“Fare un patto”: tempo, responsabilità, cambiamento. Intervista a Matteo Maria Zuppi
- 01 Settembre 2021

“Fare un patto”: tempo, responsabilità, cambiamento. Intervista a Matteo Maria Zuppi

Scritto da Giacomo Bottos

12 minuti di lettura

 Il concetto di “patto” evoca significati profondi in un tempo come quello in cui viviamo, segnato dall’esperienza della pandemia, che ha messo alla prova individui e comunità. In questa intervista a Matteo Maria Zuppi, Cardinale e Arcivescovo di Bologna, si riflette sull’emergere di una nuova responsabilità condivisa, anche alla luce della riflessione e delle encicliche di Papa Francesco, approfondendo alcune delle tematiche – lavoro, demografia, saperi – centrali nel Patto per il Lavoro e per il Clima promosso dalla Regione Emilia-Romagna.


Per capire se e come un’iniziativa come il Patto per il Lavoro e per il Clima possa essere utile e importante, occorre innanzitutto ragionare sulle caratteristiche strutturali e presenti di una comunità come quella emiliano- romagnola. Ci troviamo sicuramente di fronte a un territorio che può contare su punti di forza e risorse maggiori rispetto a quelli presenti in altri luoghi, ma anche qui vi sono degli elementi di fragilità. Questi erano in parte già presenti e la crisi innescata dalla pandemia li ha accresciuti, aggiungendo una nuova dimensione, si potrebbe dire anche antropologica, portando tutti a doversi confrontare con una dimensione dell’umano che prima non era messa in questione. Partirei dunque da una riflessione su questo, sul contesto sociale e sul suo cambiamento in tempi recenti in relazione a questo concetto di fragilità.

Matteo Maria Zuppi: Questa domanda richiede uno sforzo di riflessione, tanta intelligenza e tanta capacità di lettura della realtà e di quelli che, in termini ecclesiali, chiameremmo i “segni dei tempi”. L’attenzione ai “segni dei tempi” e l’impegno chiesto a tutti i cristiani per riconoscerli e interpretarli sono tra le grandi scoperte del Concilio Vaticano II. Il tempo non è una dimensione accessoria – o addirittura secondaria –, è fondamentale per vivere l’impegno cristiano e occorre dunque oggi provare a non disperdere ciò che la tempesta che stiamo attraversando ci ha rivelato. La pandemia ha infatti approfondito le disuguaglianze esistenti e ne ha create di nuove, in forme inedite, ma allo stesso tempo ha spalancato il nostro sguardo proprio sulle molteplici fragilità della nostra società. Se saremo in grado di metterla a frutto, questa nuova consapevolezza potrà generare anche un senso di responsabilità rinnovato, e portare ad un vero cambiamento. Occorre una grande visione che ci dia non solo la capacità di attraversare il guado del momento che stiamo vivendo, ma anche quella di costruire “ponti” per agevolare il percorso a chi verrà dopo di noi. Possiamo cogliere questo aspetto anche a partire dalle nostre vite. Quando ci troviamo a vivere l’esperienza di una grave malattia possiamo uscirne migliori, più consapevoli, più avveduti, più determinati, traendo da questo vissuto la consapevolezza che non c’è altro tempo da perdere e che è il momento di dedicarsi alle cose che riteniamo importanti. Oppure possiamo essere talmente segnati, da pensare ormai che la nostra vita sia incrinata e perdere la speranza o, ancora, possiamo cercare di recuperare la “normalità”, tentando di tornare esattamente alla situazione precedente – una scelta spesso dissennata, perché ovviamente non siamo più “come prima” –. Quella del ritorno alla normalità è una