La flat tax e il futuro della democrazia
- 14 Giugno 2018

La flat tax e il futuro della democrazia

Scritto da Gabriele Guzzi

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La questione su quale sia il livello ottimale di tassazione domina da sempre il dibattito economico, tra chi sostiene che deve essere alto e progressivo e chi invece vorrebbe liberare il sistema produttivo da tutte le frizioni che ne limitano le potenzialità.

In Italia, la discussione è tutt’altro che conclusa. Il governo M5s-Lega ha infatti promesso che vorrebbe superare l’attuale sistema impositivo introducendo una “quasi flat tax” su famiglie e imprese, suscitando aspre controversie sia in ambito politico che economico. Si tratterebbe di un tassa che, per le persone fisiche, dovrebbe fondarsi su due aliquote, il 15% per i redditi sotto gli 80 mila euro e il 20% per i redditi superiori, e su una struttura di deduzioni volte a garantire un certo grado di progressività.

Tale misura suscita interrogativi nel campo dell’equità distributiva e in quello dell’efficacia economica. In altri termini, un taglio di tali proporzioni alla pressione fiscale riuscirà a rafforzare l’uguaglianza di reddito e a irrobustire la crescita?

 

La flat tax: è giusto che il mondo sia ingiusto?

È evidente che il primo elemento da analizzare riguarda l’equità distributiva, vale a dire la capacità di un sistema di allocare equamente le risorse tra i partecipanti alla comunità economica. Il termine “comunità” non è casuale, serve a comprendere la natura collettiva di un sistema produttivo, dove non sono gli individui in sé a creare valore, ma l’interrelazione libera – se di capitalismo stiamo parlando – di lavoratori, istituzioni pubbliche e imprese, tutti soggetti alle stesse sollecitazioni e tutti vincolati alle stesse prescrizioni normative. La natura collettiva della società – e della vita stessa, come Aristotele ci ricorda – impone a colui che è titolare della creazione di valore, nel nostro tempo l’impresa, di ripartire questo valore tra tutti coloro che hanno partecipato a questo processo di creazione. I lavoratori, senza dubbio. Ma anche lo Stato, attraverso la dotazione di infrastrutture, sistema giudiziario e servizi pubblici, da cui l’attività produttiva trae beneficio.

Questa essenza comunitaria giustifica l’imposizione di una tassa, che deve essere equa senza compromettere l’esistenza stessa dell’impresa. È difficile quantificare l’aliquota più equa ed efficiente, e qui non passeremo al vaglio le diverse ipotesi che si sono fatte in ricerca. Per comprendere la variazione nel tempo dell’equità del sistema fiscale è sufficiente valutare come le aliquote sui diversi redditi siano state modificate in questi ultimi quaranta anni. Una riduzione sulle aliquote marginali più alte – in Italia per esempio sullo scaglione di reddito Irpef maggiore – implicherà uno slittamento del carico fiscale dai lavoratori o dai detentori di capitale più abbienti ad altri soggetti imponibili, come ad esempio il ceto medio, o ad altre forme di imposizione, come ad esempio l’Iva. Tale slittamento provocherà una modifica sia della composizione soggettiva del gettito fiscale, con una percentuale maggiore in termini relativi di gettito derivante da tasse sul ceto medio-basso, sia della quantità, con chiari effetti sulla capacità dello Stato di agire nell’economia tramite i ricavi fiscali.

È utile ricordare allo smemorato dibattito pubblico italiano che le aliquote sui redditi più alti hanno già subito importanti riduzioni percentuali negli ultimi quarant’anni. Tra il 1981 e il 2010 l’aliquota marginale più alta sul reddito è scesa, in media nei paesi Ocse, dal 66 al 42 percento; l’aliquota sui profitti dal 47 al 25 percento; mentre le plusvalenze finanziarie sono tassate al 42 percento, quando nel 1981 erano tassate al 75 percento. In Italia, nello specifico, nel 1974 erano a regime 32 aliquote Irpef progressive, nel 2018 erano solamente 5, e l’aliquota marginale più alta è passata dal 72 al 43 per cento. In altre parole, è da almeno quattro decenni che quasi tutti i paesi avanzati hanno intrapreso percorsi ambiziosi nel campo della riduzione delle tasse. Tasse, ça va sans dire, che sono diminuite quasi esclusivamente per i redditi maggiori, per i ricchi insomma.

Le conseguenze distributive sono sotto gli occhi di tutti. La quota di reddito, sia al lordo sia al netto delle tasse, che riceve il decile, il centile, il millile più alto della distribuzione (ossia il 10, l’1 e lo 0,1 per cento più ricco della popolazione) è cresciuto vertiginosamente sia al di qua che al di là dell’Oceano Atlantico. La crescita della quota di reddito che va ai più ricchi sia al lordo sia al netto delle tasse implica che tale modifica di aliquote, insieme ad altri fenomeni storici come la globalizzazione della catena produttiva, abbia alterato anche il sistema di incentivi e i rapporti di forza all’interno del gioco democratico.

