Filiere, digitale e territori. Intervista a Vincenzo Colla
- 31 Marzo 2022

Filiere, digitale e territori. Intervista a Vincenzo Colla

Scritto da Giacomo Bottos

13 minuti di lettura

Con Vincenzo Colla riflettiamo, a partire dal caso dell’Emilia-Romagna, sui processi di cambiamento del sistema produttivo, dall’evoluzione delle filiere alla trasformazione digitale, ragionando sulle possibili strategie per governare queste dinamiche nei territori.

Vincenzo Colla è Assessore allo sviluppo economico e green economy, lavoro e formazione della Regione Emilia-Romagna con delega, tra le altre, a: Patto per il lavoro e la legalità; politiche attive e passive del lavoro; politiche per il sistema energetico regionale e politiche di sviluppo, promozione e coordinamento delle reti e attività di ricerca industriale. Ha alle spalle una lunga esperienza sindacale ed è stato Vicesegretario generale della CGIL nazionale.


Il tessuto produttivo dell’Emilia-Romagna è storicamente molto ricco e variegato, e presenta alcune tipicità utili a comprendere le dinamiche più ampie dell’economia italiana. Nel ruolo di assessore capita di conoscere direttamente tanto i casi di eccellenza quanto le crisi industriali. Quali sono alcuni elementi che risultano da questo quadro?

Vincenzo Colla: Parto da un elemento di ordine macro. L’Emilia-Romagna ha una manifattura, una capacità di flessibilità e una qualità di prodotti e di processi veramente significative. Possiede alcune competenze eccezionali, la cultura del lavoro è molto forte e il territorio è in grado di proiettarsi nel mondo proprio in virtù di queste qualità, che comprendono anche una cultura relazionale – non è propria non solo del mondo del business, ma di un intero sistema, che include anche accademia e professionisti –. Potremmo parlare di filiere lunghe delle relazioni. Penso poi che vi sia un altro elemento di forza. Non sono abituato a dire che l’Emilia-Romagna sia un modello, perché ci sono ad esempio esperienze in giro per il mondo, oltre che nel nostro Paese, da cui mi piacerebbe sempre che imparassimo. Tuttavia, se c’è un elemento che può essere di ispirazione, credo che risieda nel fatto che i soggetti di rappresentanza – sia sociale che imprenditoriale, i soggetti istituzionali, le università, tutti gli attori – si riconoscono a monte. Quando abbiamo firmato il Patto per il Lavoro e per il Clima ci siamo riconosciuti nel definire una strategia: ecco, questa capacità è un patrimonio unico, che rende molto affidabile questa regione. È importante sia quando si decidono investimenti pubblici, sia nell’attrazione di investimenti privati. L’arrivo di una grande multinazionale, ad esempio, capace di operare investimenti significativi – si pensi a Philip Morris, che porta in Emilia-Romagna il suo più grande centro di ricerca – è reso possibile proprio da questa affidabilità. Si è affidabili perché ci sono istituzioni che comprendono le esigenze degli attori economici, perché c’è una mediazione sociale con le realtà territoriali e le organizzazioni sindacali, perché ci sono dei servizi di qualità, perché c’è l’accademia, perché c’è la sanità. Ecco, l’impresa non arriva nel deserto: arriva perché c’è un contesto.

 

Si accennava all’iniziativa del Patto per il Lavoro e per il Clima, un esperimento che nel 2021 abbiamo anche approfondito con un numero speciale di Pandora Rivista. Da dove nasce l’idea di questa progettualità, in che cosa consiste e quali sono le sue finalità?

