Erdoğan e la gestione della pandemia
- 05 Gennaio 2021

Erdoğan e la gestione della pandemia

Scritto da Massimo D'Angelo

7 minuti di lettura

Storia e profilo del Reis

Il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan (al potere ininterrottamente dal 2003) è stato spesso accostato ai leader populisti mondiali: Jair Bolsonaro, Donald Trump, Boris Johnson. Si tratta di categorizzazioni spesso utili ai fini giornalistici, che però non colgono la complessità delle strategie perpetrate da questi capi di Stato e di governo. Tra i leader della così detta “internazionale populista”, ci sono elementi in comune: fra tutti, la capacità di aggirare le istituzioni e creare rapporti diretti con “il popolo”. Essi negano il pluralismo, insistendo di essere gli unici rappresentanti legittimi della volontà popolare. Ciò richiede una notevole abilità strategica e retorica e, nell’era moderna, padronanza sia dei mass media convenzionali sia dei moderni social network[1]. Sono caratteristiche tipiche di questi leader che, come abbiamo detto, sono spesso accomunati tra loro. Ci sono anche altri elementi in comune, come ad esempio l’aperta ostilità per l’Unione Europea, oppure le istituzioni multilaterali più in generale.

Esistono molti motivi per accostare Erdoğan agli ai leader populisti di altri Paesi. Tuttavia, c’è il rischio che questo limiti un’analisi più attenta su colui che è ormai il padrone assoluto, il reis della Repubblica di Turchia. In tal senso, la crisi pandemica esplosa circa un anno fa, ha mostrato alcune importanti differenze coi suoi omologhi internazionali. Sin dal primo momento, Erdoğan non ha mai negato l’esistenza del virus, né l’ha definito una comune influenza o auspicato il raggiungimento dell’immunità di gregge. Al contrario, è stato veloce e sicuro nell’imporre tutte le misure di contenimento del Covid-19. Jeremy Rossman, virologo dell’Università del Kent, ha parlato alla BBC[2] di una Turchia che «ha risposto abbastanza rapidamente con la disponibilità di test, tracciabilità, isolamento e movimento». Il Presidente ha più volte invitato alla prudenza i suoi cittadini e si è mostrato spesso in pubblico indossando una mascherina. In una delle immagini più forti degli ultimi anni della sua presidenza, ossia l’ingresso nella Basilica di Santa Sofia riconvertita in moschea dopo quasi cento anni, il Presidente turco ha fatto bella mostra della mascherina che aveva con sé durante la preghiera.

Ad ogni modo, lo scopo di questo articolo non è certo quello di affrontare il tema della efficacia o meno delle misure del governo turco per contrastare la diffusione del virus. Ciò che si vuole fare, semmai, è capire perché dinnanzi a questa nuova sfida, il Presidente Erdoğan abbia adottato una linea molto diversa dai leader cui spesso viene accostato. Proviamo qui a comprenderne le ragioni.

Recep Tayyip Erdoğan possiede certamente i tratti tipici del leader populista. Per utilizzare le parole del Direttore del Journal of Democracy Larry Diamond, egli ha un particolare carisma nel mobilitare una massa intensamente fedele, ha la capacità di demonizzazione cinica di oppositori e osservatori indipendenti, possiede un astuto fiuto strategico su come delegittimare ed emarginare le élite contro cui sovente si scaglia; infine, propone una visione ultra-maggioritaria della democrazia. Erdoğan arriva al potere nel 2003, come Primo Ministro della Repubblica Turca. In questi diciassette anni, il suo potere si è espanso: nel 2014 è stato il primo Presidente della Repubblica turca direttamente eletto dal popolo; nel 2018 la Turchia è divenuta una Repubblica presidenziale. Tuttavia, Erdoğan sembra essere un leader “pre-populista” (o forse, semplicemente precursore), se lo paragoniamo ai suoi pari statunitense o brasiliano. Erdoğan non deve infatti la sua fortuna politica all’utilizzo dei social media. Le sue doti comunicative sono certo riconosciute da tutti, ma arriva alla guida del governo turco a seguito del vasto consenso che si era creato attorno a sé quando era sindaco di Istanbul. In quegli anni (1994-1998) infatti, è riuscito a modernizzare la città, a risolvere alcune piaghe storiche di Istanbul, come ad esempio la rete fognaria che rendeva l’aria irrespirabile. È stato senza dubbio colui che ha posto le basi per la grande trasformazione che Istanbul ha subito negli ultimi 20-30 anni, riportandola all’antico splendore e rendendola una tra le più belle capitali europee.

