Fantozzi: il comico e il tragico della piccola borghesia italiana

Fantozzi

Il 3 luglio 2017 si è spento a Roma Paolo Villaggio, ricoverato da alcuni giorni in una clinica privata della Capitale per curarsi dal diabete, malattia che lo tormentava da tempo. Villaggio, genovese classe 1932, è stato uno dei protagonisti del mondo dello spettacolo italiano per quasi mezzo secolo, dalle prime apparizioni a Quelli della domenica a fine anni Sessanta sino alle ultime interviste rilasciate poco prima di spirare; una parabola segnata da alti e bassi che ha consacrato il genovese facendolo entrare a pieno titolo nel pantheon dei personaggi televisivi italiani. Famoso per i suoi personaggi originali e esuberanti, quali il Professor Kranz e Giandomenico Fracchia, Villaggio ha raggiunto il culmine della sua carriera portando sullo schermo il ragionier Ugo Fantozzi, comparso nei cinema italiani nel 1975.

Quello di Fantozzi è un personaggio curioso ed emblematico che nel tempo ha saputo conquistarsi il privilegio di rappresentante di una certa categoria sociale consolidatasi negli anni Sessanta e Settanta del Novecento italiano: la classe media impiegatizia. Ugo Fantozzi è un ragioniere assegnato all’ufficio sinistri di un’enorme ditta romana dal nome impronunciabile, l’azienda è caratterizzata da una ferrea gerarchia interna e assume i tratti di una società castale pre-moderna, in cui gli impiegati dell’ultima classe (la 12ª, la classe di Fantozzi) sono tenuti a un atteggiamento servile nei confronti dei superiori, i quali hanno persino il potere di esercitare violenza fisica sui subalterni. La Megaditta fantozziana simboleggia l’apparato burocratico-amministrativo degli imperi industriali figli del boom degli anni Cinquanta, corredato da veri e propri eserciti di colletti bianchi inquadrati e disciplinati. I dipendenti sono perlopiù maschi diplomati e possiedono una qualifica che si traduce in un vero e proprio “marchio” capace di definire l’individuo nella sua totalità, creando così un’immediata adesione fra ruolo nell’azienda e ragione di vita. La dirigenza, con i suoi bizzarri e improbabili titoli (Mega Direttore Naturale, Mega Direttore Clamoroso), è composta invece da nobili e cavalieri di gran croce, talvolta identificati da cariche che suggerirebbero un’attitudine criminosa e comportamenti poco corretti (Gran. Mascalzon., Gran. Farabut., Figl. di Putt.).

La Megaditta fantozziana è un’allegoria dello sfruttamento aziendale che si declina tramite una rigida stratificazione, presentata come trasposizione sul luogo del lavoro delle naturali differenze che intercorrono fra comandati e comandanti; il sangue blu dei dirigenti legittima l’imporsi di una piramide di stampo feudale in cui la mobilità sociale figura come un miraggio per molti dipendenti. Il meccanismo di fidelizzazione del dipendente si concretizza tramite la partecipazione forzata ad attività extra-lavorative alienanti che hanno come scopo una mutazione antropologica in grado di rendere il profilo umano del lavoratore compatibile solo ed esclusivamente con l’attività svolta nella “catena di montaggio” aziendale. E così lo sport, la cultura e la vita mondana dei dipendenti sono regolati dalla dirigenza che inscena competizioni (famosa la coppa cobram, gara ciclistica aziendale, o le olimpiadi aziendali) utili a stravolgere i rapporti di subalternità interni al terzo stato della ditta. I vincitori hanno difatti la possibilità di ascesa all’interno della galassia aziendale mentre gli ultimi classificati rischiano licenziamento o contratti di servitù volontaria, a conferma della loro inettitudine a svolgere anche un misero lavoro salariato.

Non solo, la ditta si riserva anche il privilegio di acculturare e deculturare i dipendenti tramite i cineforum e di legittimare il proprio potere, naturalmente acquisito, organizzando cene in cui i dipendenti hanno l’onore di mangiare a pochi metri di distanza dalla dirigenza. I cineforum si rivelano uno strumento per svuotare di significato le manifestazioni culturali (in quegli anni in mano agli intellettuali, di sinistra per antonomasia) e togliere le arti ai “sovversivi” rendendole un feticcio manipolabile dall’élite; è così che uno dei gerarchi dell’azienda propone un film di propaganda comunista e si trova di fronte un pubblico annoiato che usa film-spazzatura e battute volgari come arma contro il potere. Le cene di gala rappresentano, al contrario, un momento di avvicinamento dei superiori con gli inferiori, privati anche del nome proprio (la contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare non conosce altro modo per chiamare Fantozzi che non sia “impiegato”) e tenuti a debita distanza dalla crème aziendale.

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Nato a Perugia nel 1989, concluso il liceo si è spostato a Bologna per conseguire i suoi studi, Si è laureato in Scienze Filosofiche all'Università di Bologna nel 2014 con una tesi su sfera pubblica e esclusione. Attualmente collabora con due riviste e lavora come tutor presso un’azienda che offre servizi agli studenti universitari.

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