“Eravamo comunisti” di Umberto Ranieri
- 10 Aprile 2021

“Eravamo comunisti” di Umberto Ranieri

Recensione a: Umberto Ranieri, Eravamo comunisti, Rubbettino, Soveria Mannelli 2021, pp. 112, 13 euro (scheda libro)

Scritto da Calogero Laneri

5 minuti di lettura

Benché impoverite dalle restrizioni imposte dalla crisi pandemica, le celebrazioni per il centenario della nascita del Partito comunista italiano sono state segnate dalla pubblicazione di una vasta mole di lavori. Nell’affastellarsi di iniziative editoriali si annoverano contributi di diversa natura: dalle rigorose indagini storiografiche alla memorialistica offerta da quanti, di quella vicenda storica, ne sono stati diretti protagonisti. Sebbene, per dirla con Annette Wieviorka, ogni testimonianza rappresenta inevitabilmente una «costruzione», l’incontro con quest’ultima tipologia di scritti racchiude sovente una inestimabile ricchezza: non quella della «verità dei fatti», come ci suggerisce la studiosa francese, ma la non meno indispensabile verità «di un’epoca e di un’esperienza»[1].

Se non, dunque, una pretesa verità dei fatti, in Eravamo comunisti Umberto Ranieri[2] offre lo sguardo di chi la storia del Pci la visse da un angolo di visuale ben preciso: quello del milieu che si è soliti collocare alla “destra” dell’organizzazione comunista. Una «tendenza» politica, ricorrendo ad una definizione di Richard Rose[3], che affonda le proprie radici nelle posizioni di Giorgio Amendola e che attraversa gli anni Ottanta costituendosi in area, alla fine del decennio, quando l’archiviazione del centralismo democratico inaugura una nuova stagione di discussione interna[4]. Di tale sensibilità politica, Ranieri è stato membro tra i più noti della generazione dei “quarantenni” che, a cavallo tra anni Ottanta e Novanta, animano la vita del partito nell’ultimo e tumultuoso atto del “secolo breve”.

Coerentemente con la sua collocazione nella geografia politica interna al partito, Ranieri ripercorre la vicenda storica del Pci soffermandosi in particolar modo su quei passaggi nei quali, a detta dell’autore, il partito abdica alla possibilità di recidere il proprio rapporto con Mosca, marcando la propria distanza dal Partito socialista italiano e, in ultima analisi, rinunciando alla possibilità di un inveramento della prospettiva riformista nel nostro Paese[5]. È nell’anno «spartiacque»[6] dell’intervento sovietico in Ungheria che per Ranieri si rivela in maniera lapalissiana quanto il mito sovietico, indubbia risorsa simbolica, rappresenti tuttavia un’ingombrante zavorra. Questa la tesi di fondo che accompagna il lettore lungo tutto il pamphlet: il Pci opera nei fatti un riformismo “pratico” che tuttavia, giacché incompatibile con la collocazione nel campo nel movimento comunista internazionale, viene continuamente negato come possibile orizzonte politico (p. 23). Sebbene all’interno di questa ineliminabile contraddizione, Togliatti – sostiene l’autore – ha l’indubbio merito di promuovere il superamento di quelle formule liturgiche che descrivono le riforme come mere rivendicazioni parziali. Tuttavia, se il segretario del Pci contribuisce indiscutibilmente all’inserimento nella vita democratica di masse popolari formatesi nel massimalismo, egli, si legge nel testo, ha il demerito di non aver avviato quell’opera di rinnovamento necessaria per candidare i comunisti al governo del Paese. Parallelamente, i rivolgimenti politici che si realizzano a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, culminanti nella stagione del centro sinistra, per Ranieri stanno alla base dell’occasione perduta «per vincere nella sinistra italiana la battaglia teorica e politica della scelta riformista» (p. 46). Se il coinvolgimento del Psi nell’area di governo non viene descritto, in toto, come un’esperienza priva di risultati, nell’idea dell’autore la sua sconfitta produce effetti profondi che segnano in negativo la capacità attrattiva del modello riformista. Ma è nella stagione craxiana che il «duello a sinistra»[7], in un «groviglio inestricabile di responsabilità», raggiunge il proprio culmine facendo pagare un caro prezzo ad entrambi i protagonisti. Per Ranieri, difatti, al gruppo dirigente comunista manca il «coraggio di riconoscere che la sinistra avrebbe potuto candidarsi al governo del Paese in alternativa alla Dc solo in presenza di un Psi capace di una propria originale caratterizzazione». Del pari, ai socialisti viene imputato il grave errore politico di non riconoscere l’importanza di sganciarsi da un’alleanza, quella con la Democrazia cristiana, la cui spinta si era oramai esaurita (pp. 62-64). Dopo i fatti del 1956, nella stagione del centro sinistra ed infine con l’ascesa di Bettino Craxi: questi i momenti in cui, per l’autore, il Pci avrebbe dovuto rescindere i legami con il mondo sovietico per emanciparsi dal campo comunista e giungere anzitempo alla scelta riformista. Un’interpretazione largamente diffusa e indubbiamente capace di cogliere talune verità, ma sulla quale, in alcuni passaggi, l’autore pare indugiare considerevolmente. Lo sguardo retrospettivo di Ranieri, difatti, talvolta tende a minimizzare quei vincoli congiunturali che, limitando le opportunità di rinnovamento del partito, finiscono per segnarne la storia.