Vincenzo Colla: Quando il Presidente Bonaccini mi chiamò, uno degli elementi che mi convinse di più fu la proposta – che naturalmente mi onorò moltissimo – di lavorare proprio al Patto per il Lavoro e per il Clima. Questo perché il Patto contiene un’idea anche strategica di posizionamento di un’Emilia-Romagna che guarda al Paese – non esiste una Emilia-Romagna in grado di farcela senza il suo Paese, e nello stesso tempo l’Emilia-Romagna è fondamentale per il Paese nel suo complesso. Il nome “Patto per il Lavoro e per il Clima” è la sintesi anche filosofica e strategica del posizionamento. Sappiamo che dobbiamo cambiare il modello, non solo sul piano manifatturiero, ma anche della cultura. Questo cambiamento era necessario già prima della pandemia; ed è un cambiamento in atto: lo chiamiamo transizione digitale, transizione ecologica, ma già prima che queste definizioni si diffondessero era già partito un grande movimento di trasformazione. Poi, naturalmente, il tema lavoro: non c’è cambiamento che possa reggere se non si è in grado di creare lavoro, tenuta sociale e impresa. Non è facile, ma questi elementi devono stare insieme – ed è qualcosa che è possibile realizzare –, anche perché dentro questo genere di percorso si possono anche perdere imprese e si può perdere lavoro. In Emilia-Romagna non abbiamo guardato come orizzonte al mandato amministrativo, ma abbiamo preso a riferimento tre asset culturali fondamentali: Agenda 2030, Laudato Si’ e COP21. Tutti e tre risalgono al 2015; dal 2015 ad oggi sappiamo che l’Europa è cambiata moltissimo, è diventata keynesiana e lo ha fatto impostando un cambio di modello strategico – anche culturale, politico e istituzionale. Lì, io penso, da progressista, si gioca la partita del futuro. Dunque, come Regione abbiamo posizionato il Patto per il Lavoro e per il Clima in quell’operazione: riconoscendo cioè una strategia a monte con riferimenti chiari dentro al canovaccio di pensiero che avevamo impostato. Il primo cardine è la digitalizzazione, che significa anche Big Data, intelligenza artificiale e robotica, tutto quanto sta trasformando non solo la manifattura, ma le città, la scuola. Credo che ci sia anche un tema forte di tenuta democratica: è ineluttabile, o si governa questa tecnologia, o la si subisce. Il rischio è quello di trovarsi con, da una parte, degli ottimati che sono in grado di governarla e costruiscono grandi opportunità di business – concentrando nelle proprie mani il potere dei dati e un potere finanziario senza precedenti – e, dall’altra, una bolla di imprese a ridotto contenuto di conoscenza, caratterizzate da un analfabetismo dell’innovazione. Al contrario, la scommessa che abbiamo voluto lanciare con il Patto è quella di una mediazione tra umanesimo e tecnologia. Tuttavia, perché ci sia un corpo intermedio – un elemento che ha fatto la storia dell’Emilia-Romagna anche in termini di partecipazione politica e istituzionale – è essenziale, come ha spesso ricordato anche Barack Obama, riuscire ad avere imprese in grado di generare lavoro di qualità, cioè sgonfiare le bolle di lavoro povero. In quelle bolle si racchiude una rabbia che ha molto a che fare con la democrazia; se le persone non hanno niente da perdere, sentono di non avere futuro, quella rabbia scavalca tutto, le istanze e le forze che si presentano come più “contro tutti” prevalgono. Questo cambiamento di modello, a mio giudizio, è sempre stato un tema fortemente legato alla coesione sociale.


La digitalizzazione non è solo la semplice adozione di un set di tecnologie: è un fenomeno che ha degli effetti ecosistemici, che modificano sia l’organizzazione interna dell’impresa sia le sue relazioni con gli altri soggetti, e dunque anche le filiere. Dal suo punto di vista, quali effetti stanno avendo i processi di digitalizzazione sul tessuto produttivo? Inoltre, è possibile una relazione virtuosa fra il tessuto delle piccole medie imprese e le grandi infrastrutture tecnologiche?

