“Non voglio essere ricco in un Paese povero”: Enrico Mattei e la rinascita industriale italiana

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Il “grande compratore”: ENI e la competizione internazionale

Con la legge 135 del 10 febbraio 1953 l’Agip venne posta sotto la proprietà del neonato Ente Nazionale Idrocarburi, pubblico ma autonomo rispetto alla pubblica amministrazione, finanziato dalle rendite metanifere e responsabile della gestione di tutte le attività petrolifere e petrolchimiche dello Stato. La questione del finanziamento dell’ente si intrecciava con il tema delle risorse destinate al mondo politico, che egli distribuiva copiosamente. Lo stesso patron dell’ENI affermò di utilizzare i partiti come dei taxi, “pagando la corsa” per i servizi resi all’ente, inclusa probabilmente anche la stessa approvazione in Parlamento del progetto ENI, quasi a “misura di Mattei”.

L’immagine di un Mattei disposto a tutto emergeva anche dal carattere quasi sacro che attribuiva al proprio ruolo di capo di una società pubblica, la cui missione passava attraverso una capillare opera di autolegittimazione agli occhi dell’opinione pubblica e degli attori internazionali. Attraverso Il Giorno, quotidiano alle dipendenze ENI fondato nel 1956, proprie agenzie di stampa e una struttura “diplomatica” diffusa a livello mondiale, con compiti anche informativi e di intelligence, Mattei riuscì nel duplice intento  di garantirsi il sostegno di un intero Paese e di accreditarsi come soggetto autorevole nel campo energetico, monopolizzato allora dal cartello delle “Sette Sorelle”, che tramite l’esclusiva sulla raffinazione del petrolio impedivano de facto lo sviluppo di industrie nazionali in quel campo.

La scelta di gettarsi nella competizione petrolifera internazionale fu dettata da due ordini di fattori. In primo luogo, nonostante i giacimenti petroliferi scoperti nel Paese in quegli anni, il fabbisogno italiano, in quel periodo stimolato dalla crescita del settore automobilistico e dallo sviluppo della rete stradale, era di gran lunga superiore a quello che le risorse autoctone potevano offrire. Se da un lato l’integrazione in altri settori, come ad esempio l’acquisto del Pignone di Firenze nel 1954, poteva sopperire a questa mancanza e procurare nuovi fondi, l’accesso alle risorse petrolifere continentali era ostacolato dagli alti prezzi imposti dalle compagnie statunitensi operanti in Europa Occidentale, indispettite dal recente attivismo minerario dell’Italia.

Il luogo scelto da Mattei per aprire la sua nuova competizione petrolifera internazionale fu l’lran, reduce da un colpo di stato, favorito dai servizi segreti americani e britannici, avvenuto nel 1953 contro il primo ministro Mohammad Mossadeq, il quale aveva nazionalizzato la compagnia Anglo-Iranian Oil Company. Le concessioni ottenute dall’ENI, per quanto il loro sfruttamento fosse di magro valore e persino antieconomico, avevano comunque un alto valore simbolico. Queste rappresentavano infatti una prima importante infiltrazione nel tessuto economico mediorientale, tradizionalmente dominato dai cartelli petroliferi occidentali. A spingere verso questa inedita contaminazione contribuì da un lato lo spirito terzomondista di Mattei, che fece dell’idea dell’esistenza di una comunanza di “destini oppressi” tra l’Italia vessata e le ex colonie un poderoso cavallo di Troia economico; dall’altro fu lo stesso Reza Pahlavi, consapevole della necessità dell’appoggio statunitense ma irriducibilmente nazionalista, a vedere in Mattei un aiuto per favorire l’aggregazione dei popoli musulmani. L’accordo del marzo 1957 con la National Iranian Company venne poi reso effettivo con la costituzione di una società mista italo-iraniana (SIRIP) nel settembre di quell’anno.

