“La febbre di Trump. Un fenomeno americano” di Mattia Ferraresi

La febbre di Trump. Un fenomeno americano

Recensione a: Mattia Ferraresi, La febbre di Trump. Un fenomeno americano, Marsilio, Venezia 2016, 160 pp., 12 euro (Scheda libro).


“Dopo una settimana nei salotti raffinati dell’Upper West Side a mangiare mozzarelle di Eataly, o in compagnia degli hipster di San Francisco a fare il lievito madre come lo faceva la nonna, Trump appare come uno scherzo della natura. Ma bastano poche ore sulle rive di Lake Powell, nello Utah, con i camper sudici e padri di famiglia che sparano patate con un bazooka ricavato da una grondaia, mentre i figli li riprendono e poi caricano i video su Youtube, per afferrare che Trump non è un estraneo nella cultura popolare”.

Queste sono alcune delle parole di Mattia Ferraresi, che nel suo libro La febbre di Trump prova a spiegare le radici culturali e le motivazioni che hanno portato Donald Trump ad essere il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti. L’autore è chiaro sin dall’introduzione del libro: Donald Trump non è un fenomeno eccezionale, è anzi perfettamente integrato in un contesto politico e culturale, che trae le sue radici da fenomeni che vanno dal vaudeville al positive thinking, dai romanzi di Horatio Alger fino al cosiddetto “anti-intellettualismo”.

L’illusione del “self-made man”

“Anche Donald […] perde la trebisonda se solo s’insinua che la sua fortuna è un derivato del patrimonio paterno”. La figura dell’eroe dei libri di Horatio Alger, il povero che contro ogni avversità riesce a migliorare la sua condizione sociale, ha avuto un fortissimo impatto su tutta la famiglia Trump. Tuttavia Donald non può essere considerato un self-made man, non con un padre come Fred Trump, un uomo che Ferraresi definisce un “capitalista di stato”, costruttore bravissimo nel destreggiarsi nell’arte di ottenere fondi pubblici durante gli anni del New Deal, con lo scopo di costruire case e condomini per le famiglie a basso reddito. Ma nemmeno Fred Trump può candidarsi al titolo di self-made man, figura a cui teneva molto, arrivando a definire “il punto più alto della sua vita” il ricevimento del premio dedicato ad Horatio Alger. È infatti il nonno di Donald, Friedrich, che dalla Germania emigrò negli Stati Uniti con lo scopo di arricchirsi e che al momento della sua morte lasciò in eredità alla sua famiglia “una casa di due piani nel Queens, cinque lotti di terra edificabili, 4000 dollari di risparmi, 3600 in titoli, quattordici mutui, un patrimonio stimato da Gwenda Blair in 31.359 dollari (circa 497mila dollari del 2016)”. Dal padre Donald prende l’importanza del lavoro e, soprattutto, la tendenza ad accentrare le responsabilità, mentre dalla madre prende l’amore per lo spettacolo e per lo stile pomposo da corte britannica che ispireranno quasi tutto quello che Donald costruirà in futuro.

Donald Trump frequenta l’università dal 1964 al 1968 e, come afferma l’autore, salta all’occhio quello che lui non fa. Non partecipa alle manifestazioni, non firma petizioni, non si fa coinvolgere dal clima particolare di quegli anni. “Donald è un ultrà dello status quo, un radicale del disimpegno borghese. La rivoluzione non è ancora arrivata e lui ha già nostalgia dei vecchi tempi. <<Uno studente universitario più degli anni Cinquanta che degli anni Sessanta>>, lo inquadra il biografo D’Antonio con una formula felice”. Già nei suoi anni studenteschi, può quindi essere ritrovato il senso di nostalgia che tuttora contraddistingue la sua campagna elettorale. Se Barack Obama enfatizzava la parola change, Donald Trump enfatizza la parola again, come dimostrato dal suo stesso slogan make America great again.

Anti-intellettualismo, vaudeville e positive-thinking

“I love the poorly educated” è stata una delle frasi più discusse di Trump. Tuttavia è sintomo di una mentalità perfettamente radicata nella cultura e tradizione americane. Nel 1963 Richard Hofstader aveva già scritto riguardo il cosiddetto “anti-intellettualismo”, un fenomeno per cui la prassi e l’efficienza vengono nettamente favorite alle conoscenze teoriche in quello che Asimov definiva il “culto dell’ignoranza”. Lo scrittore di fantascienza scriveva infatti che “l’anti-intellettualismo innerva tutta la nostra vita politica e culturale, alimentato dalla falsa idea che la democrazia significhi che la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza”. In fondo perfino Tocqueville aveva notato che lo spirito pragmatico avvantaggiasse le menti “svelte e grossolane” e nonostante facilitasse il prendere decisioni rapide, questo comportava un prezzo in termini di deliberazione, elaborazione e precisione del pensiero. Ferraresi ricorda come persino John Cotton, dopo pochi decenni dall’arrivo della Mayflower, scrivesse “più sei istruito e arguto, più sarai pronto ad agire per conto di Satana”.

