La lezione dimenticata di Federico Caffè

Federico Caffè

Definire Federico Caffè un semplice economista significa banalizzare molti aspetti che contribuiscono a renderlo uno dei personaggi più interessanti del Novecento repubblicano del nostro Paese. Alfiere del pensiero keynesiano e del welfare state, antifascista e attento osservatore della società italiana, Caffè è stato un intellettuale poliedrico ed enciclopedico, capace di ragionar d’economia cogliendo le implicazioni umane, sociali e culturali essenziali per la costruzione di una società fondata sul benessere degli individui.

Federico Caffè nacque il 6 gennaio 1914 a Castellammare Adriatico (Pescara), secondogenito di una famiglia economicamente modesta: il padre Vincenzo era un ferroviere, mentre la madre Erminia integrava il magro bilancio famigliare dirigendo un piccolo laboratorio di ricamo. Caffè rimase sempre molto legato alla madre, ereditando da essa la passione per la cultura letteraria, musicale ed estetica che caratterizzò l’eclettica personalità dell’economista per tutta la vita.

Diplomatosi a pieni voti presso l’Istituto Tecnico Tito Acerbo a Castellammare (riunificata con Pescara nel 1926), Caffè si trasferì a Roma da una cugina per frequentare gli studi universitari presso la facoltà di Economia e Commercio della Sapienza. La frequentazione dell’ateneo romano fu possibile grazie alla madre Erminia, che per raccogliere il denaro necessario vendette un piccolo podere di cui era proprietaria, riacquistato in seguito dallo stesso Caffè.

Caffè si laureò cum laude nell’ateneo romano il 17 novembre 1936 con una tesi intitolata L’azione dello Stato considerata nei suoi strumenti finanziari nell’ordinamento autarchico dell’economia italiana, discussa col Professor Guglielmo Masci, suo maestro assieme a Gustavo Del Vecchio. Il tema della tesi è emblematico di quell’attenzione per il ruolo dell’amministrazione centrale nella vita economica che caratterizzò il percorso intellettuale e professionale dell’economista pescarese.

Già alcuni mesi prima della laurea Caffè fece richiesta per entrare al Banco di Roma, dove prestò servizio nell’ufficio titoli dal 1936 al 1937. Nel giugno di quell’anno si dimise dal Banco, entrando a dicembre in Banca d’Italia come avventizio presso il Servizio Rapporti con l’Interno-Operazioni Finanziarie. Ottenuta la qualifica di segretario, nel 1939 passò al reparto Servizio del Personale, e nello stesso anno cercò di conseguire una borsa di studio senza però riuscirvi. Sempre in quell’anno Caffè divenne assistente volontario di Politica Economica presso la facoltà di Economia e Commercio della Sapienza.

Nonostante la sua modesta statura (appena un metro e mezzo) Caffè fu richiamato alle armi nel dicembre del 1940, e dopo aver frequentato il corso per ufficiali fu inviato in zona di guerra, dove venne impiegato in mansioni “sedentarie”. Quella del servizio militare fu per Caffè una scelta ben precisa, dettata dal senso del dovere verso molti altri colleghi e coetanei: prima del 1940 infatti aveva insistito per non essere “riformato”, cioè esentato dal servizio militare, ma di esser dichiarato “rivedibile”[1], lasciandosi aperta la strada di un futuro impegno nell’esercito.

Nel 1941 il governatore della Banca d’Italia Vincenzo Azzolini, dopo forti insistenze, riuscì ad ottenere il rientro di Caffè dal fronte insieme ad altri colleghi ritenuti indispensabili per l’attività della Banca. L’anno successivo ottenne l’abilitazione all’insegnamento del diritto e dell’economia negli istituti secondari, e nel 1943 fu nominato componente del Servizio studi della Banca d’Italia, lavorando in qualità di civil servant con il nuovo governatore Donato Menichella, rimanendo nell’istituto fino al 1954.

