La lezione dimenticata di Federico Caffè

Federico Caffè

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Federico Caffè: l’economista di frontiera

L’attività accademica di Caffè, protrattasi a fasi alterne fino alla fine della guerra, assunse un carattere più coerente e costante dal marzo 1949, quando ottenne la libera docenza di politica economica e finanziaria alla Sapienza di Roma. Il 6 dicembre dello stesso anno fu nominato assistente incaricato alla cattedra di Scienza delle Finanze della stessa università, divenendo poi assistente straordinario nell’ottobre 1951 al fianco del professor Gustavo del Vecchio, già relatore e maestro durante gli anni di studio.

Nell’ottobre 1954 si dimise dall’incarico a Roma per assumere a tempo pieno la docenza alla cattedra di economia politica nella Facoltà di Giurisprudenza dell’ateneo Bolognese. Qui farà ritorno nel novembre 1956 dopo un periodo trascorso alla Facoltà di Economia di Messina come professore straordinario di Politica Economica e Finanziaria, trasferendosi poi definitivamente, dopo sei anni di peregrinaggio accademico, alla Facoltà di Economia e Commercio della Sapienza di Roma nel luglio 1959 come ordinario di Politica Economica e Finanziaria, dove rimarrà fino alla fine della sua carriera.

Il lungo impegno accademico di Caffè fu affiancato da un’intensa attività pubblicistica e scientifica. Dal 1959 fu direttore dell’Istituto di politica economica e finanziaria, per cui curò una collana di pubblicazioni, prima con la casa editrice Giuffrè e poi presso la Franco Angeli Editore. Profondo conoscitore del pensiero economico italiano e internazionale, Caffè curò con grande perizia filologica raccolte di saggi di autori nazionali, tra cui Francesco Saverio Nitti e Luigi Einaudi, e autori stranieri, con una particolare attenzione per gli economisti di quei paesi scandinavi in cui si stava affermando nella sua forma più compiuta il Welfare State.

Lo sforzo di Caffè di “sprovincializzare” la cultura economica italiana, arroccata su anguste parrocchie culturali e scuole di pensiero dogmatiche, non si esaurì esclusivamente nell’infaticabile opera di traduzione di centinaia di saggi in lingua straniera. Egli fu infatti dal 1965 al 1974 direttore dell’Ente per gli studi monetari, bancari e finanziari “Luigi Einaudi” di Roma, responsabile dell’erogazione di borse di studio che permisero a molti giovani economisti italiani di frequentare le più prestigiose università straniere e di entrare a contatto con il pensiero economico internazionale.

La modernizzazione dell’istituzione università intrapresa da Caffè non si espresse solo nella diffusione di nuovi paradigmi, come potevano essere quelli keynesiani, e di nuove modalità di apprendimento, ma anche nella trasformazione dello stesso personale accademico. Nel triennio (1973-76) di direzione del Dipartimento di Economia Pubblica de La Sapienza egli chiamò all’insegnamento prestigiosi docenti come Sergio Steve, Claudio Napoleoni e Guido M. Rey, lasciando un’impronta indelebile nell’insegnamento dell’economia nell’ateneo romano.

L’impegno di Caffè pubblicista si esercitò soprattutto in direzione di una corretta informazione economica e sociale, concretizzatasi nell’assidua collaborazione con le testate Il Messaggero e Il Manifesto oltre alla consulenza economica svolta per la casa editrice Laterza. Definito spesso un “economista di frontiera”, Caffè era perfettamente consapevole dell’esistenza di una solida interrelazione tra il fatto economico, spesso snaturato a semplice “meccanica della contabilità”, e le sue componenti politiche e psicologiche. Se infatti da un lato il sistema del welfare e i suoi corollari economici per Caffè erano indissolubilmente legati alla sostanza della Costituzione del ‘48 (lo svuotamento del primo avrebbe quindi determinato il deterioramento della seconda), dall’altro l’informazione economica, se dispiegata in modo incorretto e terroristico (ad esempio sull’argomento dello spread e della minaccia dei mercati), poteva corrompere la dialettica politica e provocare politiche antisociali.

Banco di prova delle teorie di Caffè, oltre ovviamente all’insegnamento universitario, fu la prolungata e prestigiosa attività civile e pubblica. Nel Servizio Studi della Banca d’Italia, di cui fece parte dal 1943, egli curò i rapporti con l’estero, seguendo con attenzione le principali vicende delle relazioni economiche europee e internazionali e collaborando con le relative istituzioni economiche. In quasi quarant’anni di lavoro, dapprima come funzionario e poi, nel 1954, in veste di consulente, Caffè partecipò a innumerevoli attività: dai negoziati con la Banca Mondiale per i finanziamenti nell’immediato dopoguerra all’esecuzione del Piano Marshall e ai rapporti con l’OCSE e con il Fondo Monetario Internazionale.

Negli ultimi anni la vita di Caffè fu turbata da dolorose tragedie: a distanza di poco tempo perse la madre ultranovantenne e la vecchia tata Giulia, colpita da un tumore, a cui l’economista era profondamente legato. Alla morte delle donne della sua vita si aggiunse anche la perdita tragica e inaspettata di amici e allievi, tra cui Bruno Franciosi, collega alla Sapienza morto in un incidente stradale nel 1986, ed Ezio Tarantelli, economista assassinato dalle Brigate Rosse nel 1985 a causa del ruolo svolto nel taglio degli scatti della scala mobile decretato nel 1984.

Lo sconforto di Caffè era legato anche al raggiungimento dei limiti d’età per l’insegnamento, sua unica vera ragione di vita, che lo aveva costretto al pensionamento. Inoltre in un periodo come gli anni Ottanta dello scorso secolo, in cui il neoliberismo si stava riappropriando degli spazi sottrattigli per trent’anni del pensiero keynesiano, la magnificazione delle virtù taumaturgiche del “libero mercato”, di fatto inesistente e spesso fonte di sperequazione sociale, disoccupazione e corruzione finanziaria, non poteva che mortificare profondamente il più keynesiano degli economisti, impegnato per tutta la propria esistenza al sostegno di efficaci politiche anticicliche e del social welfare state.

E così, tra la notte del 14 e l’alba del 15 aprile 1987, Federico Caffè lasciò la propria abitazione romana in Via Cadlolo, sulla collina di Monte Mario, scomparendo per sempre senza lasciar alcuna traccia. Le ipotesi sulla scomparsa dell’economista, ad oggi ancora irrisolta, sono molteplici, anche se la pista più probabile è quella di un allontanamento volontario. Molti hanno voluto vedere la sua scomparsa come una sorta di esilio, simile a quello del fisico Ettore Majorana, che l’economista vedeva come unica alternativa praticabile al suicidio. Infatti, pochi giorni prima della sua scomparsa si era tolto la vita Primo Levi (in circostanze altrettanto sospette): appresa la notizia, Caffè ne rimase colpito, chiedendosi “Perché sotto gli occhi di tutti? Perché straziare i parenti?”. 

Undici anni dopo la scomparsa, l’8 agosto 1998, il Tribunale di Roma dichiarò la morte presunta di Caffè, apponendo un sigillo ad una vicenda destinata a non avere epilogo.

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Nato nel 1996. Laureando in Storia all’Università di Bologna. Si occupa prevalentemente di storia del Novecento, con una particolare attenzione per la seconda metà del secolo e per la teoria e prassi dei principali partiti europei.

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