“Era Obama” di Mario Del Pero. Qual è il lascito del Presidente?
- 03 Maggio 2017

“Era Obama” di Mario Del Pero. Qual è il lascito del Presidente?

Scritto da Alberto Prina Cerai

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Obama tra geopolitica e sfide elettorali

Il secondo capitolo si proietta nell’analisi del contesto geopolitico internazionale, grazie al quale Barack Obama poté lanciarsi verso la sua ascesa alla presidenza come punto di rottura rispetto al passato. Anche in questo campo le aspettative dell’opinione pubblica interna ed internazionale erano altissime e le promesse in campagna elettorale, in un discorso fatto di un’alchimia tra idealismo e pragmatismo, subirono distorsioni inevitabili rispetto alla complessità dello scenario globale. L’unilateralismo neoconservatore, profondamente ideologizzato e irrazionale, aveva indebolito la credibilità e la leadership americana; la cura da proporre non poteva che essere incentrata sul ripristino del soft power nelle sue varie declinazioni. Moltissime sono state, in questo senso, le discussioni sull’esistenza di una coerente “dottrina Obama” comunque delineata dall’autore intorno a tre «pilastri» fondamentali: la refrattarietà nell’utilizzo dello strumento militare, la consapevolezza nel cambiamento delle priorità – e delle opportunità – nello scacchiere geopolitico e un nuovo «discorso di politica estera». In concreto significava dare importanza al body bad factor, ovvero alla progressiva riluttanza dell’opinione pubblica a voler sacrificare le vite dei propri patrioti e ad impegnarsi in guerre sempre più percepite come inutili e dispendiose. Fu anche per questo, oltre a ben più rilevanti aspetti politico-strategici, che l’amministrazione democratica spinse verso un graduale disimpegno dal Medio Oriente, in modo da incentivare alleati atlantici e locali a prendersi responsabilità troppe volte schivate e, contemporaneamente, all’introduzione dei droni per surrogare la demilitarizzazione della regione laddove – in Afghanistan e in altri teatri operativi – si sentiva l’obbligo di stanare e colpire con fermezza, precisione e segretezza i restanti network terroristici di Al-Qaeda. Il massimo risultato con il minimo sforzo, frutto tanto della supremazia tecnologica statunitense quanto della volontà di concentrare l’attenzione e le risorse verso le nuove sfide che giungevano dall’Estremo Oriente: il pivot to Asia “costituiva, nelle intenzioni [di Obama], una strategia pacifico-centrica” volta a dare risalto in primo luogo alle “interdipendenze più profonde […] proprio sull’asse Washington-Pechino” (p. 69); il tutto condito da una rinnovata fiducia nell’internazionalismo liberale ed umanitario, nella necessità di una gestione multilaterale per riaffermare gli Stati Uniti come la principale garanzia di stabilità del sistema, attraverso retoriche concilianti e di apertura. Una visione comunque fortemente ancorata al tema dell’eccezionalità e della indispensabilità del loro ruolo trainante con la figura di Obama, estremamente popolare, che avrebbe diminuito il diffuso antiamericanismo: “Particolarismo geopolitico e universalismo cosmopolita informarono e qualificarono le pratiche discorsive della politica estera obamiana […] Ed è su queste scelte – sulla capacità di sostanziare la retorica con i fatti […] che si sarebbero subito manifestati dilemmi e contraddizioni” (pp. 74-75). Dalla mancata chiusura del carcere di Guantánamo, al regime change fallito in Libia fino alle crisi siriana ed ucraina emergono alcuni dati inequivocabili: la fin troppa moderazione del presidente e il suo estremo pragmatismo in molte circostanze lo hanno condannato ad un crescente scetticismo dell’opinione pubblica, per il deteriorarsi incontrollato degli avvenimenti ai quali gli Stati Uniti dettero l’impressione di assistervi senza avere il controllo della situazione. Paradossalmente, pur nella volontà di sottrarsi al caos mediorientale, Obama finì per esserne coinvolto e responsabilizzato per il suo, in taluni casi, indietreggiamento di fronte alla comunità internazionale e tradito dall’inadeguatezza e dall’inaffidabilità dei partner europei, con i quali il rapporto non fu quasi mai idilliaco. Anche le relazioni d’interdipendenza con la Cina, tra le contraddizioni e le divergenze nel rapporto economico dei due colossi e le esigenze di security più stringenti per l’establishment cinese nel Mar Cinese Meridionale, dopo “otto anni di presidenza Obama […] si sono, se possibile, intensificate, laddove i vettori di competizione sono divenuti ancor più intensi” (p. 102).

Nella terza sezione si analizzano le tre grandi sfide elettorali – le elezioni di midterm del 2010 e 2014 e nel mezzo la rielezione del 2012 – che hanno cristallizzato una posizione sempre più difficile rispetto al Congresso. L’opposizione repubblicana divenne ostaggio di un populismo di destra galoppante, mobilitatasi intorno al Tea Party Movement; tanto causa quanto conseguenza di una polarizzazione sempre più inconciliabile con l’approccio bipartisan del presidente, non era che un coerente prodotto di quelle fratture culturali e politiche che ormai avevano allargato la forbice tra repubblicani e democratici, liberal e conservatori. L’attacco frontale al presidente e alla sua “persona” – gli stereotipi che lo accusavano di essere musulmano e di non possedere la cittadinanza americana – si unì all’invettiva contro il presunto statalismo tecnocratico dell’amministrazione: in una situazione già elettrizzata il risultato non poté che essere la perdita dei democratici della Camera nel 2010. Non poteva esserci situazione peggiore – quella di «governo diviso» – per affrontare un’altra spinosa questione: l’aumento del tetto del debito federale, che necessitava l’approvazione del Congresso. Dopo un’estenuante trattativa, con il rischio di default dietro l’angolo, l’accordo fu trovato nell’agosto del 2011: Obama avrebbe guadagnato sì capitale politico, ma l’approccio mediatore e la debolezza di fronte ad un passaggio procedurale – strumentalizzato dai repubblicani per indebolire il presidente – rivelò l’incapacità di agire con fermezza e di sfruttare i poteri conferitigli dalla Costituzione. Questo clima contornò anche la rielezione del 2012, con una maggioranza meno netta ma comunque ricalcante le percentuali e la distribuzione etnico-geografica di quattro anni prima; ciò che allarmava erano piuttosto l’incipiente disaffezione giovanile – sintomo di una disillusione nei suoi confronti e nella politica tout court – e la crescente antipatia della white middle class. Dall’entusiasmo contagioso del 2008 si era passati ad un cauto realismo che avrebbe plasmato la politica di Obama su tre temi caldi: controllo delle armi, immigrazione e tensioni razziali. Tre questioni intrecciate e rivelatrici di quanto “l’America obamiana non solo non era “postrazziale”, ma assisteva quasi impotente a una rinnovata razzializzazione dei suoi cleavages politici […] un razzismo bianco che pochi leader repubblicani avrebbero fronteggiato con la dovuta fermezza.” (p. 134). Di fronte ad una ripresa economica zoppicante, all’ascesa dell’Isis e alle rinnovate tensioni con la Russia di Putin l’impopolarità di Obama si tradusse in un vero e proprio referendum sull’amministrazione: le elezioni di medio termine del 2014 calarono la scure sulla coalizione democratica, la quale ne uscì sì sconfitta, ma con un Obama più spregiudicato e pronto a raccogliere nell’ultimo biennio importanti successi.

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Scritto da
Alberto Prina Cerai

Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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