticon, struttura carceraria a veduta diseguale, come osservatore non osservabile, conoscente assoluto e geloso custode di ogni conosciuto. Dalla trama tra potere e segreto emerge affascinante l’arte del silenzio, come decisione di non pronunciarsi, di selezionare cosa dire e cosa tacere, di negare la propria risposta.

La cifra del potere è la capacità asimmetrica di maneggiare la nebulosità delle cose di Stato, di fenderla o determinarla. Secretare, dunque, significa non solo separare, filtrare, coprire ma anche scoprire, palesare: i suoi titolari sono arbitri tra il pubblico ed il riservato – non-conosciuto conoscibile (arcanum) – diverso dal mistero – non-conosciuto non-conoscibile (mysterum). Il lemma divulgazione si rifà al verbo latino divulgare, nel significato di rendere pubblico, comune, derivante dal sostantivo vulgus – popolo: da un lato, forza egalitaria e democratica; dall’altro, potenza distruttrice dell’ordine costituito. Appare dunque che la gestione del segreto è presupposto di governabilità, criterio organizzativo dell’ordinamento statale. Il segreto, per definizione, postula la differenza dei rapporti. Il metro di questa asimmetria varia storicamente a seconda delle forme di Stato e di governo.

Georg Simmel è l’artefice di una fondante analisi sulla segretezza nella sua dimensione sociale dello scambio di informazioni. L’uomo necessita di un continuo scambio informativo per vivere in società, che però spesso realizza con profonda approssimazione. In realtà, per maneggiare correttamente la comunicazione ed i suoi contenuti è necessaria una capacità di discernimento senza eguali. Altra ricaduta sociale del segreto si lega al concetto di “persona” (dall’etrusco phersu – maschera, originato dal greco prosopon (davanti agli occhi) – personaggio-maschera dell’attore di teatro), risultato dell’immagine e reputazione che un individuo costruisce ed utilizza nella dimensione pubblica. Le maschere sono strumenti sia di rivelazione che di occultamento. Parafrasando Oscar Wilde: “date una maschera ad un uomo, e vi mostrerà la sua vera identità”. La relazione segreto-conoscenza assume significato epistemologico anche nella simbologia e nel linguaggio: un simbolo racchiude in sé sia la capacità di nascondere quanto quella di rivelare mentre l’alternanza di silenzi e parole nel linguaggio si determinano per contrapposizione detto e non-detto.

Nell’utopistico mondo della trasparenza assoluta, l’accesso alle informazioni rimane comunque lontano anni luce dalla comprensione delle stesse. Verità terribile per chi si ispira alla travisata democrazia diretta della polis ateniese (da rammentare che donne e schiavi non votavano). Pretendere un’equivalenza tra i due vorrebbe dire annullare lo scarto tra epistème, da intendersi come vera conoscenza appannaggio dei pochi, e doxa, opinione comune e non ragionata dei molti. La conoscenza necessita dei caratteri della organicità e della controllabilità, mentre una generica notizia non controllabile da chi la riceve – per mancanza di tempo o di mezzi – non è destinata ad avere alcuna funzionalità. Essa è propriamente l’illusione della conoscenza, di cui siamo testimoni oggi nel fenomeno delle fake news e dell’eccesso di divulgazione pseudo scientifica. Criticata la trasparenza assoluta, non è certo auspicabile cadere nell’errore opposto, ovvero nelle forme più radicali del segreto di Stato, dove esso diviene da mezzo di potere a fine dello stesso: il segreto per il segreto, ovvero il potere per il potere. La valutazione dell’interesse pubblico non può essere sottratta a qualsivoglia regola giuridica. Nello stato di diritto nei tempi moderni, infatti, si è giunti alla regolazione del segreto di Stato, ai cui abusi è stato posto rimedio, prevedendo la sua sottoposizione al principio di legalità. La carta costituzionale diventa la fonte che ne delimitata la potenza.

La pubblicità, pur essendo regola di base della convivenza democratica, non assurge in nessun ordinamento costituzionale al rango di valore assoluto. Non esiste ordinamento democratico che possa sopravvivere ad una trasparenza indiscriminata. La Costituzione italiana prevede all’art. 117, co. 2, lett. d) che la formula “sicurezza dello stato” individua esattamente una materia di competenza esclusiva del legislatore statale, il cui contenuto però, non essendo espressamente delineato dal dispositivo, si oggettivizza con giudizi caso per caso: se una determinata informazione viene considerata potenzialmente lesiva della sicurezza della Repubblica, si appone sulla stessa il segreto di stato, realizzandone la rilevanza per il dettato costituzionale. La determinazione del segreto di Stato è il risultato, quindi, di un giudizio di valore nel cui spazio si inserisce il controllo democratico.