Sebbene sia arduo stabilire un nesso causale diretto, è indubbio che l’arricchimento e l’accresciuta proprietà dei mezzi di produzione e di informazione da parte di una piccola quota della popolazione abbia sbilanciato il potere a discapito del resto della popolazione, il cosiddetto 99 o 99,9 per cento. Secondo Federico Caffè, noto economista italiano del novecento, l’attuale sistema democratico, politicamente parlando, è incastonato in un sistema non democratico, economicamente parlando, ed è quindi paragonabile a un’elezione dove tutti hanno solo una scheda elettorale e pochissimi ne hanno più di una.

Che effetti avrebbe allora l’introduzione di una “quasi flat tax” sul già pericolante sistema di equità proprio del nostro sistema economico? Per i sostenitori, come il parlamentare della Lega Armando Siri, la flat tax beneficerebbe il ceto medio. Insieme a Mario Lorenzo Janiri e con le elaborazioni del professor Baldini, abbiamo verificato su lavoce.info se tale dichiarazione fosse vera. I risultati sono impietosi: più del 70 per cento del risparmio generato andrebbe nelle mani dei due decili più ricchi della distribuzione, con circa il 50 per cento del totale solo per il decile più ricco. La classe media, ossia i tre decili tra il sesto e l’ottavo, otterrebbe solo il 20 per cento del risparmio generato, mentre le classi medio-basse, i decili tra il primo e il quinto, riceverebbero in totale solo il 10 per cento.

Questo perché sono proprio i decili più ricchi che otterrebbero una riduzione più rilevante dell’incidenza della tassazione sul reddito complessivo. Mentre il 10 per cento più ricco avrebbe una riduzione di circa il 10 per cento dell’incidenza, il 50 per cento più povero avrebbe in media una riduzione di circa il 2 per cento. Infatti, volendo fare tre esempi pratici, una famiglia con un reddito lordo complessivo pari a 300 mila euro, la quale con il sistema Irpef attuale versa circa 123 mila euro nelle casse dello stato, con la flat tax ne pagherebbe solo 56 mila, maturando un risparmio di quasi 68 mila euro. Al contrario, una famiglia con reddito di 30 mila euro avrebbe un risparmio pari a zero. Infatti, dato che il passaggio alla flat tax danneggerebbe la sua situazione reddituale, questa famiglia avrebbe la possibilità di avvalersi della clausola di salvaguardia per rimanere nel sistema Irpef attuale. Una famiglia con reddito complessivo di 50 mila euro, risparmierebbe meno di 2 mila euro. Come si può vedere, le conseguenze distributive non farebbero che esacerbare le disparità economiche che già dilaniano il tessuto sociale italiano.

Inoltre, la crescita delle disuguaglianze prodotta dalla quasi flat tax avrebbe probabilmente ripercussioni anche sulla capacità del sistema Italia di generare reddito. Sconfessata la teoria del trickle down, tale per cui un maggiore beneficio fiscale per i più ricchi produrrebbe a cascata, come in un lento sgocciolamento, un vantaggio per l’intera società, è necessario oggi ripensare il paradigma che lega disuguaglianze e crescita, prosperità e giustizia sociale. È necessario proseguire con l’audacia del pensiero e ribaltare il pregiudizio dominante che lega la ricchezza dei pochi allo sviluppo dei molti: generalmente, diciamo nel 99% dei casi, un beneficio elargito a pochi rimane prevalentemente nella cerchia reddituale di quei pochi, e non produce nessuno sgocciolamento. Semmai, se vogliamo proseguire con la metafora idrologica, esso rafforza una palude di iniquità.

 

Cambiare mentalità

Nel 1926 Keynes sosteneva che «le più aspre contese e le diversità di opinione […] si avranno probabilmente negli anni prossimi non in questioni tecniche, dove gli argomenti da ambo i lati sono principalmente economici, ma in quelle questioni che possono chiamarsi piscologiche, o, forse, morali».

Come allora anche oggi sembra che i dibattiti, come anche quello sulla flat tax, non riescano a risolversi all’interno delle sole categorie economiche. Sembrerebbe che oggi la controversia economica si sia impantanata in un terreno di diatribe tecniche, le quali, seppur estremamente rilevanti, non colgono la natura del tempo e quindi del dibattito stesso. La discussione dovrebbe con più nettezza straripare in considerazioni morali o antropologiche, vale a dire verso che tipo di essere umano e di società vogliamo puntare per il nostro futuro. Che società crea una misura come la flat tax? Che relazioni incentiva? Che senso di coesione produce? In altre parole, è solo ampliando lo spettro di concetti e di parole usate nel dibatto economico, solo indisciplinandosi come disciplina, ossia uscendo dal perimetro epistemologico su cui si è fondata nei decenni precedenti, che l’economia potrà risolvere i problemi che le sono più propri.