Il 1943 è anche l’anno dell’armistizio di Cassibile, della fuga del re a Brindisi e dell’occupazione nazista: Caffè, che in quel periodo lavorava a Roma, fu richiamato alle armi dalla RSI, ma la scelta di non arruolarsi con i repubblichini lo costrinse a entrare in clandestinità. Rimase ad abitare nella capitale, dove riuscì a scampare miracolosamente a due rastrellamenti, uno dei quali fu quello di Via Rasella[2], dove l’economista risiedeva dopo esser sfuggito alla prima retata nazista.

Vicino alle istanze democratico-liberali e azioniste, nonché al riformismo cattolico di Giuseppe Dossetti e Amintore Fanfani, negli anni della guerra Caffè partecipò alla Resistenza da non combattente, militando nel Partito democratico del Lavoro, fondato l’8 Settembre 1943 da Ivanoe Bonomi e Meuccio Ruini. Caffè collaborò con quest’ultimo in qualità di consulente sia nel governo Bonomi III (dicembre 1944-giugno 1945), dove Ruini fu ministro dei lavori pubblici, sia nel governo Parri (giugno-dicembre 1945), dove lo stesso ricoprì il dicastero della Ricostruzione delle terre liberate.

La partecipazione di Caffè alla commissione economica del Ministero della Costituente[3], istituito dal governo Parri e presieduto da Pietro Nenni, segnò la fine del suo percorso politico in favore di un impegno totale nella ricerca scientifica. Nel 1947 vinse una borsa di studio in Inghilterra alla London School of Economics, soggiornando nella capitale inglese dall’ottobre di quell’anno all’agosto del 1948. A Londra Caffè fu testimone entusiasta della coesione sociale e dello sforzo collettivo del popolo inglese nella ricostruzione, guidata dal governo laburista di Clement Attlee, di cui Caffè condivise gli indirizzi liberalsocialisti ispirati dal Libro Bianco di William Beveridge e dalle nuove teorie macroeconomiche di John Maynard Keynes.

Al ritorno in Italia Caffè si adoperò sin da subito per la diffusione del pensiero keynesiano, incontrando però forti diffidenze non solo nel mondo accademico, arroccato su posizioni neoclassiche, ma anche negli stessi ambienti di sinistra. Infatti nel difficile clima politico della ricostruzione, egemonizzato dalle istanze di containement del presidente Truman e dalla questione tedesca, le forze socialcomuniste preferirono infatti assegnare priorità alla tattica politica, rimandando il riformismo socioeconomico (peraltro in corso d’opera in buona parte d’Europa) a quella vittoria elettorale che però non si realizzò mai. Caffè fu nel corso degli anni estremamente critico del tatticismo delle sinistre (anche nei momenti di maggior forza politica), paradossalmente preoccupate di non spaventare troppo il ceto medio al fine di strapparlo all’egemonia democristiana.

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Indice dell’articolo

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Pagina 3: La lezione di Federico Caffè


[1] L’individuo dichiarato rivedibile risulta temporaneamente inabile al servizio militare e rinviato perciò ad una visita successiva nell’arco di un determinato periodo. Essere riformato significa invece essere dichiarato inabile al servizio in maniera definitiva.

[2] Il 23 marzo 1944 un gruppo di partigiani fece esplodere a Roma in Via Rasella una bomba contro un reparto delle forze d’occupazione naziste, uccidendo 33 militari. Per rappresaglia, il comandante dei servizi segreti tedeschi nella capitale Herbert Kappler ordinò l’esecuzione di 335 tra civili, soldati e partigiani italiani, che ebbe luogo il giorno dopo l’attentato alle Fosse Ardeatine

[3] All’interno della commissione, presieduta da Giovanni Demaria, Caffè fu membro della Sottocommissione per la moneta e il commercio con l’estero, dove curò per conto di quest’ultima il Rapporto su il risanamento monetario. Caffè ritornò più volte nei suoi scritti su quella esperienza, che a suo avviso doveva e poteva essere considerata come la base conoscitiva indispensabile per una politica economica moderna, nonché l’occasione mancata per la modernizzazione sociale del Paese.


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Nato nel 1996. Laureato in Storia delle Istituzioni Politiche all’Università di Bologna. Si occupa prevalentemente del Novecento, con una particolare attenzione per la seconda metà del secolo e per la teoria e prassi dei principali partiti europei.

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