Il ritorno dell’Alternativa: le “15 proposte per la giustizia sociale” del Forum Disuguaglianze Diversità
- 08 Aprile 2019

Il ritorno dell’Alternativa: le “15 proposte per la giustizia sociale” del Forum Disuguaglianze Diversità

Scritto da Massimo Aprea e Gabriele Palomba

8 minuti di lettura

«Negli ultimi trent’anni la tendenza alla riduzione delle disuguaglianze, osservata a partire dal secondo dopoguerra, si è interrotta o invertita. […] I ceti deboli avvertono maggiormente la preoccupazione di un peggioramento dei servizi essenziali, legati alla salute, all’assistenza sociale, all’istruzione e alla mobilità. Nelle aree interne o rurali, nelle periferie o nei “territori di mezzo” colpiti dalla de-industrializzazione, ma non solo, molte e molti hanno percepito che, di fronte a profonde trasformazioni (come il cambiamento tecnologico e climatico, le migrazioni e la globalizzazione), le proprie aspirazioni e i propri valori venivano trascurati dalle classi dirigenti, politiche ed economiche; e hanno ascoltato dalle classi dirigenti politiche (degli Stati nazionali, dell’Unione Europea, dei centri della cooperazione internazionale) messaggi di impotenza e soprattutto una frase, continuamente ripetuta per scoraggiare ogni pretesa: “non ci sono alternative”».

È questa considerazione che ha spinto numerosi esponenti del mondo della ricerca e otto organizzazioni della cittadinanza attiva (di diversa ispirazione, dal socialismo al cattolicesimo sociale, passando per l’ecologismo), coordinati da Fabrizio Barca, a costituire il Forum Disuguaglianze Diversità, col preciso scopo di dar vita a un lavoro di ricerca ed elaborazione di risposte adeguate al tema delle disuguaglianze. Questo lavoro è culminato nella presentazione di 15 proposte, dichiaratamente ispirate al “Programma di Azione” di Anthony Atkinson, compianto economista inglese, fra i massimi studiosi delle disuguaglianze economiche. La stella polare di questa elaborazione è il concetto di “giustizia sociale”, nel senso di “pieno sviluppo della persona umana”, come declinato dall’articolo 3 della Costituzione, ma anche di “libertà sostanziale sostenibile”, nella concezione di Amartya Sen. Di fronte allo stato attuale delle disuguaglianze (sintetizzato in 13 punti nel rapporto di presentazione) è questo stesso senso di giustizia a motivare e giustificare un’azione di contrasto, molto più di considerazioni economiche o socio-politiche. C’è dunque una tensione ideale che fa riferimento a precise categorie filosofiche e ideologiche alla base delle proposte del Forum, fatto che non si vedeva da diverso tempo nel dibattito pubblico italiano (e non solo).

L’orientamento pratico del lavoro è stato dettato da due necessità: da una parte, quella di avviare un recupero degli strumenti erroneamente messi da parte negli anni del “There Is No Alternative” neoliberista, dall’altra quella di cogliere le nuove opportunità che i progressi degli ultimi decenni ci hanno fornito, senza trincerarsi nelle nostalgie. L’obiettivo dichiarato è quindi quello di modificare non solo i meccanismi che ostacolano le opportunità, ma anche quelli che influenzano i risultati.

Ci sono poi tre fatti concreti che hanno al contempo supportato e orientato le proposte: in primis, le esperienze passate in cui momenti di dirompente sviluppo tecnologico e apertura dei mercati, dai risvolti potenzialmente negativi, sono stati poi al contrario orientati verso il progresso e l’emancipazione sociale; a seguire, il fatto che le attuali disuguaglianze hanno origine soprattutto in precise scelte politiche, motivo per cui non c’è nulla di irreversibile e inevitabile; infine, quello che nel rapporto viene definito il “fattore Italia”, cioè quelle specificità del nostro tessuto economico e politico (in particolare il ruolo della PA e delle PMI) che hanno determinato delle tendenze negative, che però possono essere altrettanto determinanti, se ben utilizzate e modificate, per invertire quelle stesse tendenze.