Prima della sua esperienza da sindaco, Erdoğan doveva la sua fortuna al suo ruolo di responsabile provinciale del partito islamista Refah Partisi (il Partito del Welfare). In quel contesto, fu in grado di stabilire una fittissima rete capillare, aprendo nuove sezioni del partito in tutta la città e assicurandosi una base numerosa e solida di propri seguaci. Erdoğan ha così maturato in molti decenni un profilo politico solido e oggi è il leader politico europeo di più lunga durata. Infine, per quanto nel corso della sua carriera politica si sia spesso scagliato contro le élite al potere, ponendosi come “uomo del popolo”, la sua retorica si è raramente rivolta contro la scienza e la ricerca scientifica.

 

La guerra delle mascherine e l’eccezionalità turca

A livello globale, leader populisti di destra e leader autoritari hanno riprodotto uno scenario abbastanza simile, più o meno ovunque. Il Presidente del Brasile, Jair Bolsonaro ha bollato il coronavirus come «isteria», un «trucco mediatico» e una «piccola influenza» e ha incoraggiato le persone a infrangere i regolamenti dei governatori statali. In Bielorussia, il presidente Alexander Lukashenko ha descritto il virus come una «psicosi», incoraggiando le persone a bere vodka e frequentare le saune per resistervi. Donald Trump, che inizialmente, come Bolsonaro, ha paragonato la malattia a una comune influenza, ha definito la risposta dei democratici una «bufala» e ha detto che il virus sarebbe «scomparso». In uno dei dibattiti presidenziali avuti con il Presidente eletto Joe Biden, Trump scherniva l’avversario per l’utilizzo costante della mascherina. Sempre in questi Paesi, credere all’esistenza e alla pericolosità di questo virus, così come rispettare le misure di distanziamento e protezione, sono diventati oggetto di scontro politico. Alcune ricerche condotte dall’istituto americano PEW[3] (2020), mostrano ad esempio come negli Stati Uniti, gli elettori del Partito Repubblicano siano molto meno inclini a ridurre le interazioni sociali per limitare la profusione del virus, rispetto agli elettori del Partito Democratico.

Le cose appaiono ben diverse in Turchia. Il Presidente della repubblica Erdoğan, non solo non ha mai parlato del virus come di una invenzione, ma si è più volte rivolto ai cittadini turchi perché rispettassero tutte le misure di contenimento. E recentemente, ha di nuovo invitato al rispetto del «TMM», in turco Maske – Mesafe – Temizlik (mascherina, distanza e pulizia). Nelle ultime settimane, inoltre, il governo è tornato a imporre un nuovo lockdown nazionale. Le misure prevedono un coprifuoco notturno, la chiusura di tutte le scuole, la possibilità per caffè e ristoranti di lavorare solo per le consegne a domicilio e l’asporto.

La gestione della pandemia, dunque, offre degli spunti interessanti. La Turchia, infatti, è considerata uno dei Paesi più polarizzati al mondo[4]. Il dibattito politico tra i vari partiti è infatti accesissimo. Circa metà del Paese vede Erdoğan come uno spietato dittatore, mentre l’altra metà lo considera il salvatore, che ha finalmente dato voce ad una fetta di popolazione per decenni tenuta in disparte. Lo scontro acceso tra le forze politiche non deve stupirci: spesso, in quelli che vengono definiti “autoritarismi competitivi” – categoria all’interno della quale possiamo facilmente inserire la Turchia lo scontro politico è molto forte. Tuttavia, inspiegabilmente la lotta e il contrasto al coronavirus non sono entrati all’interno della battaglia politica. Diversamente da quanto accaduto negli altri Paesi – si vedano ad esempio gli Stati Uniti – non c’è stata l’appropriazione, da parte di alcuna forza politica, di istanze apertamente negazioniste rispetto al Covid-19. Si tratta di un positivo segno di maturità delle forze di opposizione, dal socialdemocratico Partito Repubblicano al filo curdo Partito Democratico del Popolo. Nonostante queste forze abbiano spesso contrastato duramente il presidente Erdoğan, si sono dimostrate più “responsabili” di tante forze politiche occidentali sul fronte Covid-19.

Una delle possibili spiegazioni risiede nel fatto che, negli ultimi anni, questi partiti hanno conquistato importanti posti di governo, almeno locale. Tra tutti, c’è la città di Istanbul, megalopoli con oltre 15 milioni di abitanti, che oggi è governata dal principale partito d’opposizione nazionale, il Partito Repubblicano. Ciò ha certamente fatto sì che la più grande forza d’opposizione assumesse un ruolo di responsabilità massima nella gestione dell’emergenza da Covid-19.