Le aperture terzomondiste di Mattei, volte a riconoscere i paesi africani e del Medioriente come stati veri e propri e non semplici colonie, furono spesso accolte con imbarazzo dagli esponenti della Democrazia Cristiana, preoccupati delle possibili reazioni dell’alleato statunitense. Venne comunque costruita una dottrina politico-ideologica, il cosiddetto “neoatlantismo”, nella quale poteva essere inquadrata questa autonoma politica italiana. Nonostante questo, l’ostilità degli Stati Uniti e dei big del petrolio verso l’Italia crebbe ininterrottamente per tutti gli anni Cinquanta, raggiungendo il punto critico quando Mattei riuscì in un’impresa ritenuta impossibile: portare sul mercato mondiale, e in particolar modo su quello europeo, il greggio sovietico.

Enrico Mattei

L’azzardo di Mattei era in un certo senso coerente con un corollario del neoatlantismo, che portava l’Italia ad assumere il ruolo di “intermediario internazionale non richiesto”. Questo spinse l’ENI ad impegnarsi in scenari molto delicati quali la Libia, il Marocco e anche l’Algeria, allora impegnata in un sofferto distacco dalla Francia. Dall’altro lato questa strategia rispondeva alla “politica del grande compratore”, volta a compensare la deficienza produttiva italiana in campo petrolifero con il ruolo di spregiudicato acquirente e un impegno in tal senso nello scenario internazionale. Questa strategia diede i propri frutti in occasione dell’accordo con l’Unione Sovietica, benedetto in seguito dal placet americano: in cambio di una fornitura di greggio a lungo termine, pari al 16% del fabbisogno italiano, l’ENI si impegnava a trasferire all’URSS un’ingente quantità di prodotti industriali, giovando enormemente a diverse imprese meccaniche facenti parte del gruppo ENI come il Nuovo Pignone e la SNAM.

A dispetto dei ricorrenti attriti tra Mattei e le Sette Sorelle, queste cercarono attivamente di includere l’ENI in una politica comune. Le dichiarazioni di Mattei riguardo ai rapporti dell’Algeria, con le quali subordinò l’apertura di trattative al raggiungimento dell’indipendenza del paese, misero in seria difficoltà il cartello, costretto a scegliere se schierarsi con gli indipendentisti algerini o con la Francia. Le posizioni di Mattei risultarono senz’altro sgradite a quest’ultima, e forse non è un caso se l’Organisation Armée Secrete, organismo armato francese clandestino, fece pervenire a Mattei una missiva in cui prometteva ritorsioni in caso di appoggio alla causa indipendentista. Un primo attentato fu sventato l’8 gennaio 1962, quando il pilota dell’aereo personale di Mattei scoprì quasi per caso un giravite fissato con del nastro adesivo a una delle pareti interne del motore. La sera del 27 ottobre di quell’anno l’aereo su cui Mattei stava tornando a Milano da Catania precipitò per causa ancora oggi ignote nelle campagne di Bascapè, in provincia di Pavia, uccidendo sul colpo tutti i suoi occupanti.

La tragica morte di Mattei è per certi versi la conclusione e la cifra di una vita illustre, vissuta costantemente sul filo di un azzardo, ispirato però da condizioni profonde. Una vita spesa con religiosa devozione e consacrata ad una missione che come una bussola ha illuminato il suo coraggioso cammino. Il colosso che contribuì a costruire in quei convulsi anni di ricostruzione fu ciò che lo spinse tra le braccia di quello che una sentenza del 2005 ha sancito essere un attentato, ma che allo stesso modo lo ha consacrato giustamente nelle pagine della storia dell’Italia repubblicana, della quale fu un protagonista di primaria grandezza.

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Nato nel 1996. Laureato in Storia delle Istituzioni Politiche all’Università di Bologna. Si occupa prevalentemente del Novecento, con una particolare attenzione per la seconda metà del secolo e per la teoria e prassi dei principali partiti europei.

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