Forme della città e strategie di governance
- 03 Maggio 2017

Forme della città e strategie di governance

Scritto da Andrea Baldazzini

7 minuti di lettura

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Città e governance

Da un punto di vista strettamente politico, sono due le trasformazioni che indicano un serio tentativo di gestione delle nuove spazialità urbane, tentativo rivolto in primis a “ri-addomesticare” una spazialità collettiva che risulta sempre più sfuggente:

  1. La prima può venire riassunta nel concetto di governance: termine questo oggi di gran moda, ma che segna un radicale passaggio in termini di organizzazione del potere divenuto necessario per governare uno spazio poliarchico, estremamente differenziato e “liquido”, e ciò vale sia ad una scala ristretta come quella cittadina o regionale, sia ad una scala più ampia di ordine nazionale o globale (multiscalarità): «l’idea è quella di sottrarre i processi decisionali alla catena gerarchica delle istanze pubbliche a favore della promozione di forme di negoziazione fra una più amplia platea di attori, collocati a diversi livelli: pubblico – privato, formale -informale, locale – nazionale -sovranazionale».7 La territorializzazione di uno spazio, cioè l’assunzione da parte di un territorio di certi caratteri che nel tempo gli forniscono una determinata identità (che risulta però costantemente sottoposta a revisione), costringe infatti la politica ad una ristrutturazione della sua azione e progettualità che non per niente si fa sempre più condivisa e co-prodotta.
  1. La seconda  riguarda  invece  la  perenne  ri-strutturazione  a  cui  è  soggetta  la  pubblica amministrazione: come mostra molto bene Niels Andersen nel suo Il welfare delle potenzialità8, essa è passata da essere un’amministrazione di settore, tipica degli anni ’50 e ’60, divisa cioè per compartimenti ben definiti dove ognuno si occupa del proprio problema (lavoro, istruzione, sanità, ecc.) e articolata secondo il principio centro (ministero) – periferia (uffici di zona), ad un’amministrazione di supervisione, tipica degli anni ’80, il cui obiettivo è quello di coordinare dall’alto l’auto-gestione e auto-adattamento delle singole istituzioni che stanno in basso. Solo di recente si assiste all’implementazione della cosiddetta amministrazione in cerca di potenzialità, ovvero, un’amministrazione che esce dai propri confini tradizionali per stimolare le varie istituzioni a ripensare costantemente i propri obiettivi, strumenti e identità, cosicché l’intero apparato possa mantenersi fluido, elastico e capace di tradurre l’incertezza del futuro in risorsa interna per sempre nuove progettualità. Volendo dunque mantenere una certa capillarità sul territorio, l’amministrazione ha dovuto re-inventare completamente l’intera sua architettura: quando lo spazio diviene «un mosaico eterogeneo e tecnologicamente denso, composto da riti e flussi che ridefiniscono il senso della distanza e della prossimità ed è attraversato da dispositivi confinari di varia natura»9, qualunque immagine tradizionale che raffigura il “potere” e la politica in maniera lineare, verticale, liscia, meramente dialettica, finisce per saltare.

A partire dalla constatazione di quanto sia stretto il rapporto che lega le trasformazioni delle spazialità collettive, in particolare quelle inerenti alla dimensione urbana, con la progettazione e il governo di un territorio nella sua accezione più strettamente politica, dovrebbe diventare chiaro anche quanto siano cruciali alcuni saperi come quelli dell’architettura e dell’urbanistica, i quali invece vengono purtroppo molto spesso delegittimati e rilegati a saperi tecnici.

Ad ogni modo è solo attraverso la ripresa di tali professionalità e conoscenze, messe a stretto contatto con le istituzioni e la politica, che si potranno tentare strategie e azioni volte a guidare, e non solo ad assecondare, quell’insieme così complesso di fenomeni multiscalari che oggi appaiono ingovernabili e fanno somigliare i territori a un’infinita Babilonia. Ovviamente ciò non significa riproporre il desiderio moderno di imporre una forma definita e stabile alla città, piuttosto il tentativo è quello di costruire modalità di governance adeguate alla complessità nelle quali, ad esempio, chi abita i territori possa effettivamente prendere parte alla loro stessa costruzione o dove lo sperimentalismo divenga un serio strumento per la realizzazione di politiche sociali innovative. Lo spazio infatti non è mai un semplice contenitore neutrale, esso è perennemente costruito dagli interessi e desideri delle forze sociali in atto e proprio per questa ragione la politica (soprattutto nella sua forma istituzionale) deve ritornare ad essere una delle protagoniste nella creazione di spazi che permettano la nascita di nuovi modi di abitare e di nuove forme di vita collettiva. Come scriveva Bernardo Secchi: «l’urbanistica non è pratica acquiescente, essa deve rimanere un continuo esercizio radicale di critica sociale»10.


1 Massimiliano Guareschi / Federico Rahola (a cura di), Forme della città, Milano: Agenzia X, 2015, p. 43.

2 Ivi, p. 15.

3 Ivi, p. 20.

4 Aldo Bonomi e Alberto Abruzzese (a cura di), La città infinita, Milano: Bruno Mondadori, 2004,p. 52.

5 Massimo Cacciari, La città, Rimini: Pazzini Editore, 2004, p. 70.

6 Massimiliano Guareschi / Federico Rahola (a cura di), Forme della città, Milano: Agenzia X, 2015, p. 26.

7 Ivi, p. 27.

8 Niels Åkerstrøm Andersen e Justine Grønbæk Pors, a cura di Riccardo Prandini, Il welfare delle potenzialità, Milano; Udine: Mimesis, 2016, p. 134.

9 Massimiliano Guareschi / Federico Rahola (a cura di), Forme della città, Milano: Agenzia X, 2015, p. 30.

10 Bernardo Secchi, La città del ventesimo secolo, Roma: GLF editori Laterza, 2005.


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Scritto da
Andrea Baldazzini

Ricercatore Senior presso AICCON, centro di ricerca dell’Università di Bologna dedicato alla promozione della cultura della cooperazione e del non profit, dove si occupa di imprenditoria sociale, innovazione e trasformazioni dei sistemi di welfare territoriale. Svolge inoltre attività di formazione e consulenza per organizzazioni di terzo settore e pubbliche amministrazioni. Per «Pandora Rivista» è membro della Redazione.

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