grande tentazione, per le persone e per la società. Non è facile né scontato cambiare pur avendo vissuto un’esperienza drammatica. Ciò non toglie che con la pandemia ci troviamo davanti ad una straordinaria opportunità di cambiamento, e le nostre scelte saranno decisive nel determinare il percorso futuro della nostra società. Quello delle conseguenze delle nostre scelte è un tema centrale e anche su questo dovremmo maturare una maggiore consapevolezza, superando quell’illusione prospettica in cui spesso viviamo, che ci porta a pensare di poter sempre cambiare in corso d’opera, ritardando indefinitamente ogni assunzione di responsabilità, non considerando mai nulla come decisivo. Personalmente, ho avuto la fortuna di poter riflettere su questo aspetto fin da giovane, anche a partire da un particolare della mia esperienza familiare. Mio padre faceva il giornalista e mi portava spesso in tipografia. Allora si usavano ancora i caratteri tipografici di piombo e quando qualcuno sbagliava non mancavano le imprecazioni, perché era subito evidente come quello che era stato fatto aveva delle conseguenze non facilmente modificabili. Oggi viviamo in un’epoca digitale e di questo abbiamo molta meno consapevolezza. È chiaro, però, che le nostre azioni hanno ancora delle conseguenze. Proprio la pandemia ce lo ha mostrato con grande chiarezza: basti pensare alle parole improvvide dei tanti che hanno seminato incoscienza, delle quali paghiamo ancora le conseguenze. O pensiamo anche a tutti quelli che hanno diffuso l’idea che esistesse una soluzione facile e immediata, che bastasse un breve e grande sforzo per liberarsi dal virus e tornare subito alla “normalità”. Oggi invece ci misuriamo non soltanto con la nostra vulnerabilità ma anche con la fatica della vittoria, con lo sforzo prolungato che richiede il confronto con i momenti drammatici del nostro tempo. Anche le lezioni che dovremmo essere in grado di trarre dal nostro presente possono essere apprese solo con grande fatica. È come se vivessimo in una casa a cui nel tempo siano stati aggiunti sempre più ambienti, elementi architettonici e fronzoli superflui, senza intervenire sulla struttura. Quando la pandemia ha fatto crollare le tante superfetazioni della nostra casa abbiamo aperto gli occhi e ci siamo posti nuovamente il problema delle fondamenta, di una costruzione duratura, per noi e per le prossime generazioni. Ho avuto modo di pensare a questo anche grazie ad esperienze molto concrete, avendo partecipato in questi anni a numerose riaperture di chiese terremotate. Parlando con gli ingegneri e i tecnici, ho scoperto che i problemi più complessi – oltre ai crolli maggiori – erano emersi dove apparentemente non si vedevano e non ci si aspettava di trovarli. Le lesioni si trovavano nei punti in cui le congiunture dell’edificio erano più fragili, o perché il materiale usato era più scadente o perché era mancata la cura dell’uomo. È lì che il terremoto ha colpito, restituendoci anche una grande “radiografia” che ci ha permesso di vedere le tante debolezze che prima nessuno aveva colto. Analogamente al terremoto, anche la pandemia ci restituisce una radiografia delle nostre società, che dobbiamo saper leggere e da cui occorre trarre una spinta di cambiamento di ciò che vi è in esse di negativo, che riusciamo ora a cogliere meglio. Non dobbiamo agire soltanto su ciò che ci conviene cambiare nell’immediato. Dobbiamo provare a capire cosa vogliamo essere nel nostro futuro e su questa riflessione lanciare una grande scommessa.