Chiarificatrici sono le conclusioni della sent. n. 86 del 1977 della Corte Costituzionale sul caso Edgardo Sogno. In essa si specifica che la relazione tra segreto di stato e sicurezza nazionale – la famosa salus rei publicae ciceroniana – va determinata secondo il principio di proporzionalità, applicato al caso concreto e non solo astrattamente. La sent. n. 86 del 1977 ha ulteriormente delineato l’assetto dei poteri in materia di segreto di stato, riconoscendo nel Presidente del Consiglio il dominus dello stesso. Ne risulta l’esclusione dell’intervento giudiziale, che però non equivale ad affermare che il presidente del consiglio sia legibus solutus, permanendo la responsabilità generale ed istituzionale del Governo nei confronti del Parlamento, che risulta essere vero giudice del segreto.

Ulteriore rilevante pronuncia è la 110 del 1998 sul conflitto di attribuzione sorto nel caso Abu Omar. Da tale pronuncia emerge che oltre al Parlamento, la Corte Costituzionale gioca un ruolo in materia di segreto di Stato, come giudice nei conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato. Inoltre, il giudice costituzionale ribadisce che la potestà dell’esecutivo non è illimitata, poiché la magistratura può comunque esercitare l’azione penale ex art. 112 cost., non potendo però fondare la sua attività d’indagine sulle informazioni coperte dal segreto.

Passando alla normativa di riferimento in materia di segreto di stato, è contenuta nella legge n. 124 del 2007 – Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e nuova disciplina del segreto – che definisce, intervenendo sul dispositivo dell’art. 202 comma 7 del codice di procedura penale, i confini tra i ruoli di Parlamento e Corte Costituzionale. La Consulta effettua un giudizio di legittimità e non di merito riguardo alle condizioni che sono state addotte per l’apposizione del segreto di Stato. Unico soggetto titolare di tale potere di apposizione (e di opposizione) del segreto di Stato è il Presidente del Consiglio, che ne può usufruire per documenti, notizie ed attività la cui diffusione può recare danno all’integrità della Repubblica, alla difesa delle istituzioni e all’indipendenza dello Stato. Al Presidente del Consiglio deve rispondere sui casi di conferma dell’opposizione del segreto di Stato al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (COPASIR), indicandone le ragioni essenziali. Su richiesta del Presidente di tale comitato inoltre, il primo ministro è convocato in seduta segreta per procedere all’esame nel merito della conferma dell’opposizione del segreto di Stato.

Da tale breve excursus normativo-giurisprudenziale emerge in tutta la sua strutturalità il legame tra la democrazia della Repubblica italiana ed i suoi segreti di Stato. Dunque, la trasparenza è davvero il mantra salvifico in grado di illuminare le oscure malefatte dei potenti, come nelle favole in cui il bene trionfa sul male? Sarebbe meraviglioso poter riposare su risposte così nette e semplici, ma purtroppo, ogni analisi richiede operazioni di filtraggio, distinzione e discernimento dei suoi contenuti, portandoci all’inevitabile confronto con la complessità, la contingenza, il particulare. La presente analisi ne è testimonianza.

Per concludere, usando un’analogia molto cara alla storia della filosofia, che contrappone la luce-verità all’oscurità-ignoranza, è possibile disporre su di un immaginifico asse verticale governanti e governati. Vicino alla verità-sole saranno collocati i potenti, depositari dei segreti di Stato, mentre in basso avremo i cittadini “illuminati” dai primi. Se immaginiamo i segreti come un filtro che scherma dalla visione diretta degli accecanti affari di Stato i deboli occhi del cittadino, capiremo quanto un po’ di ombra sia vitale per un sano ecosistema democratico, piuttosto che un deserto di trasparenza percosso senza sosta dal sole. Se Dedalo poté salvarsi a differenza dell’incauto Icaro, fu dovuto alla saggezza del vecchio padre ed ingegnoso architetto del primo; in contrapposizione alla leggerezza del secondo, giovane figlio inesperto dei segreti del mondo. Tutto ciò per dire cosa? Che il segreto è una responsabilità titanica, che piega come un vero Atlante il potente, obbligato a sostenere per il benessere della comunità – solitamente ingrata – la furente luce del vero. Se per sollevare il mondo è necessaria una leva, quella del potente sono i segreti. La cui titolarità non deve essere frutto di presunzione, ambizione e oppressione, ma meta di un lungo percorso formativo che può portare ogni cittadino più vicino alla “luce”. E se persino i nostri Padri Costituenti, usciti da uno dei periodi più oscuri della storia umana, hanno coscientemente deciso di riservare un indiscutibile ruolo alla segretezza nella cosa pubblica, forse dobbiamo renderci conto che l’ombra, piuttosto che inghiottire la luce, vi danza insieme in un’affascinante e necessario gioco di chiaro-scuri.

Scritto da
Alessandro Strozzi

Nato a Cremona, laureato in Giurisprudenza presso l’Università LUISS Guido Carli, ha conseguito un Master in Relazioni Istituzionali, Lobbying e Comunicazione d’impresa presso la LUISS Business School. Allievo della Scuola di Politiche e del Master Inside USA 2020 del Centro studi americani. Si occupa professionalmente di relazioni internazionali. Attualmente iscritto al Master in Affari Strategici ed al Master of Arts in International Public Affairs presso la LUISS School of Government. Appassionato bibliofilo, si interessa di difesa, sicurezza nazionale e relazioni transatlantiche.

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