Fantozzi: il comico e il tragico della piccola borghesia italiana
- 06 Luglio 2017

Fantozzi: il comico e il tragico della piccola borghesia italiana

Scritto da Andrea Germani

5 minuti di lettura

Il 3 luglio 2017 si è spento a Roma Paolo Villaggio, ricoverato da alcuni giorni in una clinica privata della Capitale per curarsi dal diabete, malattia che lo tormentava da tempo. Villaggio, genovese classe 1932, è stato uno dei protagonisti del mondo dello spettacolo italiano per quasi mezzo secolo, dalle prime apparizioni a Quelli della domenica a fine anni Sessanta sino alle ultime interviste rilasciate poco prima di spirare; una parabola segnata da alti e bassi che ha consacrato il genovese facendolo entrare a pieno titolo nel pantheon dei personaggi televisivi italiani. Famoso per i suoi personaggi originali e esuberanti, quali il Professor Kranz e Giandomenico Fracchia, Villaggio ha raggiunto il culmine della sua carriera portando sullo schermo il ragionier Ugo Fantozzi, comparso nei cinema italiani nel 1975.

Quello di Fantozzi è un personaggio curioso ed emblematico che nel tempo ha saputo conquistarsi il privilegio di rappresentante di una certa categoria sociale consolidatasi negli anni Sessanta e Settanta del Novecento italiano: la classe media impiegatizia. Ugo Fantozzi è un ragioniere assegnato all’ufficio sinistri di un’enorme ditta romana dal nome impronunciabile, l’azienda è caratterizzata da una ferrea gerarchia interna e assume i tratti di una società castale pre-moderna, in cui gli impiegati dell’ultima classe (la 12ª, la classe di Fantozzi) sono tenuti a un atteggiamento servile nei confronti dei superiori, i quali hanno persino il potere di esercitare violenza fisica sui subalterni. La Megaditta fantozziana simboleggia l’apparato burocratico-amministrativo degli imperi industriali figli del boom degli anni Cinquanta, corredato da veri e propri eserciti di colletti bianchi inquadrati e disciplinati. I dipendenti sono perlopiù maschi diplomati e possiedono una qualifica che si traduce in un vero e proprio “marchio” capace di definire l’individuo nella sua totalità, creando così un’immediata adesione fra ruolo nell’azienda e ragione di vita. La dirigenza, con i suoi bizzarri e improbabili titoli (Mega Direttore Naturale, Mega Direttore Clamoroso), è composta invece da nobili e cavalieri di gran croce, talvolta identificati da cariche che suggerirebbero un’attitudine criminosa e comportamenti poco corretti (Gran. Mascalzon., Gran. Farabut., Figl. di Putt.).

La Megaditta fantozziana è un’allegoria dello sfruttamento aziendale che si declina tramite una rigida stratificazione, presentata come trasposizione sul luogo del lavoro delle naturali differenze che intercorrono fra comandati e comandanti; il sangue blu dei dirigenti legittima l’imporsi di una piramide di stampo feudale in cui la mobilità sociale figura come un miraggio per molti dipendenti. Il meccanismo di fidelizzazione del dipendente si concretizza tramite la partecipazione forzata ad attività extra-lavorative alienanti che hanno come scopo una mutazione antropologica in grado di rendere il profilo umano del lavoratore compatibile solo ed esclusivamente con l’attività svolta nella “catena di montaggio” aziendale. E così lo sport, la cultura e la vita mondana dei dipendenti sono regolati dalla dirigenza che inscena competizioni (famosa la coppa cobram, gara ciclistica aziendale, o le olimpiadi aziendali) utili a stravolgere i rapporti di subalternità interni al terzo stato della ditta. I vincitori hanno difatti la possibilità di ascesa all’interno della galassia aziendale mentre gli ultimi classificati rischiano licenziamento o contratti di servitù volontaria, a conferma della loro inettitudine a svolgere anche un misero lavoro salariato.

Non solo, la ditta si riserva anche il privilegio di acculturare e deculturare i dipendenti tramite i cineforum e di legittimare il proprio potere, naturalmente acquisito, organizzando cene in cui i dipendenti hanno l’onore di mangiare a pochi metri di distanza dalla dirigenza. I cineforum si rivelano uno strumento per svuotare di significato le manifestazioni culturali (in quegli anni in mano agli intellettuali, di sinistra per antonomasia) e togliere le arti ai “sovversivi” rendendole un feticcio manipolabile dall’élite; è così che uno dei gerarchi dell’azienda propone un film di propaganda comunista e si trova di fronte un pubblico annoiato che usa film-spazzatura e battute volgari come arma contro il potere. Le cene di gala rappresentano, al contrario, un momento di avvicinamento dei superiori con gli inferiori, privati anche del nome proprio (la contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare non conosce altro modo per chiamare Fantozzi che non sia “impiegato”) e tenuti a debita distanza dalla crème aziendale.