 

In questo contesto di crisi così complesso, anche le risposte che le istituzioni hanno provato a dare sono state necessariamente articolate su vari livelli. Vi è stata la grande iniziativa a livello europeo, poi la risposta all’emergenza e l’attuale strategia per la ripartenza a livello nazionale, e infine anche un’azione importante a livello regionale e locale. Il Patto per il Lavoro e per il Clima della Regione Emilia-Romagna si inserisce in questo quadro. Cosa pensa di questa risposta e del concetto di “patto”? Sui temi delle transizioni complesse che stiamo affrontando può venire un’ispirazione e una prospettiva anche dal pensiero e dalle encicliche di Papa Francesco?

Matteo Maria Zuppi: Su questo tema io rifletto moltissimo, perché credo profondamente che le due encicliche del Papa, Laudato si’ da una parte e Fratelli tutti dall’altra, ci aiutino a capire quello che stiamo vivendo e soprattutto a darci una prospettiva affinché questo momento sia davvero l’avvio di un percorso decisivo e costruttivo. In questo contesto il concetto di “patto”, a cui fa riferimento anche il Patto per il Lavoro e per il Clima, è fondamentale. In fondo, per certi versi, la pandemia ci costringe proprio a stringere patti, riducendo l’esasperato tatticismo e la volontà di ritorno speculativo che, dal settore economico alla sfera personale, è un po’ la cifra del nostro modo di vivere, sempre rivolto a qualcosa di immediato e senza un respiro di lungo termine. Per riprendere un concetto evocato da Papa Francesco nella Evangelii gaudium, il tempo è superiore allo spazio. Certo, è necessario saper vivere nello spazio, ma se ci si limita a questo si resta su una dimensione a cui manca la prospettiva dei tempi dei processi. Un patto richiede una grande capacità di declinare questa consapevolezza, ritrovando anche una determinazione fondativa. Si tratta di rispondere ad un problema di sistema che va studiato, compreso e aggiornato per arrivare ad una configurazione differente. Il sistema va al di là della singola persona e agire all’interno di un sistema significa non solo pensare alle convenienze personali, ma anche trovare la strada per realizzare un obiettivo che possa essere positivo per tutti. Qui si situa appunto la necessità del patto. Da questo punto di vista, pur con tutti i limiti e le difficoltà inevitabili in processi di questo tipo, la Regione Emilia-Romagna ha sempre mostrato la volontà e la capacità di cercare nel dialogo sociale allargato e nella concertazione, risposte efficaci e durevoli. Ed è una scelta giusta, perché progettando e costruendo insieme si sbaglia meno. Da questo punto di vista l’Emilia-Romagna parte da una situazione favorevole. Credo che ciò rappresenti una responsabilità ulteriore, perché una Regione con un sistema così funzionante e capace di dare risposte ai bisogni dei cittadini – con tanti aspetti di eccellenza e che ha anche saputo resistere ai colpi terribili inferti dalla pandemia –, a maggior ragione deve porsi l’obiettivo di continuare ad aggiornare e ripensare il proprio sistema per affrontare le nuove sfide che l’obiettivo di una ripartenza solidale e sostenibile pone. L’Emilia-Romagna ha le potenzialità per essere un laboratorio di innovazione e la responsabilità di essere un esempio per il Paese. L’obiettivo resta quello di andare nella direzione di un’economia più umana e sostenibile, che è indicato anche dalla prospettiva dell’ecologia integrale della Laudato si’. Occorre capire che una vera e propria conversione ecologica è necessaria per realizzare un futuro “abitabile” anche per le nuove generazioni. Proprio come ha detto Papa Francesco non dobbiamo dimenticare che «l’ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l’umanità e responsabilità di tutti». Nella Laudato si’ la preoccupazione per l’ecologia e per la conversione ecologica è strettamente legata ad un aspetto umano e anche civile. Su questo credo ci sia ancora molto da fare.

 

In questo orizzonte del patto, che ha evocato, quali sono le differenti responsabilità? Quali i compiti delle istituzioni e quali invece quelli degli altri soggetti coinvolti? Come costruire una consapevolezza della cittadinanza sugli obiettivi condivisi che stanno alla base del patto stesso?

Matteo Maria Zuppi: Consapevolezza e responsabilità sono temi cruciali che si legano alla speranza e all’ambizione – Papa Francesco direbbe al sogno – che dobbiamo avere. Questa ambizione è resa decisiva dalla necessità di rispondere alla pandemia. Ne comprendiamo l’urgenza guardando ad alcuni indicatori sociali. Penso per esempio alle questioni dell’emigrazione dei giovani e delle migrazioni nei nostri territori, fenomeni che devono essere affrontati e governati nel senso vero del termine, non subiti o vissuti in maniera opportunistica. L’altro termine molto importante che è stato evocato è “soggetti”. Le istituzioni senza i soggetti non potranno governare le grandi transizioni in corso, serve un dialogo ampio guidato da una logica istituzionale in grado di prevalere su quella dell’interesse personale o partitico. Quindi da un lato occorre recuperare una logica realmente istituzionale, che si ponga come elemento fondativo del cambiamento sistemico a cui dobbiamo assolutamente aspirare. Le istituzioni sono infatti le strutture portanti della comunità, che possono certamente richiedere nel tempo gli aggiustamenti del caso, ma che devono essere solide nella loro costituzione fondamentale per reggere. Dall’altro lato è fondamentale l’impegno e la partecipazione di una molteplicità di soggetti: impresa, associazionismo, corpi intermedi, forze politiche e i cittadini con il loro impegno. Solo questo incontro tra istituzioni e soggetti sociali può traghettarci verso il futuro. Se invece rincorriamo soluzioni di corto respiro, come i bonus, non favoriamo il maturare di una vera responsabilità, che chiama ad essere soggetti. Credo che la pandemia, nella quale abbiamo sperimentato l’importanza dei comportamenti personali, abbia rafforzato la consapevolezza di una responsabilità soggettiva. La pandemia ci ha mostrato come da certi comportamenti possono derivare pericoli per tutta la comunità, facendoci comprendere come azioni individuali e bene comune siano legati. È un insegnamento che vale in generale: ciò che fa male all’individuo fa male anche alla “città degli uomini”. Quindi la riflessione sui soggetti è fondamentale, ma il coinvolgimento del soggetto è possibile se c’è passione e, soprattutto, se c’è una speranza per il futuro, una consapevolezza che guarda al domani.

