“Non voglio essere ricco in un Paese povero”: Enrico Mattei e la rinascita industriale italiana

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Da liquidatore a salvatore: Mattei e la nuova AGIP

Appena tre giorni dopo la Liberazione, il 28 aprile 1945, Mattei venne nominato da Cesare Merzagora, presidente della commissione centrale economica del CLNAI, commissario straordinario per la liquidazione dell’Azienda Generale Italiana Petroli (AGIP). Quest’ultima, fondata nel 1926 da parte del governo fascista (nonostante i vertici non fossero funzionari pubblici), aveva condotto per tutti gli anni Trenta, di concerto con l’americana Western Geophysical, campagne di ricerca sismica nella Valle Padana, riscontrando la presenza di formazioni geologiche potenzialmente petrolifere. Negli ultimi anni di guerra i lavori proseguirono sotto l’egida del nuovo centro direttivo di Milano, guidato da Carlo Zanmatti che durante la conduzione di perforazioni a Caviaga, vicino Lodi, scoprì un nuovo giacimento di metano, immediatamente richiuso per timore che cadesse nelle mani dei tedeschi.

Al momento della nomina di Mattei molto probabilmente Zanmatti comunicò a questi i risultati sulle perforazioni nel lodigiano, ottimisti quanto incerti, confermati allo stesso Mattei nel luglio 1945 dal servizio studi di Lodi, convinto che la scoperta di Caviaga non fosse un caso isolato e che quindi fosse della massima urgenza riprendere l’esplorazione. La decisione di Mattei di scavalcare la volontà del CDA fresco di nomina dell’AGIP e ordinare nuove trivellazioni da un lato rivelava le intuizioni riguardo alle potenzialità dell’azienda che era chiamato a liquidare, dall’altro scatenò polemiche e contrasti tra chi riteneva necessario mantenere in mano italiana la possibilità di beneficiare di eventuali sviluppi fruttiferi nel settore degli idrocarburi, e chi vedeva nelle società statali le vestigia del precedente regime  o temeva una reazione da parte degli Alleati.

Riguardo a quest’ultimo punto i sospetti di Mattei sulle insistenze per la liquidazione dell’AGIP furono confermati dalla generosa offerta, di 250 milioni, proveniente dagli Stati Uniti per l’acquisizione delle strutture dell’azienda, nonché dall’improvviso aumento di tecnici stranieri nel lodigiano e dal contestuale rilascio di permessi per esplorazioni e ricerche. Le relazioni di Zanmatti e dei geologi spinsero Mattei a rintuzzare ogni velleità liquidatoria e le pressanti richieste di Giovanni Gronchi, Ministro dell’Industria dal 1944 al 1946, di una relazione sullo stato dell’azienda, fortemente voluta dal Ministro del Tesoro Marcello Soleri. Alla fine la situazione di incertezza si risolse nell’ottobre 1945, quando Mattei, cooptato nel consiglio d’amministrazione, venne nominato vicepresidente con l’incarico di continuare l’esplorazione mineraria.

Nel maggio 1946 Mattei, in seguito ad alcune illazioni riguardanti sue presunte simpatie social-comuniste diffuse dagli Stati Uniti e accolte dal governo, si dimise da vicepresidente, rimanendo comunque nel consiglio d’amministrazione in qualità di consigliere. Ma il 20 giugno di quell’anno, un mese dopo la sua elezione a deputato per la DC nella I Legislatura, Mattei fu nominato nuovamente vicepresidente, mentre la presidenza venne ricoperta da Marcello Boldrini. Le nuove nomine non placarono i contrasti, che anzi si acuirono: agli intenti quasi unanimemente liquidatori e privatizzatori della politica si unirono le minacce di alcune aziende, come l’Ente Nazionale Metano, intimorite dalle perdite di profitti che un’AGIP rivitalizzata avrebbe potuto infligger loro. A tutto questo faceva da cornice l’azione degli Stati Uniti, che attraverso il Comitato italiano petroli, creato alla fine della guerra, e la collusione con le imprese italiane e straniere, miravano a eliminare Mattei e monopolizzare il mercato petrolifero del Paese.

