“Fine del secolo americano?” di Joseph S. Nye, Jr. Recensione

Nye

Recensione a: di Joseph S. Nye, Jr., Fine del secolo americano?, Il Mulino, Bologna, 2016, pp. 136, 13 euro, (scheda libro).


La questione che ormai divide da decenni studiosi e osservatori di politica internazionale è l’immagine e il ruolo che gli Stati Uniti hanno assunto a partire dalla fine della guerra fredda. Con il crollo dell’«impero del male», gli Stati Uniti avevano trionfato sul comunismo e i più ottimisti, avvalendosi della celebre e controversa elaborazione di Francis Fukuyama sulla «fine della storia», ritenevano che l’ordine liberal-democratico avrebbe finalmente abbracciato l’intero sistema planetario. Tra i più scettici rispetto a un sistema internazionale definitivamente pacificato, Samuel P. Huntington avanzò l’idea, alquanto preoccupante, di un mondo avviato verso un inevitabile «scontro di civiltà» e progressiva erosione del primato occidentale. A partire da queste due distanti narrazioni – seppur con alcune analogie di fondo, ossia il trionfo del liberalismo occidentale – sono proliferate innumerevoli produzioni relative all’effettiva legittimità del ruolo di supremo garante dell’ordine internazionale che gli Stati Uniti, per manifesta superiorità e  mancanza di seri rivali, hanno voluto e dovuto attribuirsi; l’avvento del XXI secolo ha portato con sé nuove sfide, scuotendo completamente la geografia delle relazioni internazionali e i paradigmi ad essa associati e mettendo dunque in discussione la stessa preminenza americana.

Ascesa o declino, immortalità della «superpotenza solitaria» o inizio dell’età «post-americana»: quale peso gli Stati Uniti hanno e avranno nell’ordine globale? Ubi est veritas? A questo interrogativo il libro di Jospeh S. Nye Fine del secolo americano? risponde con un’impalcatura argomentativa densa di dati e convinzioni forti, smontando con estrema scientificità e rigorosità le tesi decliniste, ma dipingendo un panorama interpretativo comunque consapevole dei grandi cambiamenti a cui stiamo assistendo.

Joseph Nye è a tutti gli effetti un uomo del Novecento strettamente legato all’establishment americano vicino al cosiddetto «liberalismo internazionalista», quindi molto sensibile alla necessità di estendere i valori liberal-democratici e del libero mercato come ricette per un ordine internazionale stabile. La sua caratura accademica è sicuramente legata alla felice coniazione dei concetti di hard, soft e smart power (potere militare-economico, potere di persuasione, sintesi dei precedenti) tre pilastri su cui edifica, anche in questo testo, le sue convinzioni. Partendo da una riflessione sulla cronologia e sui caratteri di quello che Henry Luce definì il «secolo americano», Nye mostra la difficoltà nel considerare l’ordine post-bipolare come egemonico: il Novecento è stato sì il secolo della pax americana, costruitasi sulle macerie della seconda guerra mondiale e toccante l’apice nel 1991, ma non è mai stato veramente di sua esclusività. L’unipolarità è contemplabile solo e soltanto assumendo gli Stati Uniti come “attore centrale nel sistema globale dell’equilibrio del potere” (p. 25), ma comunque non egemone, poiché prima dialetticamente opposti all’Unione Sovietica e poi esposti alle complessità prodotte dalla globalizzazione. In questo senso il concetto stesso di «declino» è fuorviante, poiché va ponderato rispetto a due potenziali fattori: l’avanzata di nuovi competitors internazionali – declino relativo – e l’attuale, presunta, crisi della politica americana – declino assoluto. Ne Il paradosso del potere americano (2002) Nye poneva già la questione come centrale: il declino dell’America era possibile, ma del tutto improbabile se Washington avesse sfruttato al meglio le proprie immense potenzialità, rigettando isolazionismo e unilateralismo, promuovendo un nuovo multilateralismo e soprattutto rafforzando il proprio soft power nell’«era dell’informazione globale». A posteriori, avendo sotto gli occhi i due mandati presidenziali di George W. Bush, con la sovra-estensione del potere americano nella war on terror e la più recente retreat di Obama, questa chiave di lettura appare più che mai valida, confermando quei timori che Nye aveva ribadito anche in un articolo apparso nel maggio-giugno del 2004 sulla rivista «Foreign Affairs» ed intitolato The decline of America’s soft power.