 

Il Patto sottolinea il ruolo del lavoro sociale, della cooperazione nel quadro di una prospettiva di risoluzione dei problemi che abbiamo menzionato. Quale può essere il significato di questo elemento?

Matteo Maria Zuppi: La cooperazione rappresenta l’etica del pensarsi insieme e una capacità di lavoro e di fare impresa lontana da modelli economici predatori e individualisti. Credo che l’Emilia-Romagna sia forse la Regione che può contare sulla tradizione più profonda e vitale del movimento cooperativo. La cooperazione emiliano-romagnola ha prodotto risultati economici e sociali straordinari e concreti, ma oggi – in alcuni casi – corre il rischio di un ridimensionamento per quanto riguarda l’attenzione originaria alla persona e ai bisogni che emergono dalla società. Salvaguardare l’essenza della cooperazione ed evitare che prevalga una logica di mercato significa quindi evitare una strada perdente. Partendo dalla propria ispirazione, il movimento cooperativo può aiutare il tessuto regionale nel suo insieme ad essere sempre consapevole dell’importanza di una risposta sociale che deve unirci tutti. Penso all’espressione, così efficace, ripetuta da Papa Francesco in questi mesi, facendo riferimento alla necessità di salvarsi tutti insieme: con il “si salvi chi può” si finisce al “tutti contro tutti”. La logica del “si salvi chi può” è esattamente il contrario della logica cooperativa, perché così si salva l’individuo, l’io, il più forte e il più furbo. Invece nella pandemia abbiamo compreso che o ci salviamo tutti o non si salva nessuno. Solidarietà significa anche l’ambizione di cambiare, a maggior ragione quando parliamo di ripresa e di futuro.

 

Un tema evidenziato nelle premesse del Patto è quello demografico, con riferimento sia alla dinamica della natalità e dell’invecchiamento che a quella delle migrazioni. Quali riflessioni possiamo fare su questi processi?

Matteo Maria Zuppi: Quello della demografia è un tema decisivo – non c’è dubbio –. Possiamo coglierlo a tutti i livelli, da quello personale a quello comunitario. Anche qui appare chiaramente come, coniugando tutto al presente e in una dimensione individuale, non ci sia futuro. La denatalità è molto indicativa di quella prospettiva ispirata al “si salvi chi può” di cui parlavamo. Per affrontare questo problema è fondamentale la questione della sicurezza economica e della stabilità lavorativa. Ma sono anche all’opera processi più profondi. C’è un interessantissimo studio sulla natalità in Emilia-Romagna che racconta come gli autoctoni, i nati nella Regione, abbiano un tasso di natalità minore della media nazionale. Se l’Emilia- Romagna riesce a tenersi in equilibrio è dunque soltanto grazie all’immigrazione. Su questo, una delle grandi sfide è quella di ritrovare il gusto del futuro che è intimamente legato a quello del donare e dell’accoglienza. L’accoglienza è il filo che unisce il tema della natalità e quello delle migrazioni. Anche per questo, essendo la capacità di convivenza e di integrazione sociale la base per permettere a tutti di guardare con speranza al futuro, sono molto importanti politiche, come il Patto per il Lavoro e per il Clima, che si facciano carico di governare in modo inclusivo le grandi trasformazioni del presente prestando grande attenzione alla lotta alle disuguaglianze, alle questioni generazionali e di genere, alla riduzione delle distanze fra persone, comunità e territori e al tema dell’invecchiamento della popolazione, che sarà cruciale nel prossimo futuro.

 

Un altro tema centrale nel Patto è quello della conoscenza e dei saperi, che si trova al cuore del problema dell’orientamento dello sviluppo tecnologico. Molte analisi evidenziano come le tendenze attuali di digitalizzazione, se non governate, rischino di accrescere ancora una polarizzazione nella società. Il tema della diffusione della conoscenza e della possibilità di diffondere i benefici della tecnologia e di governarne lo sviluppo diventa centrale. Cosa pensa di queste dinamiche?