Vincenzo Colla: Parto dalle filiere, tema che mi sta particolarmente a cuore. L’Emilia-Romagna è la regione delle filiere per eccellenza. Abbiamo dei capi filiera, multinazionali ma anche medie imprese. Non abbiamo produzioni massive; abbiamo produzioni di nicchia di grande qualità, e anzi la nostra forza è proprio la capacità di costruire prodotti di nicchia, attraverso una forte flessibilità e un patrimonio di competenze preziose. Bisogna però sempre tenere presente che la filiera è composta per il 90% da imprese di 15 dipendenti: quindi la scommessa si gioca anche sul far sì che la tecnologia sia patrimonio della filiera. È fondamentale una discussione con i soggetti di rappresentanza, così come con alcuni capi filiera. Non bisogna cadere nell’errore di considerare le piccole imprese come semplici fornitori: la filiera regge se la piccola impresa è considerata un partner strategico, in grado di utilizzare le piattaforme digitali, i meccanismi di finanza, gli strumenti di formazione. La filiera deve sentirsi ricompresa all’interno del progetto strategico più ampio. Devo dire che in questo ho trovato grande sensibilità da parte del sistema imprenditoriale emiliano-romagnolo, e vi sono esperienze splendide di binomio, penso ad esempio ad alcuni assetti societari. Il nodo centrale, dunque, non è più piccola o grande impresa, ma se la filiera si trova dentro alla tecnologia e al cambiamento complessivo: in questo caso, la piccola impresa può essere strategica e indispensabile. Come Regione, faremo investimenti in questa direzione: il baricentro deve essere posto sul tema delle competenze, dei saperi, dell’“intelligenza delle mani”, per dirla con le parole di Tullio De Mauro. Le risorse che arrivano dall’Unione Europea – in particolare i fondi FESR e FSE per ricerca e innovazione e formazione – entreranno a far parte del “New Deal dei saperi e delle competenze”. Vi è poi il bisogno di riscoprire maggiormente la cultura tecnica e la cultura scientifica – in osmosi con l’umanesimo, ma non derubricandoli come saperi di serie B. Altrimenti, il rischio è quello di un mismatch più forte e della polarizzazione di cui si diceva: la tecnologia va accompagnata con la competenza. Quando abbiamo deciso la fisionomia del Tecnopolo – sulla scorta delle scelte importanti già assunte dalle amministrazioni precedenti, che dimostrano che solo attraverso un pensiero lungo si riescono a realizzare cambiamenti reali nella contemporaneità –, e così nell’attuale gestione di questo processo cui sono delegato pro tempore, è sempre stato chiaro che il Tecnopolo costituisce il maggiore nodo strategico all’interno di questo cambiamento. La presenza al suo interno del Data center del Centro Meteo Europeo, il più grande supercomputer europeo per lo studio del clima, ha una serie di implicazioni inedite per la filiera dell’agro-industria e dell’agricoltura, per la mobilità, per la ricerca accademica. Contemporaneamente, è appena nato – su proposta dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) – il Centro Nazionale di Ricerca in High Performance Computing, Big Data e Quantum Computing (ICSC), con sede proprio all’interno del Tecnopolo di Bologna. Avremo dunque in Emilia-Romagna un’infrastruttura di supercalcolo unica in Italia, una piattaforma strategica per la ricerca sui Big Data e l’intelligenza artificiale. Tuttavia, Big Data e intelligenza artificiale devono essere in grado di accompagnare le filiere, altrimenti si rischia di avere un grande progetto – come prima veniva detto – slegato però dal sistema regionale e direi anche dal sistema Paese. Non basta dire che disponiamo dei supercomputer: in risposta ad un bisogno ci devono essere delle capacità in grado di prendere quei dati e di renderli fruibili all’impresa, per costruire quel prodotto o quel prototipo, per fare quel collaudo, per operare quel cambiamento, per plasmare quella filiera. Questa è la progettazione strategica, e non bisogna sottovalutare il fatto che questa progettualità trovi spazio in un luogo pubblico: il maggiore investimento dello Stato – oltre che un grande investimento della Regione – riguarda cioè un luogo pubblico, in grado di entrare in rapporto con il sistema privato. Un altro elemento di identità dell’Emilia-Romagna è infatti proprio il sistema integrato tra pubblico e privato: quando i due soggetti si riconoscono acquisiscono una forza superiore.