 

Una nuova internazionale?

Ci sono anche altri aspetti che questa vicenda ci permette di considerare. Da tempo infatti, gli studiosi più attenti dei fatti di Turchia, registrano un lento ma costante avvicinamento di Erdoğan a nuovi stili comunicativi e politici. Si tratta di qualcosa forse ancora a livello embrionale, ma da non sottovalutare. Innanzitutto perché il presidente turco ha sempre mostrato un grande fiuto politico, e inoltre perché le vicende degli ultimi anni sembravano averlo posto in una situazione di crescente difficoltà. Non dovremmo dunque stupirci se cercasse nuove strategie, come quando a partire dal 2007 abbandonò del tutto la sua agenda europeista. In ambiente accademico, ad esempio, c’è chi ha iniziato ad accostare lo stile del presidente turco non più e non tanto a quello di Donald Trump, Jair Bolsonaro o Boris Johnson, bensì a quello del Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu e del corrispettivo indiano Narendra Modi. Come alcuni studi rilevano[5], potrebbe essere ancora troppo presto per consacrare questo nuovo stile come un nuovo modello di populismo in Turchia, India e Israele. Tuttavia, essi oggi presentano dei marcati tratti comuni.

Si tratta, innanzitutto, di democrazie molto fragili e con una fortissima polarizzazione al proprio interno. Questi tre leader, dal profilo politico certamente più solido e longevo rispetto ai vari Bolsonaro, Trump, Johnson, non hanno (troppo) bisogno di utilizzare lo strumento delle fake news, o dei social media per spaccare una società già divisa al proprio interno. Semmai, questi leader cercano di acuire lo scontro all’interno delle proprie società facendo leva sui elementi diversi, quali ad esempio religione, etnia, nazionalismo.

Sebbene sia facile ascrivere Netanyahu, Modi ed Erdoğan all’interno del grande populismo globale, questi profili rimangono in parte distinti dagli altri. Innanzitutto, come già detto, questi tre leader operano in delle società fortemente divise e polarizzate. Inoltre, si trovano in aree geopolitiche ben più complesse. I rapporti con i vicini sono spesso più tesi rispetto a molti altri Paesi. È capitato che Turchia, Israele e India abbiano dovuto confrontarsi militarmente non solo con i popoli confinanti ma anche con etnie presenti al proprio interno. Si tratta di criticità che esasperano ancora di più la divisione all’interno del Paese.

Trattandosi di fratture di carattere etnico, religioso o nazionale, esse sono potenzialmente ben più esplosive rispetto a quelle presenti nei Paesi occidentali. Dunque, almeno in questa occasione, la strategia di Erdoğan sembra essere stata quella di unificare – o meglio uniformare – un unico grande popolo. L’idea nuova del Presidente turco sembrerebbe essere quella di mobilitare un indefinito popolo, che egli stesso definisce “il popolo”, come unica, autentica incarnazione di tutti i turchi. Si tratta di un’operazione di rimozione di qualsiasi differenza interna, per poter definitivamente assurgere al ruolo di guida indiscussa di un unico grande popolo, quello turco. In estrema sintesi, in un Paese già estremamente polarizzato (laici e islamisti, curdi e turchi, asiatici e occidentali) una nuova ulteriore frattura tra negazionisti e sostenitori dell’esistenza del Covid-19 non avrebbe di certo favorito il nuovo corso della politica del Reis.


[1] L. Diamond, Democratic regression in comparative perspective: scope, methods, and causes, «Democratization», 1–21 (2020).

[2] O. Guerin, How Turkey Took Control of Virus Emergency, «BBC News», 29 maggio 2020.

[3] P. Van Kessel e D. Quinn, Both Republicans and Democrats Cite Masks as a Negative Effect of COVID-19, but for Very Different Reasons, Pew Research Center, 29 ottobre 2020.

[4] S. Çakır, Polarized partisanship, over-stability and partisan bias in turkey, «Turkish Studies», 1–27 (2019).

[5] J. M. Rogenhofer e A. Panievsky, Antidemocratic populism in power: comparing Erdoğan’s Turkey with Modi’s India and Netanyahu’s Israel, «Democratization», 1–19 (2020).

Scritto da
Massimo D'Angelo

Attualmente svolge il dottorato di ricerca presso l’Institute for Diplomacy and International Governance dell’Università di Loughborough (Londra). Le sue ricerche riguardano principalmente Turchia, processi di democratizzazione e promozione internazionale degli autoritarismi.

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