Fantozzi e la borghesia italiana

Villaggio con il suo Fantozzi ha voluto descrivere una categoria sociale in evoluzione nell’Italia repubblicana, quella dell’impiegato mediamente istruito e mediamente stipendiato che rappresenta un minuscolo tassello della ciclopica macchina burocratica che fa da supporto al mondo industriale. La condizione di impiegato qualificato gli permette di inserirsi nel mondo del ceto medio e ambire a piccoli miglioramenti che non sono strutturali (come, ad esempio, il trasferimento da un appartamento a una villa) ma di contorno (il trasferimento in un appartamento leggermente più grande). I vari Fantozzi italiani sono i piccolo-borghesi conservatori che negli anni della contestazione temevano il disordine e la conflittualità endemica provocati dalle rivolte; essi si rifugiavano sotto l’ala protettiva della dirigenza e sceglievano di difendere il diritto del padrone conoscendo i benefici di questa condizione, primo su tutti la stabilità, che si configurava come possibilità di avere un pasto caldo, un tetto sulla testa, una settimana di vacanza a Riccione, un’utilitaria Fiat in garage e un abito delle grandi occasioni dentro l’armadio. Questo punto è evidenziato quando Fantozzi torna sui suoi passi dopo un breve processo di radicalizzazione di cui è responsabile Folagra (unico comunista della ditta, a tal proposito schernito ed emarginato) che lo aveva portato a un atto di ribellione provocato da una scoperta sconvolgente: “per vent’anni mi hanno lasciato credere che mi facevano lavorare solo perché loro sono buoni!”.

Fantozzi non ambisce a migliorare la condizione degli impiegati, tramite le lotte sociali, né a diventare un impiegato di prima classe (visto che non gode della self-confidence e dell’arroganza cafona di Calboni) se non passando per mezzucci occasionali (come un’eventuale sconfitta a biliardo contro il Conte Catellani che gli avrebbe fatto fare qualche “scatto”). Fantozzi punta solo a non essere licenziato: è l’antieroe che vuole sopravvivere e si rifugia nella mediocrità di una vita squallida di cui apprezza poco e nulla, rinunciando a far valere le sue abilità pratiche (tutto l’ufficio gli affibbia il proprio lavoro perché sa che Fantozzi è un lavoratore capace e instancabile) per paura di osare e rischiare di perdere quel poco che ha. L’ansia di avere una certa rispettabilità, di non sfigurare a causa della moglie e della figlia (tanto da arrivare a fingere di non conoscerle in pubblico), di essere all’altezza di un’amante (la tanto agognata signorina Silvani) uniti a un formalismo maniacale e a un servilismo untuoso ne fanno una parodia del ceto medio ingenuamente contro-rivoluzionario, forse un po’ vigliacco, abituato ad accettare sconfitte e umiliazioni pur di non finire in mezzo a una strada (da qui la preoccupazione di “votare bene”, ovvero far eleggere chiunque assicuri da mangiare a moglie e figli).

Fantozzi subisce le stesse convenzioni sociali divenute punti fermi della moderna borghesia maschile e si trova costretto a prenderne parte: le vacanze al mare o in montagna, le funzioni religiose, la vita mondana, lo shopping della moglie, la pratica sportiva, gli anniversari e i compleanni, gli eventi aziendali dal basso (le organizzazioni Filini) e dall’alto (le partite di biliardo organizzate da Catellani e la serata al Casinò con l’ingegner Semenzara). Gli unici momenti di piacere sono le piccole gioie proletarie (la frittata con le cipolle, il rutto libero, il mercoledì di coppa) che fanno di Fantozzi un popolano munito di diploma e camicia stirata che tenta disperatamente di inserirsi in maniera indolore nella classe media nazionale uscendone sempre sconfitto ma, perlomeno, rasserenato dal non aver perso quei piccoli privilegi di cui gode un ragioniere.

Villaggio con il suo Fantozzi voleva deridere, senza mai umiliare, tutto quel ceto medio che baciava le proprie catene e accettava di fare da zerbino al padronato, idea sviluppata magistralmente nei primi due capitoli, datati rispettivamente 1975 e 1976, diretti da Luciano Salce. Nei successivi otto film la critica sociale andrà piano piano scomparendo di pari passo con il successo e la “rispettabilità” del personaggio Fantozzi, diventato a fine anni Novanta poco più di un vecchio rimbambito che fa sorridere con le sue movenze grottesche. Resta comunque l’ardore dei primi anni e del periodo di formazione e consolidamento della maschera-Fantozzi, l’ultima maschera del cinema italiano, come lo hanno definito, forse a ragione, alcuni critici.

Scritto da
Andrea Germani

Nato a Perugia nel 1989, concluso il liceo classico si è spostato a Bologna per studiare Filosofia, attualmente è Dottorando in Diritto e Scienze Umane all’Università dell’Insubria dove si occupa di Filosofia Politica. Collabora da anni con la rivista online Deckard e svolge occasionalmente attività didattiche all'Università.

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