 

Strettamente collegato alle dinamiche di transizione digitale è il nodo della transizione ecologica ed energetica. A livello regionale ci si è prefissati obiettivi molto ambiziosi in tal senso. La transizione ecologica implica un generale cambiamento di modello di sviluppo, ma anche più nello specifico un cambiamento profondo proprio nelle filiere. Quali sono diciamo i rischi e le potenzialità di questi processi?

Vincenzo Colla: Se si è capaci di ibridare il processo si può creare molto lavoro. Il lavoro però si può anche perdere in misura importante se non si arriva in tempo in questo processo di ibridazione, e occorre saperlo oggi per i prossimi dieci anni. Ecco la strategia anche del Patto per il Lavoro e per il Clima, perché sappiamo che bisogna andare in quella direzione, è ineluttabile. Il tema della sostenibilità – che passi per l’elettrico, per l’idrogeno o che sia ibrido – richiede che ci siano ricerca e sviluppo e una tecnologia in grado di alimentare e di rafforzare quella cultura del lavoro, quella capacità di fare impresa e di costruire competenze. Questa la strategia che abbiamo posto a livello regionale; non a caso nel Tecnopolo arriverà anche ENEA, con il suo centro di ricerca sull’economia circolare: si provi a immaginare che cosa questo può significare in termini di riciclo e riuso. Oppure il CNR di Bologna – che pochi sanno essere il più grande centro di ricerca del Paese sulla ricerca dei materiali –, e l’evoluzione che porterà ad esempio l’innovazione sui materiali bio. Si tratta di un patrimonio incredibile: va riconosciuto e messo a valore, all’istituzione spetta il compito di creare l’agibilità per l’utilizzo di questo patrimonio.

 

Si è parlato del tassello della ricerca e sviluppo come un elemento chiave. È nota la peculiarità italiana per cui, vista la ridotta presenza di grandi imprese rispetto ad alcuni contesti esteri, vi è una maggiore difficoltà del tessuto produttivo a investire risorse importanti nella ricerca e sviluppo. Guardando all’Emilia-Romagna, territorio appunto caratterizzato dalla presenza di numerose piccole e medie imprese, quali soluzioni si possono individuare, anche da parte delle istituzioni, per sviluppare quei processi di trasferimento tecnologico e di osmosi tra il tessuto della ricerca e il tessuto produttivo, e generare un impatto sociale positivo di creazione di lavoro buono?

Vincenzo Colla: Stiamo lavorando in questa direzione. Questa regione, almeno dal mio punto di osservazione, presentava un vuoto: c’era una forte capacità di esplorare le innovazioni in maniera autonoma, ma questo non basta per stare al passo dentro questo genere di cambiamento – e avere la possibilità di condurre quella ricerca applicata che gioca un ruolo fondamentale per innalzare la qualità delle produzioni. In Emilia-Romagna, ad esempio, non vi erano rapporti solidi con le partecipate di Stato, c’erano sì alcune singole operazioni, ma mancava una relazione progettuale. La strategia che stiamo attuando oggi – penso alla relazione con Leonardo, Eni, Enel, Fincantieri, solo per citare alcuni esempi – prende le mosse dalla consapevolezza che per stare nel mondo l’Emilia-Romagna ha bisogno di costruire alleanze anche sulle competenze, sull’ingegneria, e di investire risorse nel rapporto con l’accademia e le università. Abbiamo costituito nel 2021 il Forum Strategico per l’Aerospazio: nel settore automotive siamo internazionali, e molte imprese già collaboravano in maniera proficua con Airbus o Boeing, ma non c’era una identità definita per il settore dell’aerospazio e mancava una rete strutturata di relazioni con i grandi gruppi e con le istituzioni a livello nazionale. Ritengo essenziale recuperare questa progettualità di sistema, anche rispetto alle società partecipate, che si possono criticare, ma sono al tempo stesso un patrimonio del Paese. Investire sull’aerospazio significa, fra l’altro, lavorare per entrare in rete con un settore commerciale che permetterà di creare lavoro buono.