È quindi naturale che nel tempo moltissimi politici americani abbiano attinto a questa cultura. A partire da Nixon, che inveiva contro i “bastardi di Harvard”, a cui anteponeva gli interessi della “maggioranza silenziosa”, salvo poi fare di un professore di Harvard, Henry Kissinger, il suo segretario di Stato. Naturalmente Ronald Reagan ha sempre considerato un vanto la sua provenienza hollywoodiana e anche Bill Clinton, frequentatore di Georgetown, Oxford e Yale, ha cercato di costruire un immagine di sé meno raffinata, che potesse farlo assomigliare sempre di più all’americano medio dell’Arkansas. Non deve quindi stupire se Trump già nel 2000 definiva Bush e Al Gore “candidati dell’Ivy League”, nonostante lui stesso si fosse laureato all’Università della Pennsylvania. Trump ha quindi semplicemente colto qualcosa che già esisteva, facendo sua la tipica logica semplicistica dell’anti-intellettualismo, dove “ogni tentativo di affrontare la complessità ingenera sospetti”.

All’anti-intellettualismo va anche ricondotta l’apparente incoerenza di Trump. A lui non importa essersi contradetto scrivendo i suoi libri, affermando il bisogno di circondarsi di persone degne di fiducia in “Trump: how to get rich” del 2004, per poi dire che la regola d’oro è “assumi le persone migliori, e non fidarti di loro” nel libro “Think Big” del 2007. La performance, l’immagine e la rappresentazione hanno infatti un ruolo più importante dell’analisi e dell’espressione di un pensiero coerente. L’incoerenza nelle affermazioni di Trump è persino riuscita a mettere in crisi quella che Jack Shafer chiama “opposition research”, cioè il cercare gaffe, promesse mancate o voltafaccia da parte di un politico. L’incoerenza di Trump è però anche strategia. Riprendendo Michael Patrick Lynch, professore di filosofia del Connecticut, Mattia Ferraresi spiega che l’incoerenza scarica sulle spalle dell’ascoltatore la responsabilità di interpretare quello che ha sentito. “L’elettore pro-life può dire che Trump professa fedeltà alla causa della vita; quello pro-choice può controbattere che dieci anni fa pensava esattamente l’opposto; i confusi dicono che è confuso, sentendosi confortati nella confusione”.

Insieme all’anti-intellettualismo vi sono altre due tradizioni americane che completano la “mente di Trump”: il positive thinking e il teatro vaudeville. Il primo, una “forma di motivazione che mette l’Io […] al centro dell’universo”, è caratterizzato da un gergo sintetico dai ritmi veloci: “mai pensare al fallimento”, “evita i pensieri che generano paura”, “disprezza gli ostacoli”. L’iniziatore di questa formula è, contrariamente alle aspettative, un reverendo. Per la precisione il reverendo Norman Vincent Peale, i cui sermoni erano frequentati non solo dalla famiglia Trump ma anche da Richard Nixon (non a caso un altro fruitore dell’anti-intellettualismo). Secondo Ferraresi il positive thinking ha avuto un enorme impatto sulla famiglia Trump. “Le massime agili, facilmente masticabili di Peale iniziano presto a circolare nel tinello di villa Trump e ogni domenica dal Queens parte la processione familiare verso la chiesa dove si annuncia il vangelo dell’ottimismo”.

Tuttavia Trump è anche sinonimo di spettacolo. Non a caso vengono fatti paragoni tra lui e Benjamin Franklin Keith, padre del vaudeville, quella comicità in cui non conta avere battute raffinate, ma essere in grado di adattarsi al pubblico che si ha di fronte ogni volta, che non bisognava far riflettere ma invece coinvolgere con scenografie e spettacoli sin dal primo momento. Anche P.T. Barnum, l’inventore di “The greatest show on Earth”, sapeva che “l’imbonitore non doveva garantire la verosimiglianza; tutto ciò che doveva fare era giocare sulla possibilità e instillare il dubbio. Il pubblico si emozionava di più per le controversie che per cose risolutorie […] Qualunque affermazione era meglio del silenzio”.