Come noto, le disuguaglianze sono un fenomeno multidimensionale. I membri del Forum Disuguaglianze Diversità hanno quindi rivolto le loro proposte a uno specifico tipo di disuguaglianza, la disuguaglianza di ricchezza, tanto privata quanto comune, perché individuata come quella che ha più influenza su tutte le altre. Tuttavia, viene indicata come assolutamente importante in Italia anche la disuguaglianza di istruzione, che verrà affrontata nella prossima fase di lavoro del Forum.

Gli autori hanno definito tre meccanismi di formazione della disuguaglianza di ricchezza, cui corrispondono specifici blocchi di proposte: il cambiamento tecnologico, che conduce storicamente a un bivio fra minore o maggiore giustizia sociale; il rapporto lavoro-impresa, che influisce non solo su driver fondamentali delle disuguaglianze economiche, ma anche sulla direzione dello stesso cambiamento tecnologico; il “passaggio generazionale”, cioè il momento in cui le risorse vengono trasferite da una generazione all’altra, con possibilità tanto di aumento della concentrazione, quanto di redistribuzione e aumento delle opportunità indipendentemente dal ceto di nascita.

Per rispondere al duplice obiettivo di intervenire tanto “a monte” quanto “a valle” delle disuguaglianze, le misure proposte mirano sia alla pre-distribuzione (i primi due blocchi) che alla re-distribuzione (il blocco dedicato al passaggio generazionale).

Degno di nota è il fatto che queste proposte rappresentano un interessante connubio fra politiche pubbliche e azioni collettive, con particolare attenzione a queste ultime (anche su scala europea). È quindi agli attori di entrambe, cioè sia alle istituzioni pubbliche che a sindacati, associazioni e reti di cittadinanza attiva che queste proposte sono rivolte.

Sulla scorta di questo, tali realtà sono state coinvolte già nella fase di elaborazione delle proposte, con l’obiettivo che questo impegno collettivo continui poi nella fase di sperimentazione e implementazione, anche in forme autonome e localizzate.

 

Le proposte del Forum Disuguaglianze Diversità in sintesi

Esaminare nel dettaglio le 15 proposte per la giustizia sociale del Forum Disuguaglianze Diversità va ben oltre lo scopo di questo articolo. Vale però la pena, anche per invogliare il lettore ad approfondire il corposo rapporto di presentazione che le contiene, fornire alcuni spunti sulla loro capacità di incidere nei processi economici e fare qualche breve riflessione sulla loro grande importanza e attualità.

Come anticipato, le 15 proposte sono suddivise in gruppi, ognuno corrispondente ad uno dei meccanismi di formazione delle disuguaglianze. Il fatto che siano presentate in sezioni diverse del rapporto non deve tuttavia far pensare che esse siano nettamente separate le une dalle altre. Come richiamato dagli autori stessi, infatti, “le quindici proposte formano un insieme integrato” e “pur essendo indipendenti le une dalle altre, l’efficacia di ognuna è accresciuta dall’attuazione delle altre”.

Con questa importante avvertenza, le prime 11 proposte si pongono l’obiettivo di “indirizzare il cambiamento tecnologico alla giustizia sociale, in particolare migliorando il benessere dei più deboli […]” e ruotano intorno alla considerazione fondamentale che non è il progresso tecnologico di per sé, ma l’utilizzo che si decide (politicamente) di farne ad avere effetti potenzialmente disastrosi sulla giustizia sociale. Forse non sorprendentemente, tale decisione dipende dalla cultura e dai rapporti di potere prevalenti di volta in volta nelle varie epoche storiche. A questo proposito, gli ultimi trent’anni sono stati caratterizzati da alcuni clamorosi paradossi: un immenso patrimonio di open science, costituito grazie al cospicuo investimento di fondi pubblici, è stato spesso “rubato” da parte di società private mediante lo strumento del brevetto per dare vita a monopoli. Similmente, la stessa grande mole di dati e di informazioni che, essendo liberamente disponibile in rete, ha contribuito a distribuire la conoscenza e ad abbattere molte barriere territoriali, è stata usata da un numero limitato di imprese private per influenzare le preferenze dei consumatori ed estrarre incredibili rendite.