E l’autorità del denaro e della ricchezza, esercitata come strumento di influenza nelle democrazie moderne, viene rinforzata da una misura come la flat tax, che corrobora le piramidi sociali, i presupposti politici su cui si fondano, e le concezioni morali che li legittimano. Anche perché se la quasi flat tax avrà un costo di circa 50 miliardi, è interessante capire cos’altro si potrebbe fare con la stessa cifra, fatte salve le discussioni sulle coperture. Dato che le policy in ambito economico si nutrono della cultura dominante, la formano e a loro volta la rafforzano, probabilmente un’altra policy produrrebbe effetti diametralmente opposti, proprio nel lungo termine della progettazione politica.

Farò un solo esempio significativo. Tra il 2009 e il 2017, gli investimenti pubblici in Italia sono crollati del 34%, arrivando a toccare il minimo di 35,5 miliardi all’anno (nel 2009 erano 54 miliardi). Gli investimenti pubblici comprendono la costruzione di strade, infrastrutture, scuole, ospedali, ma anche le opere per la messa in sicurezza del territorio, come la prevenzione del dissesto idrogeologico, e gli interventi di rinnovamento nel settore delle energie. Determinano la dotazione di capitale che l’Italia avrà a disposizione nei prossimi decenni, e quindi anche la spina dorsale su cui potrà svilupparsi anche il sistema produttivo. È risaputo che l’Italia ha seri problemi di infrastrutture, ritenute spesso non adeguate per una nazione avanzata. Invertire con più nettezza questo trend negativo potrebbe risolvere, come è stato argomentato anche da Bankitalia, due dei grandi problemi del nostro tempo: la disoccupazione e le previsioni di una crescita futura stagnante.

Infatti, puntare con più determinazione sulla ripresa degli investimenti significa sia sostenere la rete infrastrutturale di base, la quale versa in situazioni sempre più deplorevoli (basti pensare che la voce di investimenti in strade è calata del 20% dal 2008), sia indirizzare risorse verso i settori economici ad alto moltiplicatore. Infatti, rispetto a una politica di bonus e sgravi fiscali – tanto cara anche ai governi precedenti – è stato dimostrato che una variazione positiva della spesa in conto capitale abbia un moltiplicatore significativamente più alto, specialmente nelle congiunzioni economiche di bassa crescita o stagnazione. Si sarebbe potuto, e si potrebbe, dirottare le risorse utilizzate per diminuire in maniera disomogenea la tassazione per la ripresa degli investimenti, con effetti sulla crescita, sull’occupazione e sulla domanda interna sensibilmente più elevati.

Quindi, al contrario della flat tax, i cui benefici per i più abbienti sono certi mentre le ricadute positive per l’intera popolazione sono tutte da dimostrare, gli investimenti pubblici possono riuscire a riplasmare il volto economico e sociale di una nazione. Proprio perché lo stato è chiamato a sviluppare una visione unitaria dell’Italia del futuro, e quindi a implementare progetti fondati su una missione comune all’intero territorio, una crescita degli investimenti avrebbe effetti di rilancio, di coesione e inclusione sociale imparagonabilmente più rilevanti. Riportare gli investimenti pubblici a una quota superiore al 3 per cento del PIL vuol dire incominciare a trasformare il tessuto sociale, rilanciare la nostra economia nei settori più innovativi fornendo allo stesso tempo occupazione di alto livello.

Due misure diverse, due effetti diversi. La democrazia si innesta proprio nel solco della decisione. Nonostante quello che ci viene fatto pensare, il primato della politica deve ripartire proprio da qui: da una discussione aperta sul tipo di società che vogliamo costruire. E non c’è idealismo né velleitarismo in questo. L’idealismo, o peggio l’ideologia, si nasconde invece nei tecnicismi che vogliono apparire neutrali, o peggio ancora naturali, mentre incorporano al loro interno un intero assetto di idee e pregiudizi. Riconoscere le idee che guidano la cultura e la politica dominante, destrutturarle nella loro naturalità, è il primo passo per porre i presupposti politici di un rinnovamento del sistema economico.

E la flat tax, in questo caso, sembra evidentemente supportare una concezione superata della società e del sistema economico, che è stata già messa alla prova, e ha già maturato i suoi frutti nefasti. È tempo di guardare altrove.

Scritto da
Gabriele Guzzi

Laureato a pieni voti in Economia alla Luiss e in Economic and Social Sciences all'Università Bocconi di Milano. È stato presidente di Rethinking Economics Bocconi e attualmente è collaboratore de lavoce.info dove si occupa della rubrica del fact-checking.

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