Matteo Maria Zuppi: Su questo aspetto penso che l’Emilia-Romagna possa davvero contare su esperienze di altissimo livello: dalla rete regionale dei Tecnopoli e dei centri di innovazione alla storica esperienza del Cineca – che ho anche avuto il piacere di visitare personalmente qualche anno fa – fino alla realizzazione del Tecnopolo di Bologna, un’eccellenza a livello europeo. Questa straordinaria concentrazione di capacità tecnologiche è ormai una tradizione per l’Emilia-Romagna, e il Patto può essere una preziosa occasione per riflettere su questo patrimonio e per costruire un percorso che metta a sistema questa ricchezza consolidata di opportunità d’innovazione. E qui rientra in campo la responsabilità di un territorio come quello emiliano-romagnolo che ha la possibilità di fare ancora molto, anche per quanto riguarda il rapporto di queste eccellenze con il sistema universitario e della formazione. Possiamo già osservare alcuni ottimi esempi e risultati, ma dobbiamo ancora investire sia in termini di progettazione sia in termini economici. Un tema fondamentale è proprio quello del lavoro di qualità per le nuove generazioni. Non è pensabile che i giovani che vogliono avere stabilità economica in molti casi siano costretti ad andare all’estero. Dovrebbe essere esattamente il contrario: dobbiamo fare di questo territorio e di questa concentrazione di tecnologia il motivo per cui tanti vengano qui. Una Data Valley dove le cose – a partire dal welfare e dalla sanità pubblica – funzionino bene e che sia attrattiva per chi vuole restare o venire da altri territori per far crescere e funzionare ancora meglio questa Regione. C’è poi, come si ricordava nella domanda, il grande problema del governo dei processi tecnologici e la riflessione sull’etica del digitale. Su questo punto ho trovato di grande interesse l’intervista a Paolo Benanti sul numero 1/2021 di «Pandora Rivista». Benanti propone intuizioni di grande profondità sul tema, unendo una solida competenza tecnica – essendo un ingegnere – con una formazione etica e filosofica. In generale dobbiamo sottolineare come il mercato senza etica impazzisca, generando distorsioni pericolose per la stessa crescita economica. Forse siamo ancora in tempo per evitare che l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie si sviluppino secondo una logica da “Far West”, dando invece un contributo fondamentale per la transizione ecologica e per una crescita sostenibile. Alcune delle realtà più sensibili sono già consapevoli dei rischi e impegnate su questo fronte. A maggior ragione, dobbiamo quindi utilizzare le possibilità che abbiamo in questa Regione e le politiche che il Patto mette in campo, tenendo ben presente l’obiettivo di far sviluppare le tecnologie secondo l’etica.

 

In conclusione, quale può essere l’utilità dei patti per impostare un nuovo paradigma da costruire insieme? Iniziative come il Patto per il Lavoro e per il Clima possono rappresentare un modello?

Matteo Maria Zuppi: Sono modelli importantissimi in grado di introdurre i correttivi necessari e sarà prezioso analizzarli in maniera approfondita per immaginare le politiche pubbliche future. L’analisi e la lettura critica di questa iniziativa serve a riflettere su come valorizzare l’indubbio patrimonio di capacità di governo della società su cui l’Emilia-Romagna può contare e allo stesso tempo serve ad avere ben chiara la direzione verso cui dobbiamo tendere. Anche la tempistica è importante, è sbagliato pensare di avere sempre tempo in futuro per agire. Stiamo vivendo una contingenza che, tutto sommato, ci ha costretto a ridurre la dimensione opportunistica e soggettiva che rende tutto più complicato. Ora c’è in qualche modo la consapevolezza che possiamo superare la crisi solo tutti insieme. Ma dobbiamo essere attenti perché la logica individualistica e corporativa è stata, ed è, molto forte e facilmente può ritornare. Quindi abbiamo la responsabilità di sfruttare al meglio questa finestra di opportunità. Poco prima dell’inizio della pandemia scrissi Lettera alla Costituzione. In quel testo avvertivo la difficoltà di trovare ciò che ci unisce. La pandemia per certi versi ci ha costretto a farlo, ci ha “commissariato”: il problema è ora decidere se vogliamo uscire dal commissariamento ritornando al prima, o provando a trovare nuove “regole del gioco” che funzionino meglio, proprio come è avvenuto con lo spirito della Costituzione. La Carta costituzionale è il frutto della dolorosa consapevolezza della generazione uscita dalla guerra e impegnata nella ricostruzione di una casa comune. Una generazione che aveva ferite profondissime e visioni molto più accentuate di quelle odierne dal punto di vista ideale, eppure proprio perché a partire da questa grande forza ideale si ritrovarono in una scelta sistematica, in un patto: la nostra Costituzione, un documento che rappresenta un modello modernissimo di “cultura del noi” a cui è ancora possibile ispirarsi per ripudiare lo sfruttamento dell’ambiente e promuovere la giustizia e il lavoro buono.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista». Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su diverse riviste cartacee e online.

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