 

Restando sul tema del trasferimento tecnologico, abbiamo ricordato il Tecnopolo di Bologna, ma quello dei tecnopoli è un sistema che in senso più ampio caratterizza l’ecosistema dell’innovazione dell’Emilia-Romagna. Come funziona questo sistema e quali indicazioni se ne possono trarre rispetto all’impostazione dei processi di trasferimento tecnologico?

Vincenzo Colla: Certamente il Tecnopolo di Bologna è l’esperienza abilitante per eccellenza, sia per dimensione sia per forza. Accanto a questo, a livello regionale vi è poi un patrimonio di dieci tecnopoli, che intrattengono un legame identitario con i territori in cui si trovano. Queste strutture operano per filoni di ricerca focalizzati: per citare alcuni esempi, Piacenza fa ricerca sull’energia e sulla logistica, Parma sull’agroindustria, Reggio Emilia sulla meccatronica, Ferrara sull’architettura. Questa rete di tecnopoli, ma anche di laboratori specifici legati ai progetti – fra cui laboratori afferenti al sistema privato –, è composta da quel sistema integrato che ricordavo in precedenza, che al suo interno vede le università, le istituzioni (la Regione governa questa rete con la sua società in-house, ossia ART-ER), le imprese private; è un’operazione ormai condivisa e la rete che la compone è una ricchezza da valorizzare.

 

Anche alla luce della lunga esperienza sindacale da cui proviene, qual è la sua prospettiva rispetto all’eventualità che, all’interno di questi processi, il lavoro e l’impresa possano avere interessi confliggenti? Come è possibile, in questi casi, trovare una composizione virtuosa in vista del raggiungimento di obiettivi comuni? Rispetto al tema della partecipazione, queste progettualità riescono ed essere inclusive delle diverse sensibilità della società? 

Vincenzo Colla: È noto che nella mia storia ho sempre avuto un pensiero netto rispetto al compito da portare avanti dentro alla complessità. Il conflitto nelle società complesse è ineliminabile, la questione è piuttosto quella di come ricomporlo. Sono i soggetti a fare il conflitto, a prescindere dalla rappresentanza che quel conflitto trova. In un quadro del genere, il tema chiave diventa quale modello culturale ci si dà per raggiungere il maggior livello di condivisione possibile: se è vero che nelle società complesse non è possibile ricomporre il 100% del conflitto, quanto più si costituisce un modello di condivisione, tanto più si sarà forti e affidabili. Ho quindi sempre pensato che dentro questo cambiamento c’è bisogno di un’interazione fra attori che si riconoscano a monte: il tema della partecipazione dei soggetti – che siano lavoratori, professionisti o un imprenditori – è essenziale in questa complessità. Parlerei quasi una partecipazione di senso, cioè dirsi dove si vuole andare e perché: comunicare il significato di un investimento, di un effetto nel processo organizzativo, insomma le ragioni per cui si sta andando in una certa direzione. La filosofia del Patto per il Lavoro e per il Clima richiama questa riflessione: occorre sì provare a ricomporre la conflittualità a monte, ma quella conflittualità è al tempo stesso un patrimonio. In questo, il riconoscimento del lavoro è fondamentale. Non si può ottenere un buon manufatto, un buon progetto, una buona ricerca se manca il riconoscimento delle teste e delle competenze: i soggetti devono trovarsi inseriti in una rete che riconosce il loro ruolo – il che vuol dire anche, ad esempio, pretendere che le competenze siano continuamente formate, ossia pensare la formazione come un diritto e un dovere. Si potrebbero compiere molti passi avanti: i soggetti di rappresentanza imprenditoriale e sindacale potrebbero a mio avviso posizionarsi con più forza, e penso che sia giunto il momento di una legge sulla partecipazione. È possibile provare a costruire una legge sulla partecipazione, ad esempio, per quel che riguarda le grandi aziende partecipate, ma anche la filiera: vale a dire una nuova discussione non volta a scimmiottare il modello tedesco – dobbiamo plasmare un modello corrispondente alla nostra morfologia –, ma a mettere all’ordine del giorno un tema indispensabile, come molte imprese già fanno a prescindere dalle normative. Anche in Emilia-Romagna ne abbiamo alcuni esempi dagli esiti molto efficaci.