Ma chi sono i potenziali sfidanti della «preminenza» americana? Assumendo che la forza relativa degli Stati Uniti sia l’unità di misura imprescindibile per soppesare la distribuzione del potere e della forza egemonica tra tutti i principali attori della chessboard globale, Nye ne esamina punti di forza e di debolezza, attraverso uno sforzo comparativo con le skills statunitensi. Avvalendosi delle più recenti statistiche economiche e demografiche, il politologo americano mostra come tutte le principali pretendenti abbiano in comune, in molti campi: energetico, tecnologico, finanziario e militare, un ritardo ancora incolmabile nel breve periodo. Non solo divari di hard power dividono le grandi potenze dagli Stati Uniti, ma soprattutto un’incapacità o comunque una difficoltà di elaborare una strategia di soft power in grado di competere con l’attrazione e l’appeal che gli Stati Uniti, seppur con inevitabili oscillazioni, continuano a detenere storicamente, da Hollywood al TTIP. L’Unione Europea è in questo caso forse l’unico vero attore alla pari in termini di creatività culturale e tecnologica, ma sconta, soprattutto dopo la crisi finanziaria del 2008, un deficit politico non indifferente, con un’integrazione minacciata dalla rinascita populista che scuote e impedisce una vera e propria «comunità d’intenti» soprattutto nel proiettare la sua influenza a livello internazionale. Seppur forte di un’economia solida che vanta il secondo posto in termini di volume di scambi, l’interdipendenza commerciale è tale da rendere una guerra economica utopica e la quasi secolare alleanza atlantica rende molto bassa “la probabilità di un’Europa unita che diventi più potente degli Stati Uniti e che contribuisca alla fine del secolo americano” (p. 37). Un discorso molto simile Nye lo riserva al Giappone, la cui crescita economica è stata strabiliante e le attuali eccellenze in campo tecnologico lo collocano ai vertici mondiali. Il declino demografico del paese e la rinata ostilità con la Cina, per via delle pretese sul Mar Cinese Meridionale, alimentano un nazionalismo che farà del Giappone un elemento importante su cui imperniare le alleanze statunitensi nel Pacifico, di certo non un potenziale concorrente.

La guerra nel Donbass in Ucraina ha risvegliato antichi dissapori, portando alcuni osservatori a parlare di una «seconda guerra fredda»; pur non facendo accenno a tali fatti, Nye non nasconde che la Russia continui ad essere elemento di disturbo dell’ordine internazionale, facendo leva sulle rivendicazioni in politica estera per nascondere le contraddizioni interne, dalla corruzione politica all’economia «prigioniera» dell’esportazione di risorse energetiche. Questa mancata diversificazione si registra soprattutto nel ritardo nello sviluppo dell’high tech, mentre l’apparato industriale militare rimane un traino fondamentale del PIL nazionale. La Russia in questo senso rappresenta un “catalizzatore per altre potenze revisioniste infastidite dalla preminenza americana” ma la sua “ideologia fatta di antiliberalismo e nazionalismo è però una fonte arida di soft power” (p. 43). A meno di un’alleanza sino-russa, difficilmente il Cremlino potrà controbilanciare la potenza americana. In questo affresco non potevano mancare anche India e Brasile, i quali rappresentano due potenze emergenti per differenti potenzialità a livello economico, ma singolarmente non in grado di costituire un pericolo, soprattutto per le elevate percentuali di povertà e disuguaglianze sociali che persistono nonostante i tassi di crescita registrati nell’ultimo decennio.