Non deve quindi sorprendere se Trump si esprime con l’inglese di un bambino di 12 anni (alcuni hanno persino abbassato questa stima fino a 8 anni). La sua incoerenza, il suo non fornire spiegazioni chiare su quello che avrebbe fatto una volta eletto, sono, per quanto portati all’esagerazione, elementi che hanno sempre fatto parte del tessuto culturale americano. Come afferma Ferraresi, Trump non dice quello che vuole fare, ma ha invece le idee molto chiare su come farlo, e trasmette questi concetti con una retorica in cui gli avverbi e gli aggettivi superano di gran lunga i verbi (“grandioso”, “eccezionale”, “fantastico”). L’escalation di tutto ciò ha trovato il suo culmine con la frase “vi darò tutto”.

Se tutti questi elementi non devono stupire, viene da sé che gli Stati Uniti abbiano già visto nel loro passato altri casi di politici che parlavano in maniera molto simile a Trump. Uno di questi è sicuramente George Wallace, governatore dell’Alabama, che era solito sbraitare “Segregation now! Segregation tomorrow! Segregation forever!”, un politico che porta Ferraresi a definire Trump “Wallace con Twitter”. Ma anche Huey Long, governatore della Louisiana, che Peter King ha definito “un demagogo […] per molti versi un dittatore; ma non era un fenomeno alieno o un-American”. La retorica di Long era quella del “ogni uomo un re”, una massima di vita che il padre di Donald ha inculcato con grande successo nella mente del figlio. Persino Richard Nixon condivide con Trump elementi di anti-intellettualismo e predisposizione alla paranoia.

Trump: un “paleoconservatore” con un programma vago

Dal programma che ha imbastito, per quanto vago, si può capire che Trump si discosti profondamente dal percorso “neo-con” iniziato a partire dagli anni di Reagan. Trump infatti abbandona il respiro internazionalista che ha delineato gli ultimi 35 anni di pensiero conservatore per rispolverare il nazionalismo. Secondo Donald lo stato-nazione resta il riferimento principale e, di conseguenza, gli USA non hanno alcun dovere di esportare i propri ideali all’estero; diretta conseguenza di questa convinzione è quindi una diminuzione della proiezione americana nel mondo, così che si possano risparmiare risorse per concentrarsi sul benessere della nazione. Se però Trump prevede una politica estera meno interventista, non prevede un depotenziamento dell’esercito. L’esercito deve mantenere la sua forza, ma non deve essere impegnata in scenari che non riguardano direttamente l’America, afferma Ferraresi.

Uno degli ambiti più affrontati da Trump è sicuramente quello economico-commerciale. Donald si fa infatti portatore di istanze protezioniste, caldeggiando l’utilizzo di dazi e tariffe sulle importazioni, al fine di proteggere la produzione domestica; allo stesso modo, vuole costringere la Apple a ricollocare la sua produzione su suolo americano. Ad eventuali critici di queste posizioni si può rammentare che anche Reagan, come giustamente ricorda Ferraresi, decise di imporre dazi sulle moto giapponesi, la cui concorrenza metteva in difficoltà l’Harley-Davidson e che persino Lincoln, il fondatore del partito repubblicano, affermava “dateci dazi protettivi e saremo la più grande nazione del mondo”. Il conservatorismo di Trump non è un unicum, ma trae radici dall’esperienza storica e politica dei conservatori precedenti all’era dei “neo-con”. George Nash parla di questi “paleoconservatori” come “gli eredi della corrente che era egemone nel partito repubblicano prima della Guerra Fredda”. Ferraresi ricorda che sempre Nash descrive i “paleo-con” come degli “isolazionisti e perciò protezionisti […] nutrono un profondo scetticismo verso interventi ideali per obiettivi che giudicano utopici, disprezzano l’ideologia globalista perché sono nazionalisti, quindi contrari a ogni apertura sull’immigrazione, e non sono ossessionati dallo small government”.

Anche in questo caso è possibile vedere come Trump non sia l’eccezione, ma il prodotto di una tradizione culturale e politica ben radicata nella storia statunitense, che lo porta ad essere, come suggerisce il titolo del libro di Mattia Ferraresi, un “fenomeno americano”.

Da questo punto di vista il testo di Ferraresi è un buon punto di partenza per chi non conosce molto bene la cultura americana per comprendere le radici del pensiero di Trump e, anche se il libro non approfondisce nel dettaglio la cultura dell’anti-intellettualismo, quasi considerandola come un dato di fatto, è comunque vero che per un europeo vi sono molte sfaccettature del “fenomeno Trump” che sono di più difficile comprensione e che possono farlo sembrare un unicum. Per cominciare ad informarsi questo libro può dunque fornire una prima, valida, infarinatura per dare spazio in seguito ad approfondimenti più specifici, non solo su Trump, ma anche sul portato storico e culturale da cui proviene.


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Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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