Nonostante questo la nuova AGIP di Mattei riuscì a ribaltare completamente i pronostici negativi sul suo conto: la scoperta nel 1948 a Ripalta nel cremasco di un giacimento di gas naturale fu solo il primo di una serie di numerosi successi susseguitisi nella piana del Po fino al 1953. L’ovvia conseguenza di queste scoperte, e cioè la necessità di organizzare l’approvvigionamento di metano in grandi quantità e approntare quindi le relative infrastrutture, impose all’azienda e ai suoi vertici di escogitare strategie innovative quanto spregiudicate, necessarie per aggirare gli ostacoli tecnico-giuridici e le resistenze dei vari attori istituzionali.

Enrico Mattei

A tal proposito il cosiddetto “metodo Mattei” è la cifra esemplare di questa spregiudicatezza. Lo scopo di questa strategia era di mettere di fronte al fatto compiuto l’amministrazione pubblica, minimizzando così le difficoltà e i contraccolpi inevitabilmente generati da un modo di procedere più ortodosso ma maggiormente farraginoso.  Ad esempio per la realizzazione di metanodotti, che avrebbero richiesto una trafila infinita di autorizzazioni e permessi per scavi e servitù di passaggio, la nuova dirigenza si serviva delle “pattuglie volanti”. Queste, composte da centinaia di uomini armati di pala e piccone, avanzavano nottetempo fino ai margini della città: ufficialmente la loro presenza era giustificata dalla necessità di scavare una piccola traccia per verificare l’idoneità del terreno, ma nella realtà dei fatti venivano scavate le trincee, posati i tubi e terminati i cantieri prima che qualcuno se ne accorgesse. In tal modo un gran numero di sindaci si ritrovarono da un giorno all’altro con nuove installazioni entro i confini delle loro giurisdizioni, mentre altri, scoperto a metà opera il cantiere abusivo, furono costretti ad avallare il tutto pur di non ritrovarsi con il comune sventrato e bloccato.

Alla chiusura del Comitato italiano petroli l’AGIP rimase l’unica azienda a occuparsi per conto dello Stato della raffinazione/distribuzione del petrolio e delle attività di ricerca mineraria. A ostacolare il pieno sfruttamento da parte dell’azienda della propria attività di esplorazione vi era però il sistema di concessioni vigente al tempo, che accordava di fatto una preferenza ad aziende private straniere (l’AGIP, essendo considerata privata, non poteva giovarsi della proprietà pubblica) nell’assegnare il diritto di estrazione e vendita del prodotto. Il piano di Mattei era quindi quello di unire le attività di ricerca con quelle di distribuzione del prodotto, ottenendo parallelamente dallo Stato una corsia preferenziale rispetto ai privati.

Enrico Mattei

Per forzare la mano delle istituzioni, ancora reticenti all’idea di concentrare tanto potere nelle mani di una sola azienda, Mattei giocò l’ultimo asso nella manica. Nella notte del 19 marzo 1949 infatti, durante i lavori di estrazione del metano a Cortemaggiore presso Piacenza, venne rinvenuto un petrolio molto “leggero” e di grande qualità. La scoperta di un giacimento petrolifero (benché di modestissime dimensioni, appena 100 tonnellate giornaliere) in un Paese come l’Italia, da sempre privo di fonti d’energia e quindi costantemente in ritardo rispetto agli altri paesi, destò al tempo grande attenzione. Mattei fu abilissimo nel volgere a suo vantaggio l’enorme eco mediatica e l’ondata di orgoglio nazionale scaturita dalla scoperta, barattando con l’allora governo De Gasperi la grande iniezione di fiducia di cui quest’ultimo aveva beneficiato con quello che sarebbe diventata di lì a poco l’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI).

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Nato nel 1996. Laureato in Storia delle Istituzioni Politiche all’Università di Bologna. Si occupa prevalentemente del Novecento, con una particolare attenzione per la seconda metà del secolo e per la teoria e prassi dei principali partiti europei.

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