Una particolare menzione meritano le pagine conclusive, attraverso le quali l’esperienza dei riformisti del Pci viene riletta a partire dalla figura di Giorgio Amendola. Lontano da certe semplificazioni stereotipate che a lungo ne hanno raccontato la vicenda politica, Ranieri ripercorre le «tracce» di quel revisionismo amendoliano che, se accolto, a giudizio dell’autore avrebbe potuto prospettare un «corso diverso della politica comunista». È una storia di minoranza, quella degli “amendoliani”, all’interno di un partito nel quale il frazionismo non è tollerato e per questo da Amendola mai incoraggiato. Eppure sarebbe fuorviante minimizzare l’esistenza di quel gruppo di dirigenti e militanti accomunati dalla «tensione unitaria verso la componente socialista della sinistra e un giudizio non liquidatorio della socialdemocrazia, la ricerca di una via che segnasse un superamento degli schemi ossificati nel leninismo, la polemica verso il corporativismo classista in nome dell’interesse generale e della centralità delle istituzioni rappresentative» (pp. 70-71). Un’eredità, questa, rivendicata dai riformisti che, sotto la guida di Giorgio Napolitano, si impegnano ad ancorare la svolta di Achille Occhetto alle «imprescindibili lezioni della democrazia liberale e al pensiero socialista democratico». Una battaglia difficile, scrive Ranieri, segnata da «resistenze, incertezze e ambiguità» e dalla quale i riformisti usciranno sconfitti (p. 78).

L’opera è infine impreziosita da un’appendice che consta di due testi dedicati a Giorgio Napolitano e Gerardo Chiaromonte, e dagli interventi di due figure, Biagio de Giovanni e Salvatore Veca, le cui riflessioni hanno rappresentato un imprescindibile riferimento per l’area riformista del Pci-Pds.

Nel chiedersi Quale eredità lascia il Pci?, de Giovanni, pessimisticamente, parla di una mera «storia consegnata alla “storia”»: il ricordo della promessa di un altro mondo possibile deprivato, tuttavia, dell’armamentario politico e culturale che aveva connotato quella vicenda politica (p. 94).

Prendendo anch’egli le mosse da un quesito – Perché eravamo comunisti? – Veca offre una paradossale riflessione: «eravamo comunisti anche per l’ammirazione e il rispetto nei confronti della moralità dei militanti del partito, del loro impegno e della loro dedizione» ma al tempo stesso, aggiunge il filosofo, «ci impegnavamo nella critica severa della costruzione ideologica e della fede che alimentava e sosteneva quella moralità» (pp. 102-103).

Aporie pressoché impossibili da sciogliere, che inevitabilmente attraversano ogni riflessione sulla parabola storica di quell’animale strano ma reale – per dirla con le parole di Togliatti – che a cento anni dalla sua nascita continua a presentarsi come un affascinante oggetto di riflessione.


[1] A. Wieviorka, L’era del testimone, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1999, la citazione è nelle pp. 142-143.

[2] Umberto Ranieri è stato deputato nella XII, XIII, XIV e XV Legislatura, Senatore nella XI Legislatura, Sottosegretario agli Affari Esteri in governi presieduti da Massimo D’Alema e Giuliano Amato e, dal 2006 al 2008, Presidente della Commissione esteri della Camera dei Deputati. Autore di diversi testi sulla storia della sinistra italiana, ha insegnato come professore a contratto alla Sapienza Università di Roma, all’Istituto Universitario Orientale di Napoli e all’Università Suor Orsola Benincasa.

[3] R. Rose, The problem of Party Government, New York, Penguin Books, 1976.

[4] Sul tema si veda E. Morando, Riformisti e comunisti? Dal Pci al Pd. I miglioristi nella politica italiana, Roma, Donzelli, 2010.

[5] Tra i suoi lavori più recenti che propongono questa chiave di lettura si rimanda a U. Ranieri, La sinistra e i suoi dilemmi, Venezia, Marsilio, 2005; Id., Napolitano, Berlinguer e la luna. La sinistra riformista tra il comunismo e Renzi, Venezia, Marsilio 2014; Id., Quella notte di novembre del 1989, Napoli, Guida, 2019.

[6] La definizione è di L. Canfora, 1956. L’anno spartiacque, Palermo, Sellerio, 2016.

[7] La nota espressione è tratta da G. Amato, L. Cafagna, Duello a sinistra. Socialisti e comunisti nei lunghi anni ‘70, Bologna, il Mulino, 1982.

Scritto da
Calogero Laneri

Ha conseguito la laurea magistrale in Scienze storiche presso l’Università di Bologna. Attualmente è Dottorando di ricerca in Scienze politiche all’Università di Pisa. I suoi interessi di ricerca ruotano intorno alla storia della sinistra italiana.

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