“Fordismi. Storia politica della produzione di massa” di Bruno Settis
- 13 Febbraio 2017

“Fordismi. Storia politica della produzione di massa” di Bruno Settis

Scritto da Giacomo Gabbuti

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Attualità e conclusioni

Quasi un’enciclopedia, il volume si presta, più che ad un’unica “carrellata”, a successive riletture. Del resto, è l’attualità a fornire diversi stimoli per indagare con lenti diverse una storia così affascinante e complessa. Nel contesto attuale, non si può che condividere la motivazione, espressa da Settis con forza nell’introduzione, di riportare al centro della discussione e della ricerca la produzione, con i conflitti e le contraddizioni ad essa legati. Se Victoria De Grazia, ne L’impero irresistibile, aveva delineato un quadro “pacifico e ottimistico” dell’espansione della società di massa e dei consumi, Settis dimostra che, superando l’ottica conciliante della distribuzione e del consumo, è possibile far emergere la complessità e l’ambiguità della concreta applicazione dei nuovi paradigmi organizzativi, anche nell’impresa responsabile del Five Dollar Day.

Dopo decenni in cui, al mantra delle “riforme strutturali”, la sinistra europea ha saputo opporre solo proposte più o meno radicalmente redistributive, la crescita delle disuguaglianze rende quanto mai opportuno considerare come queste originino dai processi di produzione, e dei rapporti di forza che vi sono in vigore, come testimoniato dalle prime delle quindici proposte del manifesto contro la disuguaglianza di Tony Atkinson4.

Allo stesso tempo, mentre assistiamo al riproporsi della «contraddizione crescente tra il cosmopolitismo dell’economia e il nazionalismo della politica», già catturata da Gramsci nei Quaderni, è di estremo interesse analizzare lo stretto intrecciarsi, nella vicenda dei fordismi, delle trasformazioni aziendali con la più generale evoluzione politica della società. Non solo in Italia, il taylorismo e il fordismo contribuirono a dare forma alla tensione corporatista, descritta da Maier ne La rifondazione dell’Europa borghese. Alla base di un possibile compromesso tra capitale e lavoro veniva individuata l’edificazione di una “civiltà dei produttori”, basata sull’uso razionale del tempo e della macchina. Come già intuiva nel 1925 Carlo Rosselli, era però nell’assenza di democrazia sui luoghi di lavoro che andava individuata la portata conservatrice della proposta di Henry Ford – che parlava della burocrazia delle Trade unions «come un fascista parlerebbe delle leghe socialiste». Nel nostro paese, il fordismo saprà imporsi proprio grazie a quello che Settis chiama «il legame tra disciplina del cronometro e militarizzazione del lavoro» – incarnato dall’assunzione, nel 1941, di uno degli organizzatori dell’omicidio dei fratelli Rosselli come Direttore del Servizio di Sorveglianza Fiat.

L’unica pecca che si può rimproverare a Settis è l’aver totalmente rinunciato, anche nei casi trattati con maggior dettaglio, a quantificare i tempi e l’estensione dell’espansione dei fordismi. Nel descrivere, oramai quarantacinque anni fa, il concetto di Crescita Economica Moderna per cui gli era stato attribuito il Nobel per l’Economia, Simon Kuznets sottolineò l’importanza di coglierne il carattere di cambiamento strutturale: settori dell’economia un tempo marginali, in virtù di profonde trasformazioni produttive, crescevano a ritmi così sostenuti da aumentare enormemente il proprio peso nell’economia, e condizionarne sempre più l’andamento generale. La ricerca storico-economia sulla rivoluzione industriale inglese, da allora, ha via via chiarito quanto, nel complesso, questi mutamenti siano stati estremamente graduali, e meno traumatici, di quanto potesse essere intuibile dalla trasformazione delle campagne inglesi. Secondo le recenti stime di Nick Crafts, nel momento di massima accelerazione (1800-1830), l’economia inglese sarebbe cresciuta in media appena dello 0.5% annuo. Fu, quella dei fordismi, una storia limitata all’automobile? O rappresentò piuttosto un cambiamento repentino del governo di tutta l’economia, italiana ed europea? Se sono ovvie le ragioni per considerare la Fiat, nella definizione di Giuseppe Berta, un “barometro” delle relazioni industriali del nostro Paese, proprio il caso italiano ci ricorda come accanto a Mirafiori abbia prosperato la piccola e micro impresa, nella quale difficilmente il fordismo prese piede. Se qualsiasi tentativo di quantificazione pone enormi difficoltà definitorie, di certo renderebbe ancor più efficace l’analisi di Settis, facendone un’interessante chiave di paragone di trasformazioni successive.

In ogni caso, Fordismi fornisce una messe di dati e riflessioni tale da rendere poco aggiornate le conclusioni, secondo cui «il concetto di fordismo era ed è noto ma non conosciuto». Il libro si conclude con un appello di Settis a «resistere alla tentazione di unificare sotto un’unica etichetta fenomeni diversi, di sovrapporre e confondere piani diversi come l’organizzazione del lavoro, la direzione corporatista dell’economia, il modello di viluppo economico», e «mettere in relazione con i processi e i tempi lunghi della società capitalistica, dell’organizzazione del lavoro, dei conflitti politici che li hanno innervati, per comprendere le storie e le strutture delle origini politiche ed economiche del nostro tempo». Fordismi ne è un ottimo esempio, ed è una lezione non da poco.


Scritto da
Giacomo Gabbuti

Dottorando di storia economica presso l'Università di Oxford, e redattore di Jacobin Italia.

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