“Che fine ha fatto il capitalismo italiano?” di Giuseppe Berta

capitalismo italiano

Recensione a: Giuseppe Berta, Che fine ha fatto il capitalismo italiano?, Il Mulino, Bologna 2016, 160 pp., 14 euro (Scheda libro).


La fragilità economica del capitalismo italiano è più di un problema, al punto che più che di fragilità bisognerebbe, prima di tutto, parlare di “identità economica” dell’Italia. Quando infatti si discute di questo tema è sempre difficile capire dove posizionare il nostro il Paese. Il rapporto fra stato e mercato, fra imprese medio-piccole e grandi rende l’Italia diversa dalla maggior parte dei paesi occidentali. Fare luce su questo tema aiuterebbe a capire cosa bisognerebbe fare per superare una vera e propria “crisi d’identità” da cui scaturiscono molte delle debolezze attuali.

Giuseppe Berta, professore di Storia Contemporanea alla Bocconi, presenta un’analisi molto interessante nel suo libro Che fine ha fatto il capitalismo italiano? L’autore parte da una riflessione sul futuro del capitalismo, descrivendo i cambiamenti nel settore automobilistico, “l’industria delle industrie” secondo Peter Drucker, in cui l’Europa, al contrario degli Stati Uniti, sembra mostrare un netto rifiuto al cambiamento. Berta cita gli esempi di Google ed Apple che, rispettivamente con i progetti SDC (self driving car) e Titan, mirano ad entrare nel settore automobilistico, con implicazioni potenzialmente sconvolgenti per tutti. Non è infatti difficile immaginare la portata del cambiamento introdotto da automobili prodotte da aziende che operano in settori dove il cambiamento tecnologico è radicale, al contrario del tipico settore automobilistico dove l’innovazione è invece incrementale. Fino ad oggi la funzione principale dell’automobile è sempre stata quella del trasporto, del movimento da un punto A ad un punto B; questa situazione potrebbe cambiare se venissero introdotte automobili che si guidano da sole (è il caso della Google SDC non quello della ICar della Apple), senza guidatori ma con solo passeggeri.

In questo scenario il capitalismo europeo sarebbe in difficoltà, uno scenario dove il capitalismo low-cost si unisce all’high tech, che solleva grandi domande su quale sarà il ruolo delle economie che finiranno alla periferia del sistema-mondo. Da qui parte la riflessione di Berta sul ruolo dell’Italia e su ciò che resta del capitalismo italiano. Tuttavia, per poter fare ciò è necessaria una panoramica storica su quella che l’autore definisce “il più originale esperimento di gestione dell’economia condotto nel Novecento”.

L’IRI e la stagione dell’economia mista

Studiare la parabola dell’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), che, da grande protagonista del miracolo economico è diventato oggetto di collusione con il mondo della politica, significa per Berta mostrare il delicato equilibrio tra pubblico e privato nel capitalismo italiano e una situazione che dopo la liquidazione dell’IRI non sembra essersi risollevata e pare attraversare una sorta di “terra di nessuno”. L’autore afferma infatti che la fine dell’esperienza dell’IRI “non si è accompagnata […] alla rivitalizzazione del tessuto imprenditoriale, che al contrario si è rattrappito e impoverito. Il sistema delle imprese ha smarrito i suoi lineamenti storici, senza acquistarne di nuovi e soprattutto senza raggiungere un assetto inedito abbastanza saldo da far maturare una credibile prospettiva di sviluppo”.

Pur ammettendo che l’IRI non nasca da una precisa progettualità, ma invece dalla necessità di sopravvivenza del regime di Mussolini, Berta afferma che una volta costituito “non ci mise molto a prendere le sembianze di un soggetto determinante per il futuro dell’economia italiana, dotato in un raggio di manovra che nessun altro istituto precedente aveva avuto”. Tramite l’IRI lo stato italiano gestiva un ampio raggruppamento di imprese provenienti da importantissimi settori produttivi come “la siderurgia bellica, la cantieristica navale, la telefonia”1.

L’IRI continuò ad esistere dopo il secondo conflitto mondiale, in quanto realtà imprescindibile, da cui l’Italia sarebbe dovuta partire e durante il boom economico del secondo dopoguerra l’IRI e l’ENI furono i grandi protagonisti dell’economia mista italiana, dove stato e mercato si intrecciavano e formavano addirittura una “relazione d’interdipendenza”. Tuttavia, grosso modo a partire dagli anni ’70 l’IRI entrò in un lento processo di declino, che sarebbe culminato con la liquidazione circa trent’anni più tardi. Berta rintraccia il motivo di questo declino nella mancanza di “un sistema di regole a far da argine e da barriera presso il confine tra politica, economia e imprese, che proprio la militanza di partito induce continuamente a varcare, con rischi che si accentuano man mano che le posizioni e gli interessi, personali e di gruppo, si rafforzano e si estendono”.

A partire dagli anni ’70 quindi l’IRI subì una forte intromissione da parte della classe politica, che vedeva nell’Istituto uno strumento per trainare l’Italia fuori dalla crisi petrolifera dei primi anni ’70 e che doveva approcciarsi anche al raggiungimento di obiettivi economici e sociali. L’espansione del ruolo e degli obiettivi mise in crisi l’IRI che, ritrovandosi sovraccaricato, ha smarrito il suo ruolo primario, innescando un percorso declinante che i tentativi di risanamento di Romano Prodi, diventatone Presidente nel 1982, non riuscirono a fermare. Tuttavia, più che l’output economico era l’assenza di lungimiranza da parte della classe politica di allora che pesò maggiormente. Il rilancio dell’IRI non poteva avvenire per mano di una classe politica affannata, prossima all’inchiesta su Tangentopoli. Ciò che avvenne in quegli anni fece sì che la fine dell’IRI diventasse parte di un processo inevitabile più che di una programmazione razionale. Come afferma Berta “non si delinearono le alternative alle liquidazioni e alle privatizzazioni” proprio per via dell’assenza di una specifica volontà da parte dello Stato.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: L’IRI e la stagione dell’economia mista

Pagina 2: Finito l’IRI cosa resta dell’Italia?

Pagina 3: Quale modello per il capitalismo italiano?


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Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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