“Fordismi. Storia politica della produzione di massa” di Bruno Settis
- 13 Febbraio 2017

“Fordismi. Storia politica della produzione di massa” di Bruno Settis

Scritto da Giacomo Gabbuti

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Fordismi

Una prima distinzione utile, prima ancora di iniziare il giro per il mondo dei fordismi, è quella tra le esperienze americane di taylorismo e fordismo, che occupano la prima delle tre parti in cui è diviso il volume. Se nel resto del mondo (con l’eccezione notevole dell’Unione Sovietica) Taylor e Ford arriveranno insieme, Settis riconosce la peculiarità delle ricerche di Taylor nella «definitiva eliminazione (…) degli spazi di autonomia e creatività di cui parlava un economista classico come Adam Smith». Punto apicale di un lungo «processo storico di identificazione tra capitalismo, razionalità e scienza», il taylorismo costituisce il tentativo di definire le singole mansioni di ogni lavoro, portarle ad estrema semplificazione, per farne l’unità di tempo su cui misurare l’efficienza dei lavoratori. Quello che sarà definito scientific management segnò una cesura netta rispetto alla storia delle relazioni industriali statunitensi. Negli stessi anni in cui, dall’altra parte dell’oceano, il crescente conflitto sociale portava all’elaborazione di teorie elitiste, negli Stati Uniti l’individuazione di un criterio scientifico di efficienza offriva una soluzione alle pretese operaie di controllo sui tempi e le modalità di lavoro. Più che esperimento scientifico “in serra”, ci ricorda Settis, il taylorismo crebbe nella “giunga dei conflitti sociali”. In quella giungla subirà anzi sonore battute d’arresto, come nel 1911, all’Arsenale Federale di Watertown, Massachusetts, dove un’inchiesta governativa giunse a sconfessare la pretesa scientificità dei tecnici tayloristi. Non solo nella nostra epoca, insomma, si è provato a limitare l’arco delle opzioni politiche possibili per mezzo di formule in odor di razionalità.

In ogni caso, a Taylor seguì Ford: come ricostruisce Settis, questo portò l’organizzazione del lavoro ad un secondo stadio, quello del “governo delle cose”. La razionalizzazione veniva estesa all’intero ciclo produttivo, con la fabbrica che veniva progettata attorno al flusso della catena di montaggio. È l’era delle grandi fabbriche integrate, su tutte la mastodontica River Rouge. Come evidenziato nella recensione di Marta Fana2, al controllo delle cose si abbinava quello sugli uomini. L’organizzazione di fabbrica, così come l’esperimento degli alti salari – durato, peraltro, solamente pochi anni, a cavallo della Grande Guerra – erano condizionati al monopolio delle relazioni industriali, dalle quali erano esclusi tanto i sindacati quanto il potere politico. Anche in un esempio assai diverso, come quello degli Agnelli, la disponibilità al confronto sarà sempre subordinata alla chiarezza dei rapporti di potere – fino alla provocazione massima, nel Biennio Rosso, di annunciare la trasformazione cooperativa della Fiat, piuttosto che accettare divisioni di sovranità.

Alla diffusione globale dei fordismi è dedicato il secondo capitolo del volume. Fu proprio la Grande Guerra, e l’esperienza di programmazione che essa impose, a rendere le teorie e le pratiche manageriali statunitensi di scottante attualità nei Paesi ex belligeranti. Nella first industrial nation, a dire il vero, persino “il Ford britannico”, Lord Nuffield, ne farà un’applicazione assai parziale. Ma tra i late comer, questi troveranno vasta applicazione – come in Germania, dove il fordismo si espanderà persino all’edilizia. Tra i vari casi, l’importazione dello scientific management nella Russia della rivoluzione rappresenta probabilmente quello più interessante. Se prima della rivoluzione prevale un’impostazione critica, è la guerra a convincere Lenin dell’assoluta necessità di conquistare i segreti dell’organizzazione e dell’efficienza produttiva. Nelle sue parole, il Sistema Taylor «prepara il tempo in cui il proletariato prenderà nelle sue mani l’intera produzione sociale». Compito della rivoluzione è del resto far “imparare a lavorare” i russi, resi riottosi al lavoro dal secolare sfruttamento. Questa posizione di assoluto pragmatismo (la cui coerenza è stata discussa ampiamente da Vladimiro Giacchè in una presentazione del volume al Circolo Arci Sparwasser di Roma) sarà aspramente criticata, all’interno e all’esterno – secondo Weber, la presa del potere aveva costretto i bolscevichi a «far proprio tutto ciò che avevano combattuto come istituzioni di classe borghesi». Ma l’applicazione, precoce e successiva, di taylorismo e fordismo, sarà decisiva nella trasformazione dell’Unione Sovietica. Ford stesso commercerà anzi intensamente con l’URSS, e i suoi trattori Fordson avranno un gran ruolo nel portare la rivoluzione nelle campagne.

Il libro si conclude con un’analisi del caso italiano. Il titolo – La razionalizzazione in un mondo non razionale – è preso in prestito da Vittorio Valletta. E del resto, tenuto conto dei rilevanti contributi sul fordismo e l’americanismo di autori come Gobetti e Gramsci e dell’esperienza singolare degli Olivetti, il piatto forte non può che essere l’esperienza della Fiat. Tale attenzione, del resto, sarebbe giustificata anche in un saggio in altra lingua. Se già nel 1915 Agnelli veniva definito “il Napoleone dell’industria automobilistica europea”, l’esperienza Fiat è paradigmatica, tanto per le analogie (come l’evoluzione degli impianti, o la pretesa missione di modernizzare il Paese), quanto per le rilevantissime differenze, imposte dal differente contesto economico e politico. Il nostro Paese, ancora largamente agricolo e preda di sotto-occupazione strutturale, vide infatti per primo saltare la mediazione liberale, e la Fiat saprà modellare a proprio uso il mutamento delle relazioni industriali imposto dalla reazione fascista.

L’ampiezza dei temi trattati, unita all’approfondimento minuzioso di fonti e letteratura vastissime, è probabilmente la caratteristica principale del volume di Settis. Se Sabino Cassese ha posto l’accento sulla completezza spazio-temporale3, Emanuele Felice ha sottolineato la capacità di tenere assieme «diversi piani analitici: il mondo dell’impresa e quello del lavoro e poi, ancora, l’ambito istituzionale e la dimensione sociale e culturale». Ciò che forse non si è sottolineato è la quantità e qualità di riferimenti alla letteratura e l’immaginario prodotti dal Fordismo. Dai quadri di Frida Kahlo, al Viaggio al termine della notte di Céline, il novecento è stato riempito dalle narrazioni di chi visitò, o immaginò soltanto, le fabbriche fordiste. Nel volume di Settis, questa vastità di echi, più che sfoggio o alleggerimento, è funzionale a rendere conto di un elemento chiave della vicenda di Ford, che prima e più di altri capitani d’impresa fece della coltivazione del culto della propria genialità elemento chiave della sua strategia di business.

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Scritto da
Giacomo Gabbuti

Dottorando di storia economica presso l'Università di Oxford, e redattore di Jacobin Italia.

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