Il ritorno dell’Alternativa: le “15 proposte per la giustizia sociale” del Forum Disuguaglianze Diversità

Forum Diseguaglianze Diversità

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Le proposte del Forum Disuguaglianze Diversità in sintesi

Esaminare nel dettaglio le 15 proposte per la giustizia sociale del Forum Disuguaglianze Diversità va ben oltre lo scopo di questo articolo. Vale però la pena, anche per invogliare il lettore ad approfondire il corposo rapporto di presentazione che le contiene, fornire alcuni spunti sulla loro capacità di incidere nei processi economici e fare qualche breve riflessione sulla loro grande importanza e attualità.

Come anticipato, le 15 proposte sono suddivise in gruppi, ognuno corrispondente ad uno dei meccanismi di formazione delle disuguaglianze. Il fatto che siano presentate in sezioni diverse del rapporto non deve tuttavia far pensare che esse siano nettamente separate le une dalle altre. Come richiamato dagli autori stessi, infatti, “le quindici proposte formano un insieme integrato” e “pur essendo indipendenti le une dalle altre, l’efficacia di ognuna è accresciuta dall’attuazione delle altre”.

Con questa importante avvertenza, le prime 11 proposte si pongono l’obiettivo di “indirizzare il cambiamento tecnologico alla giustizia sociale, in particolare migliorando il benessere dei più deboli […]” e ruotano intorno alla considerazione fondamentale che non è il progresso tecnologico di per sé, ma l’utilizzo che si decide (politicamente) di farne ad avere effetti potenzialmente disastrosi sulla giustizia sociale. Forse non sorprendentemente, tale decisione dipende dalla cultura e dai rapporti di potere prevalenti di volta in volta nelle varie epoche storiche. A questo proposito, gli ultimi trent’anni sono stati caratterizzati da alcuni clamorosi paradossi: un immenso patrimonio di open science, costituito grazie al cospicuo investimento di fondi pubblici, è stato spesso “rubato” da parte di società private mediante lo strumento del brevetto per dare vita a monopoli. Similmente, la stessa grande mole di dati e di informazioni che, essendo liberamente disponibile in rete, ha contribuito a distribuire la conoscenza e ad abbattere molte barriere territoriali, è stata usata da un numero limitato di imprese private per influenzare le preferenze dei consumatori ed estrarre incredibili rendite.

A sostenere tali squilibri, ci sono state una serie di scelte politiche legate al “senso comune” neoliberista dominante: tra le varie spiccano la stipula dell’accordo TRIPS in sede WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) che legava l’accesso ai benefici del commercio globale alla strettissima tutela dei diritti di proprietà intellettuale, la perdita di interesse verso il contrasto dei monopoli privati (con il conseguente via libera alla crescita delle grandi corporation), il rifiuto di ogni tipo di intervento pubblico nell’economia.

Così, ci troviamo oggi a vivere in una società caratterizzata da una estrema polarizzazione delle retribuzioni (tra aziende o settori innovativi e non, tra territori coinvolti in modo diverso nei processi innovativi), da una scarsa autonomia del lavoro e da una precarietà diffusa.

Le risposte pensate dagli autori per affrontare di petto questo quadro allarmante sono molteplici e variegate. La prima è quella di promuovere, a livello europeo, una modifica del TRIPS che incentivi la produzione di conoscenza come bene pubblico globale spezzando la sostanziale equiparazione dei diritti di proprietà intellettuale alla proprietà sui beni fisici. Ciò avrebbe grandissima rilevanza in campo farmaceutico dove l’elevato costo dei medicinali rappresenta un motivo di esclusione dalle cure per molti individui e un grande costo per i sistemi sanitari pubblici. Le proposte 2, 3 e 6, invece, incentivano il coinvolgimento diretto del pubblico, rappresentato rispettivamente dall’Unione Europea, dallo Stato italiano e dal sistema di Università pubbliche, nella produzione di conoscenza e nel suo indirizzamento a fini di giustizia sociale. Particolarmente interessanti appaiono le proposte di assegnare missioni di medio lungo termine alle imprese pubbliche italiane (una sorta di politica industriale guidata dal faro della giustizia sociale) e di favorire una collaborazione sistematica tra Università e PMI che consenta a queste ultime di colmare il gap tecnologico di cui cronicamente soffrono. Altre proposte includono la costruzione di una sovranità collettiva sui dati personali, il reinvestimento di dividendi del cambiamento tecnologico in servizi di pubblica utilità come mobilità o istruzione nell’ambito di una strategia di sviluppo che presti particolare attenzione alle specificità dei luoghi e l’allineamento delle politiche ambientali agli interessi dei più deboli. Il tutto sostenuto da un cospicuo investimento nella nostra pubblica amministrazione anziana e sottodimensionata.

Le proposte 12,13 e 14 si pongono l’obiettivo di “ridare potere negoziale e di partecipazione al lavoro, nelle forme appropriate a questa fase dello sviluppo” intervenendo così sul secondo motore delle disuguaglianze. Il lavoro, infatti, negli ultimi trent’anni ha perso molto del potere negoziale che aveva faticosamente guadagnato: la frammentazione dei processi produttivi ha reso difficile l’organizzazione sindacale; la sistematica rimozione di ogni barriera alla libera circolazione dei capitali ha messo il lavoro meno qualificato dell’Occidente in competizione con quello di altri luoghi del mondo spingendo le retribuzioni al ribasso; le trasformazioni nella governance d’impresa hanno elevato il profitto di breve periodo a unica guida delle decisioni aziendali, spesso andando contro gli interessi dei lavoratori. La ricetta proposta dagli autori per cambiare radicalmente lo stato delle cose prevede due ingredienti principali: l’introduzione, dopo aver esteso l’applicazione dei contratti collettivi nazionali di lavoro a tutti i lavoratori interessati, di un salario orario minimo di almeno 10 euro netti, e la costituzione di consigli del lavoro e di cittadinanza nell’impresa. Questi ultimi, dotati di potere di veto su alcune decisioni aziendali e partecipando direttamente alla definizione delle strategie di medio e lungo termine dello sviluppo d’impresa, potrebbero essere uno strumento davvero efficace per trasformare la relazione tra lavoro-impresa in una direzione che tenga in maggiore conto l’interesse del primo.

L’ultima proposta, anch’essa molto radicale, è quella di istituire un’eredità universale finanziata da un’imposta progressiva su eredità e donazioni ricevute nell’arco di vita per “fare in modo che nel passaggio all’età adulta […] la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza accumulata dalle precedenti generazioni non sia determinante per le opportunità individuali”.

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Massimo Aprea ha conseguito nel 2018 la laurea in Economia politica presso l'Università La Sapienza di Roma. I suoi interessi riguardano le disuguaglianze e le politiche in grado di fronteggiarle efficacemente. Attualmente è dottorando in Economia politica presso l'università La Sapienza di Roma. Gabriele Palomba è dottorando presso la Scuola di Dottorato in Economia dell'Università La Sapienza di Roma, si è laureato in Economia politica presso la stessa università. Studia le disuguaglianze e la distribuzione del reddito. Ha conseguito il diploma triennale della Scuola Superiore di Studi Avanzati Sapienza (SSAS). È membro della rete italiana di Rethinking Economics.

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