“Era Obama” di Mario Del Pero. Qual è il lascito del Presidente?

Obama

Recensione a: Mario Del Pero, Era Obama. Dalla speranza del cambiamento all’elezione di Trump, Feltrinelli, Milano 2017, pp. 225, 18 euro (Scheda libro).


Uno dei topoi più seducenti nell’immaginario e nella narrazione «eccezionalista» è l’assunto secondo cui negli Stati Uniti l’ordinario incontri lo straordinario ogni giorno. Una visione che lo scorso 8 Novembre, all’osservatore più inesperto, poteva sembrare piuttosto grottesca: in seguito ad una delle campagne presidenziali più sconcertanti nella storia americana, l’elezione di Donald Trump ha ribadito sonoramente la crisi patologica che attraversa la politica statunitense. Una discontinuità così netta quella tra Obama e il suo successore, “tra la globalità cosmopolita e multirazziale incarnata e proiettata dal primo e l’insularismo scopertamente bianco e nazionalista del secondo” (p. 9), che comunque va contestualizzata: la retorica populista e xenofoba fatta propria dal tycoon newyorkese durante la campagna elettorale ha palesato quelle crepe che da tempo si erano intagliate nel tessuto socio-politico americano.

Ed è proprio a partire da questa drammatica realtà, dall’epilogo inaspettato di questi otto anni che Mario Del Pero ricostruisce magistralmente contraddizioni e complessità che hanno accompagnato l’avventura politica dell’amministrazione democratica. Una crisi di lungo periodo a cui, paradossalmente, aveva finito per contribuire inconsciamente il primo presidente afroamericano, colui che nel 2008 era stato acclamato come l’uomo in grado di imprimere una svolta in uno dei momenti più critici nella storia americana. Padre di famiglia, giurista affermato, protestante dalle origini e «radici globali», l’uomo che l’America dai mille volti e delle mille speranze aveva scelto come suo supremo leader era Barack Hussein Obama.

Nel primo capitolo l’autore riflette sulla portata simbolica di una figura in parte estranea alla leadership politica americana e sull’impatto che la sua immagine e il suo discorso politico ebbero nelle elezioni – per certi versi straordinarie – del 2008 e sulle iniziative del primo biennio. Fiero della sua «nerezza cosmopolita», frutto di una biografia esemplare, Obama rispecchiava la dinamicità etnico-demografica del paese – con le minoranze sempre più incalzanti negli equilibri della polity americana – e finì per introiettare e sfruttare elettoralmente – mai in forma sfacciatamente propagandistica e pubblica – il suo «essere nero» per la sua proposta politica; un’America più composita e multiforme, stanca della precedente grettezza neoconservatrice, era pronta a cucirsi nuovamente un vestito più liberal e a confrontarsi con tematiche sociali ed etiche – i matrimoni omosessuali e l’immigrazione – che prontamente furono intercettati da Obama e dal partito democratico. Ma la vittoria non fu così assoluta – tanto da poter parlare di «riallineamento elettorale» – poiché contribuirono in misura rilevante alcuni fattori, esogeni ed endogeni, che sfuggivano a qualunque previsione o programmazione definitiva: la recessione economica in seguito alla crisi finanziaria, l’eredità dei due mandati – tragici per la leadership e la reputazione statunitense nel mondo – di George W. Bush e il consolidamento di una polarizzazione partitica entro la quale si era insinuato un sempre meno velato populismo antipolitico. Fu su questi quattro elementi che Obama fu costretto a confrontarsi, rivelandosi in seguito come cornice entro la quale si sarebbe verificato lo iato tra le promesse e le aspettative, tra il capitale simbolico e il capitale politico del presidente: “Questo scarto tra il lirismo del discorso di Obama e il cauto realismo della sua azione politica […] avrebbe mostrato tutti i limiti del cambiamento e della rottura avvenuti con l’elezione del 2008” (p. 33). La crisi finanziaria finì, ingiustamente, per essere etichettata come la “crisi di Obama”, la cui risposta avrebbe determinato in larga parte il giudizio sull’amministrazione. Giunta con venti sempre più minacciosi, ma di fatto imprevedibili, aveva colpito – e si era propagata – proprio a partire dal pilastro della politica economica neoliberista di Bush, incentrata sul primato della ownership society e del modello immobiliare. L’eccessiva deregolamentazione dei movimenti di capitale e la bolla speculativa, che man mano crebbe, furono fatali. La proposta di Obama e della sua schiera di consiglieri – provenienti in gran parte da quel mondo finanziario tanto osteggiato dall’opinione pubblica – si articolò intorno a tre progetti, gli ultimi due i più ambiziosi e per conto dei quali si cercò di cogliere, nella funesta crisi, opportunità di riforma concrete: il salvataggio del mondo bancario, un piano ciclopico di investimenti pubblici (l’Arra, American Recovery and Reinvestment Act) e la riforma del sistema sanitario (meglio nota come “Obamacare”). Su tutti e tre si concentrarono severe critiche, perlopiù provenienti dall’opposizione repubblicana, che accusava l’inaccettabile aumento del debito pubblico e l’intrusione del big government nella gestione delle prerogative individuali; in un contesto altamente polarizzato ed ostile, con una popolarità progressivamente scemata a causa della collusione dell’amministrazione con Wall Street, con il Congresso paralizzato dall’ostruzionismo, Obama era di fatto messo in un angolo e sulla difensiva.

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Indice dell’articolo

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Pagina 2: Obama tra geopolitica e sfide elettorali

Pagina 3: Chi era Obama?


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Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l'Universita degli Studi di Torino nel 2015. Studia Storia Contemporanea a Bologna, interessato di Storia della politica estera americana, geopolitica e storia militare.

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