Per completare il quadro dei BRIC, Nye dedica simbolicamente un capitolo alla Cina, non nascondendo quindi una decisa propensione a considerare Pechino come l’unico attore globale in grado – o meno – di contendere la supremazia americana. Citando lo storico britannico Niall Ferguson, convinto sostenitore dell’idea che stiamo già vivendo quello che si imporrà ai posteri come il «secolo cinese», Joseph Nye dimostra argutamente la sua convinzione: la Cina non potrà nel breve periodo sostituire gli Stati Uniti quale paese preminente. Una posizione che si distacca dalla grande ammirazione nei confronti della crescita economica del colosso cinese, che possiede comunque tutte le carte in regola per poter costituire un terzo polo economico tra Europa e Stati Uniti. Nonostante gran parte delle previsioni statistiche siano concordi sul fatto che l’economia cinese diverrà, entro vent’anni, la prima economia al mondo in termini quantitativi, Nye sostiene che tale eventualità non causerà forzatamente l’arretramento degli Stati Uniti e la fine del secolo americano: questo perché gli USA detengono attualmente i migliori indici rispetto ai tre poteri sopracitati e il ritardo dell’economia cinese, soprattutto per quanto riguarda la ricerca e lo sviluppo, consente a Washington di poter programmare una grand strategy rispetto ai settori che nel prossimo futuro diverranno strategici negli equilibri geo-economici globali e che già rappresentano il clou del know-how americano: energia, finanza e tecnologia. La strapotenza militare americana, dovuta soprattutto alla maggiore capacità proiettiva su scala planetaria – le squadre tattiche di portaerei rappresentano sin dalla battaglia delle Midway il fulcro del sea power americano – relegano ancora la Cina ad attore principalmente regionale, in grado sì di avanzare pretese piuttosto aggressive nel Mar Cinese Meridionale, ma deficitario dal punto di vista del sostegno diplomatico rispetto alla rete americana. Per quanto riguarda le strategie di soft power, nonostante gli sforzi cinesi volti a migliorare il proprio branding nazionale, la cultura americana rimane ancora quella di riferimento, eccezionale e duratura per la sua portata globalizzante (dalle ONG al primato indiscusso delle università americane). Lo stesso sistema politico cinese, refrattario ad accettare il pluralismo d’opinione e informativo, è un freno all’espansione del potere di persuasione del suo modello di sviluppo: la propaganda e il ferreo controllo del partito comunista strozzano la potenzialità creativa di una società civile libera da restrizioni, vera ricetta per il successo del soft power. Quali saranno le priorità americane nei confronti della Cina? Il pivot to Asia e la strategia di rebalance di Obama hanno inaugurato secondo Nye quello che potrebbe definirsi una politica di «realismo e integrazione»: da una parte la stretta interdipendenza fra i due paesi in termini economico-finanziari, dall’altra la comune partecipazione ai consessi di governance globale – WTO, FMI e ONU – legano indissolubilmente i due paesi nelle prossime vicende internazionali. Un conflitto è tutt’altro che inevitabile. È tuttavia più ragionevole, seguendo le argomentazioni di Nye, prevedere una possibile «coesistenza pacifica»? Di certo non spetterà alla Cina nei decenni futuri l’ultima parola sul destino del secolo americano.

Avviandosi verso la parte conclusiva, l’autore affronta un argomento altrettanto delicato e complesso, ovvero lo stato di salute della politica e della società americana, da sempre punti di forza della salienza normativa del messaggio democratico yankee. Lungi dal farsi contagiare dall’isteria declinista, anche Nye non sottovaluta la posizione di molti detrattori che vedono nella crisi delle istituzioni e dei valori americani un fatto che acclara la plausibilità di un declino. Questo declino assoluto potrebbe a sua volta determinare il declino relativo – quindi esterno – degli Stati Uniti? In risposta a questa domanda (anche se un precedente storico esiste ed è rappresentato dall’implosione dell’Impero romano) vengono illustrati e demistificati i vari sintomi della certo non recente, seppur acuitasi, crisi della comunità statunitense. La cultura americana è indubbiamente attraversata da alcune fratture: dal peggioramento delle condizioni di vita della middle class, alla conseguente polarizzazione ideologica dei due partiti, il che rende sempre più instabile il sistema politico e difficoltosa la compatibilità tra il Congresso e il Presidente. L’immigrazione diventa un tema sempre più caldo, foriero di razzismo e discriminazioni sociali, ma nulla in confronto agli anni delle «guerre culturali» che rimangono l’apice della conflittualità sociale nella storia americana. Nonostante la crisi del 2008, l’economia statunitense ha sì subito un rallentamento, ma ha superato la prova della tenuta del complesso finanziario, grazie al robusto intervento della Federal Reserve. Primi in termini di competitività economica globale, gli Stati Uniti mettono in campo la migliore expertise e ingenti investimenti in progetti di ricerca, sviluppo e merchandising, soprattutto nei settori all’avanguardia. La scoperta dello shale gas e del tight oil gettano le basi per una futura indipendenza energetica e sono il “frutto della combinazione dell’imprenditorialità, diritti di proprietà e mercati di capitali: le fondamenta su cui poggia da sempre l’economia americana” (p. 82). L’isteria da deficit che ossessiona la politica monetaria europea è invece meno influente negli Stati Uniti, dove regna una maggiore fiducia sulle possibilità di gestione del debito pubblico. Le preoccupazioni sull’efficacia dell’istruzione primaria e secondaria sono messe in secondo piano rispetto al livello raggiunto dalle università americane, le quali rappresentano la punta di diamante del passato e attuale soft power. Il tasso di fiducia nelle istituzioni democratiche e la rinnovata partecipazione elettorale costituiscono un buon segnale e l’elevata diversificazione etnica della società americana, in costante crescita, è un ulteriore valore aggiunto. Una vitalità e un pluralismo che non possono che giovare, secondo Nye, alla produttività e alla creatività di una cultura, il melting pot americano, estremamente aperta e solidale e supportata da un sistema federale che garantisce il dispiegarsi del suo potenziale innovativo. Certo, il libro edito nel 2015 non poteva prevedere l’elezione di Trump e l’ascesa di un leader così distante dall’universo ideologico dell’autore; resta il fatto che, nonostante il populismo galoppante, l’America ha sì “molti problemi […] ma non stanno provocando quel declino assoluto capace di far finire il secolo americano” (p. 92).