A sostenere tali squilibri, ci sono state una serie di scelte politiche legate al “senso comune” neoliberista dominante: tra le varie spiccano la stipula dell’accordo TRIPS in sede WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) che legava l’accesso ai benefici del commercio globale alla strettissima tutela dei diritti di proprietà intellettuale, la perdita di interesse verso il contrasto dei monopoli privati (con il conseguente via libera alla crescita delle grandi corporation), il rifiuto di ogni tipo di intervento pubblico nell’economia.

Così, ci troviamo oggi a vivere in una società caratterizzata da una estrema polarizzazione delle retribuzioni (tra aziende o settori innovativi e non, tra territori coinvolti in modo diverso nei processi innovativi), da una scarsa autonomia del lavoro e da una precarietà diffusa.

Le risposte pensate dagli autori per affrontare di petto questo quadro allarmante sono molteplici e variegate. La prima è quella di promuovere, a livello europeo, una modifica del TRIPS che incentivi la produzione di conoscenza come bene pubblico globale spezzando la sostanziale equiparazione dei diritti di proprietà intellettuale alla proprietà sui beni fisici. Ciò avrebbe grandissima rilevanza in campo farmaceutico dove l’elevato costo dei medicinali rappresenta un motivo di esclusione dalle cure per molti individui e un grande costo per i sistemi sanitari pubblici. Le proposte 2, 3 e 6, invece, incentivano il coinvolgimento diretto del pubblico, rappresentato rispettivamente dall’Unione Europea, dallo Stato italiano e dal sistema di Università pubbliche, nella produzione di conoscenza e nel suo indirizzamento a fini di giustizia sociale. Particolarmente interessanti appaiono le proposte di assegnare missioni di medio lungo termine alle imprese pubbliche italiane (una sorta di politica industriale guidata dal faro della giustizia sociale) e di favorire una collaborazione sistematica tra Università e PMI che consenta a queste ultime di colmare il gap tecnologico di cui cronicamente soffrono. Altre proposte includono la costruzione di una sovranità collettiva sui dati personali, il reinvestimento di dividendi del cambiamento tecnologico in servizi di pubblica utilità come mobilità o istruzione nell’ambito di una strategia di sviluppo che presti particolare attenzione alle specificità dei luoghi e l’allineamento delle politiche ambientali agli interessi dei più deboli. Il tutto sostenuto da un cospicuo investimento nella nostra pubblica amministrazione anziana e sottodimensionata.

Le proposte 12,13 e 14 si pongono l’obiettivo di “ridare potere negoziale e di partecipazione al lavoro, nelle forme appropriate a questa fase dello sviluppo” intervenendo così sul secondo motore delle disuguaglianze. Il lavoro, infatti, negli ultimi trent’anni ha perso molto del potere negoziale che aveva faticosamente guadagnato: la frammentazione dei processi produttivi ha reso difficile l’organizzazione sindacale; la sistematica rimozione di ogni barriera alla libera circolazione dei capitali ha messo il lavoro meno qualificato dell’Occidente in competizione con quello di altri luoghi del mondo spingendo le retribuzioni al ribasso; le trasformazioni nella governance d’impresa hanno elevato il profitto di breve periodo a unica guida delle decisioni aziendali, spesso andando contro gli interessi dei lavoratori. La ricetta proposta dagli autori per cambiare radicalmente lo stato delle cose prevede due ingredienti principali: l’introduzione, dopo aver esteso l’applicazione dei contratti collettivi nazionali di lavoro a tutti i lavoratori interessati, di un salario orario minimo di almeno 10 euro netti, e la costituzione di consigli del lavoro e di cittadinanza nell’impresa. Questi ultimi, dotati di potere di veto su alcune decisioni aziendali e partecipando direttamente alla definizione delle strategie di medio e lungo termine dello sviluppo d’impresa, potrebbero essere uno strumento davvero efficace per trasformare la relazione tra lavoro-impresa in una direzione che tenga in maggiore conto l’interesse del primo.

L’ultima proposta, anch’essa molto radicale, è quella di istituire un’eredità universale finanziata da un’imposta progressiva su eredità e donazioni ricevute nell’arco di vita per “fare in modo che nel passaggio all’età adulta […] la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza accumulata dalle precedenti generazioni non sia determinante per le opportunità individuali”.

