Da Marx a Mark: la filosofia della storia ai tempi di Facebook
- 02 Maggio 2017

Da Marx a Mark: la filosofia della storia ai tempi di Facebook

Scritto da Raffaele Danna

9 minuti di lettura

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Falsa disintermediazione

Cerchiamo di soffermarci su alcuni aspetti di questo testo. È una miscela interessante di pensiero politico americano positivista, smart-liberal, progressista e orientato ai diritti civili. È la filosofia della storia made in Palo Alto: molto smart, ottimista e con un’ottima dose di sottaciuto – ma ben consapevole – corporate branding. Molti dei valori che Zuck dice di sostenere sono progressisti e democratici, e l’autore di questo articolo abbraccerebbe la maggior parte di essi. Ma il modo in cui viene svolta l’argomentazione di Zuck è interessante e merita un minuto di attenzione.

In questa visione del mondo, lo Stato nazionale è presentato come un’eredità del XIX secolo ormai obsoleta e il concetto di stato sovranazionale (recentemente piuttosto impopolare) non è nemmeno menzionato come parte della storia. Molti concetti sono incerti e indefiniti. Un esempio significativo è quello che Zuck chiama «our values». Si tratta dei valori espressi nei Community Standards che ogni utente di Facebook dichiara di accettare, in una sorta di contratto sociale (il più delle volte inconsapevole)? Naturalmente, molti degli incidenti di percorso non vengono menzionati, come le notevoli carenze che Facebook sta affrontando per far effettivamente rispettare i propri Community Standards, come hanno mostrato recenti indagini (esempi qui e qui). Ovviamente, Zuck propone una visione neutrale – se non del tutto positiva – della tecnologia.

Ma ciò che è ancora più difficile da capire è chi sta parlando in questo post. Il testo è prevalentemente organizzato nella prima persona plurale: «noi» appare 169 volte, «nostro» e termini derivati 113 volte. Ma il modo in cui viene impiegata la prima persona plurale può essere ingannevole:

On our journey to connect the world, we often discuss products we’re building and updates on our business. Today I want to focus on the most important question of all: are we building the world we all want?

History is the story of how we’ve learned to come together in ever greater numbers — from tribes to cities to nations. At each step, we built social infrastructure like communities, media and governments to empower us to achieve things we couldn’t on our own.

In questo passaggio «noi», «nostri» e simili sono impiegati per fare riferimento sia all’umanità in generale, sia alla grande comunità di utenti di Facebook sia al piccolo gruppo del team di Facebook («we at Facebook»). Lo stesso pronome si riferisce a miliardi, milioni, e a un piccolo gruppo di persone. Questo dispositivo retorico dà l’impressione di una sovrapposizione dei diversi strati e, di conseguenza, di una sovrapposizione della voce di Zuck con la voce dell’utente/lettore. È molto difficile non essere d’accordo con ciò che la sua babyface sta sostenendo: quello che dice è quasi identico a quello che noi diciamo. Questa linea sottile attraversa tutto il post. Il testo è infatti progettato per nascondere il ruolo del «we at Facebook» all’interno del «noi» della comunità.

Con questo arriviamo ad una delle questioni fondamentali di questo testo. La forza che sta dietro a tutti i passaggi di questa peculiare filosofia della storia è il ruolo guida del «we at Facebook», se non di Zuck stesso, nel foggiare lo sviluppo della comunità globale. C’è un tentativo intenzionale di nascondere questo ruolo, presentandolo come risultato naturale della volontà di ogni utente di Facebook. In altre parole, questo testo vuole nascondere il ruolo di mediazione del social network stesso. Ma quello che impariamo sotto la superficie è che la disintermediazione non esiste. La mediazione viene soltanto dissimulata o spostata.

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Scritto da
Raffaele Danna

Ha studiato filosofia a Bologna ed è dottorando in storia all'Università di Cambridge. Su twitter è @Raff_Danna

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