In un recentissimo articolo pubblicato su «Foreign Affairs» e intitolato Will the Liberal Order Survive? The History of an Idea, Joseph Nye non fa che riprendere la riflessione che nel libro qui trattato propone come parte conclusiva della sua esposizione. Il secolo americano non può ancora essere storicizzato, in quanto soggetto a mutamento, ma l’egemonia americana non è minacciata in quanto mai davvero esistita. La fine del bipolarismo e della contrapposizione dei due blocchi, come nomos attraverso il quale regolare l’equilibrio del potere globale, aveva sì elevato il sistema liberal-democratico come idea trionfante e principale fonte di «beni pubblici globali», ma ha a sua volta favorito una progressiva entropia del potere, frutto della proliferazione di nuovi attori non-statali, mettendo in crisi, attraverso l’effetto penetrante della globalizzazione, la stessa capacità degli Stati Uniti di porsi come supremo arbitro dell’ordine internazionale. Ciò ha incoraggiato nuove potenze emergenti come la Cina ad avventurarsi verso la costruzione di un mondo multipolare, ma allo stesso tempo ha acuito la complessità di questa transizione di potere: non più solo gli Stati, ma nuove organizzazioni si sono imposte quali legittimi concorrenti. Nye parla di «reti di cooperazione» come l’unica e necessaria risposta per governare questo disordine e, tanto più gli Stati Uniti saranno capaci di costruirle in concerto con le altre potenze, maggiore sarà il beneficio che essi trarranno. In un’epoca di interdipendenza globale, che ha messo in discussione il paradigma weberiano del potere, diventa fondamentale concepire la politica mondiale nei termini del soft power piuttosto che affidarsi esclusivamente all’hard power. Collaborazione e cooperazione sono le chiavi che Nye individua per affrontare sfide globali – terrorismo, climate change, crisi finanziarie – che non richiedono l’unilateralismo degli Stati Uniti per essere risolte, ma la necessaria consapevolezza che la preminenza americana non sia terminata o in discussione, ma che debba soltanto adeguarsi ed assumere un aspetto differente: “Il secolo americano continuerà […] in termini di potere degli Stati Uniti con gli altri. Su molte issues transnazionali, far crescere il potere degli altri potrà aiutare gli Stati Uniti a raggiungere i propri obiettivi” (p. 111).

Parlare di età post-americana non significa necessariamente intendere l’inevitabilità del declino statunitense. La stessa campagna elettorale presidenziale recente ha mostrato quanto questa «paura di cadere» abbia rilanciato il ritorno della grandezza americana attraverso lo slogan di Trump Make America Great Again. È una tensione che si manifesta ogniqualvolta il sistema di potere americano si sente minacciato dall’esterno e in questo caso ha prodotto, esasperando i termini del declino, tutto quello che Nye avrebbe sicuramente voluto non veder realizzato. Se l’eccezionalismo americano delle origini doveva essere tutto quello che fosse il contrario del nefasto imperialismo europeo, questo timore ha prodotto, già con la rinascita neoconservatrice e l’unilateralismo della prima decade del XXI secolo, proprio quei fantasmi che la democrazia americana voleva scongiurare. Le tesi decliniste si fondano principalmente sui passi falsi della politica estera americana nel post 11 Settembre, mentre l’argomentazione di Nye si impone di decostruire e problematizzare queste accuse.

Il libro è senz’altro una rassegna ragionata di tutti i dubbi che si possono avanzare sulla salute dell’egemonia americana; Nye non nasconde, ma affronta con grandissima onestà intellettuale i problemi interni agli Stati Uniti contestualizzandoli rispetto all’indiscutibile predominanza statunitense in termini di hard power – comunque in ridimensionamento relativo – ma soprattutto rispetto al suo soft power. La leadership americana quale strumento di risoluzione dei problemi globali rappresenta un dato di fatto anche di fronte alle nuove forme di esercizio del potere nell’epoca globale, comunque congeniali rispetto alla crescita degli Stati Uniti. Dunque una transizione di egemonia rimane un’eventualità non plausibile, e chiunque vorrà imporre la propria influenza dovrà necessariamente fare i conti con la potenza americana, la quale non potrà crogiolarsi nella sua posizione confortevole, ma dovrà adoperarsi in diverse direzioni: rafforzando le istituzioni e i network economico-politici, perseguendo la promozione di beni pubblici globali, rinsaldando le alleanze storiche ed accettando un nuovo equilibrio multipolare.


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Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l'Universita degli Studi di Torino nel 2015. Studia Storia Contemporanea a Bologna, interessato di Storia della politica estera americana, geopolitica e storia militare.

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