 

Le prospettive del Rapporto

In conclusione, le “15 proposte” del Forum Disuguaglianze Diversità sembrano a chi scrive un tentativo molto riuscito di dare risposte concrete al problema delle disuguaglianze, ormai percepito da larga parte dell’opinione pubblica come uno dei più pressanti in tutte le sue sfaccettature, economiche, sociali, intergenerazionali, di genere e ambientali, ma non ancora affrontato con sufficiente senso pratico e concretezza dai policymaker, nel senso più ampio della parola. Il lavoro è pertanto caratterizzato da una chiara volontà di orientare e informare l’opinione pubblica, con la speranza di dar vita a un dibattito che entri nella carne viva delle proposte, mettendole alla prova e discutendole anche criticamente. Secondo i promotori del Forum, infatti, è questo il modo migliore per cui le proposte possano efficacemente cambiare e indirizzare il senso comune.

I punti di forza sono diversi e solidi. Anzitutto, il metodo di elaborazione sembra essere molto efficace: il fatto che si sia proceduto con l’individuazione di specifici punti critici nello stato delle disuguaglianze in Italia ha permesso di focalizzare obiettivi, sia generici che specifici, ben definiti, che a loro volta hanno permesso di articolare proposte approfondite, fondate e mirate. A proposito di queste ultime, alcune appaiono davvero innovative e radicali, anche quando sono ispirate a “buone pratiche” già esistenti. È il caso, ad esempio, dei Consigli dei lavoratori e della cittadinanza nelle imprese o delle reti di sviluppo fra Università e PMI, entrambi mutuati dal sistema tedesco, ma innovative perché riadattate al contesto italiano e alle sfide odierne. È inoltre assolutamente apprezzabile il coraggio con cui si propone l’integrazione di pratiche di cittadinanza attiva, di azioni collettive e di istanze di movimenti con le più tradizionali politiche pubbliche. Non è da trascurare poi il taglio europeo o addirittura globale di molte proposte. Infatti, pur essendo orientate alla situazione italiana, le proposte prevedono il coinvolgimento di istituzioni dell’Unione Europea e la modifica di accordi internazionali, parallelamente ad un’azione delle parti sociali e della cittadinanza attiva anche al di fuori dei confini nazionali. A rafforzare il taglio pratico delle proposte, infine, c’è una stima dei costi delle proposte, sia in senso finanziario che temporale.

Dunque, queste 15 proposte possono essere considerate come un ottimo contributo italiano alla recente rinascita di proposte radicali per la giustizia sociale (si pensi al dibattito sul Green New Deal e sulla rimodulazione in senso fortemente progressivo delle aliquote marginali che anima gli Stati Uniti in questi giorni). Tali proposte possono senza dubbio fornire una organica e ragionata piattaforma di partenza per una “socialdemocrazia del XXI secolo”, che «spinga fino ai limiti possibili gli spazi offerti dal capitalismo» (dall’introduzione alle Proposte) e che metta a frutto tutte le opportunità di progresso e le possibilità di cambiamento che le crisi odierne offrono, facendo in modo che la società, oggi ad un bivio fra disuguaglianze ed autoritarismi da una parte e giustizia sociale e democrazia sostanziale dall’altra, prenda con decisione la direzione di queste ultime.

Scritto da
Massimo Aprea e Gabriele Palomba

Massimo Aprea ha conseguito nel 2018 la laurea in Economia politica presso l'Università La Sapienza di Roma. I suoi interessi riguardano le disuguaglianze e le politiche in grado di fronteggiarle efficacemente. Attualmente è dottorando in Economia politica presso l'università La Sapienza di Roma. Gabriele Palomba è dottorando presso la Scuola di Dottorato in Economia dell'Università La Sapienza di Roma, si è laureato in Economia politica presso la stessa università. Studia le disuguaglianze e la distribuzione del reddito. Ha conseguito il diploma triennale della Scuola Superiore di Studi Avanzati Sapienza (SSAS). È membro della rete italiana di Rethinking Economics.

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