 

Quello delle conoscenze è un tema trasversale, che unisce la necessità di avere capacità all’altezza dei processi di trasformazione in atto con l’esigenza di un dibattito all’altezza della comprensione di tali processi, che sia capace di dialogare anche con la loro governance. Quali strumenti avete sviluppato come Regione Emilia-Romagna per promuovere questa discussione e quale legame intrattiene con le decisioni assunte a livello istituzionale?

Vincenzo Colla: Il ruolo della Regione è particolarmente legato al sistema della formazione e a quello dell’istruzione. Non è sufficiente né corretto dire che la scuola non assolva a determinati compiti; rischia di essere un alibi. Penso invece che si debbano riconoscere le difficoltà della scuola e fornire risposte per contribuire a risolverle: se si parla di digitale, ad esempio, non abbiamo professori che lo insegnino, fatto salvo per singole progettualità o singoli soggetti. Parliamo di digitalizzazione con il mondo, ma non abbiamo attori preposti al digitale a tutti i livelli di istruzione, come invece dovrebbe essere. Non è sufficiente trovarne all’interno dell’università, significa farne uno strumento d’élite. Al contrario bisogna che questa tecnologia diventi conoscenza di popolo, quindi occorre compiere un investimento anche sulle competenze di chi insegna. Al tempo stesso, a livello regionale si è avviata un’operazione di accreditamento del sistema della formazione – che a sua volta necessità di aggiornare costantemente la propria qualità – intorno proprio alla digitalizzazione, alla sostenibilità, alla competenza degli operatori. Accanto a ciò, molte imprese private stanno sviluppando delle academy di alto livello: ma l’academy non può essere soltanto una sorta di ufficio di collocamento per la singola impresa, deve essere a disposizione per l’humus più diffuso della conoscenza di un territorio. Il suo valore può essere quello di far dialogare imprese e formazione scolastica – penso ad esempio agli istituti tecnici e professionali – intorno all’innovazione tecnologica, e nello stesso tempo dare luogo a quell’osmosi fra cultura umanistica e cultura scientifica che è fondamentale nella crescita dei ragazzi e delle ragazze. Non a caso la Regione sta mettendo in atto un forte investimento sulle lauree professionalizzanti – e su questo punto occorre ringraziare i rettori degli atenei emiliano-romagnoli, che hanno costituito insieme alle reti industriali del territorio la Fondazione per la Formazione Universitaria a orientamento professionale (FUP) –, e anche nel PNRR si è ripreso l’esempio dell’Emilia-Romagna. Più lauree professionalizzanti, ma anche più ITS (Istituti Tecnici Superiori), di cui vediamo gli ottimi esiti in termini di occupazione di qualità, garantendo al contempo la possibilità di potersi specializzare dopo il diploma. Oggi con il modello detto “delle passerelle” si consegna infatti a un ragazzo o una ragazza la possibilità di proseguire il proprio percorso con una laurea professionalizzante. Si pensi poi all’apprendistato di qualità, strumento in grado di coinvolgere anche la piccola e media impresa. Ecco, questo è un canovaccio di posizionamento, ma anche di investimento: la Regione sta investendo più di 100 milioni sul sistema della formazione e dell’istruzione, un passo inedito reso possibile anche dalle nuove risorse che ci arrivano dall’Unione Europea. D’altronde la partita si gioca su questo fronte. Un altro investimento indispensabile, e di cui si parla poco nel dibattito pubblico, riguarda l’orientamento. Oggi abbiamo un mercato del lavoro – non è un giudizio, ma una constatazione – familistico, parentale, caratterizzato da una forte continuità rispetto al contesto dal quale si proviene. Al contrario, ai ragazzi dobbiamo essere in grado di offrire e mostrare percorsi – dagli ITS alle università – che rispondano innanzitutto alle loro capacità e alle loro ambizioni. Questo sistema di discussione e di orientamento di qualità è la chiave che ci può consentire di affrontare quel divario tra lavoro buono e lavoro “nella bolla”.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista». Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su diverse riviste cartacee e online.

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