Cos’è il franco CFA e perché se ne discute?
- 27 Gennaio 2019

Cos’è il franco CFA e perché se ne discute?

Scritto da Lorenzo Pedretti

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I punti del dibattito 

Chi è favorevole al franco CFA sostiene assicuri stabilità del cambio, credibilità, disciplina fiscale e protezione dall’inflazione. Chi è contrario nota invece come esso sia una moneta troppo forte, che non aiuta le esportazioni e anzi costringe le economie che lo adottano a importare prodotti stranieri in maniera massiccia, favorendo altresì gli investimenti privati, le importazioni di materie prime e il rimpatrio di capitali da parte della Francia. Altri argomenti a sfavore sono: la non convertibilità della moneta fra la zona della BCEAO e quella della BEAC, un ostacolo al commercio regionale; il fatto che tutti gli scambi debbano passare dalla Banca di Francia, che detiene il corrispettivo in oro della massa circolante di CFA; la perdita di controllo sulla politica di cambio da parte degli Stati africani, che subiscono le fluttuazioni dell’euro sui mercati mondiali[7].

Nella politica internazionale si discute da tempo se l’unione monetaria abbia favorito o rallentato lo sviluppo. Il FMI è sempre stato contrario al franco CFA[8]. Nessun Presidente francese ha mai espresso la volontà di abbandonarlo, anche se Emmanuel Macron, in campagna elettorale, aveva dichiarato che la decisione spetta ai Paesi africani coinvolti[9]. Le cui leadership, peraltro, sono sempre state perlopiù favorevoli alla moneta unica[10]. Fa eccezione Idriss Déby, presidente del Ciad e storico alleato regionale della Francia, che l’11 agosto 2015, in occasione del 55° anniversario dell’indipendenza del suo Paese, ha inaspettatamente esortato i politici francesi a “prendere una decisione coraggiosa: tagliare un cordone ombelicale che impedisce all’Africa di decollare”[11].

Attribuire alla moneta la mancanza di sviluppo è assurdo, ha affermato Ismaël Dem, direttore generale della BCEAO, dal momento che alcuni dei Paesi che la adottano, come la Costa d’Avorio, stanno conoscendo una crescita economica molto significativa[12]. Tuttavia, la zona franco continua a dipendere dalle esportazioni di materie prime e a mancare di industrie di trasformazione, proprio come accadeva durante il colonialismo, e gli Stati che ne fanno parte commerciano più con la Francia che fra di loro. Un ulteriore criticità dipende dal fatto che nei Paesi dov’è in vigore il franco CFA esistono sia un il cambio fisso sia la libera circolazione dei capitali, per cui ogni tentativo di espansione del credito interno si scontra con la necessità di mantenere il cambio fisso e alla fine risulta impossibile[13].

Fra gli economisti, un celebre oppositore del franco CFA è Kako Nubukpo, ex ministro della Prospettiva e della Valutazione delle politiche pubbliche del Togo. Nel 2015, intervistato da Le Monde, ha dichiarato: “Il caso della Grecia dimostra che avere un’economia debole con una moneta forte richiede degli aggiustamenti molto difficili da sostenere. I processi di crescita e sviluppo non dipendono unicamente dalla moneta, ma bisogna rivedere il cambio fisso del franco CFA con l’euro. Inoltre, nessuno ci impedisce di attingere alle eccedenze delle riserve di cambio depositate presso la Banca di Francia (stimate nel 2005 in 3600 miliardi di franchi CFA, circa 5 miliardi e mezzo di euro) per finanziare la crescita. Io la chiamo servitù volontaria”[14]. Gli fa eco il senegalese Ndongo Samba Sylla, economista della Rosa Luxemburg Foundation: “Dall’introduzione dell’euro, il reddito pro capite nella zona del franco è aumentato dell’1,4 per cento annuo, a fronte di una crescita del 2,5 per cento nell’Africa sub-sahariana nel suo complesso. Nessun Paese che si trovi sotto una tutela neocoloniale sul piano monetario si può sviluppare. Purtroppo le élite politiche della zona del franco non vogliono assumersi i rischi dell’uscita dalla moneta unica, ed è per questo che abbiamo bisogno di un dibattito democratico su questo tema. In questo senso, il 7 gennaio 2017 ha rappresentato una data storica: sono state organizzate per la prima volta manifestazioni contro il franco CFA in un gran numero di Paesi tanto africani quanto europei. I temi della governance e dei diritti umani sono importanti, ma non possono essere separati dal problema della sovranità economica”[15].

In effetti, diversi movimenti popolari hanno affiancato alla lotta per una maggiore democrazia nazionale il tema dell’uscita dal franco CFA: in particolare Le Balai Citoyen in Burkina Faso e Y’en A Marre in Senegal[16]. Proprio da quest’ultimo Paese è stato allontanato, nel settembre del 2017, lo scrittore e attivista pan-africanista franco-beninese Kemi Séba. In agosto aveva bruciato una banconota da 5000 franchi: portato in giudizio era stato assolto, ma lo Stato aveva deciso di espellerlo, suscitando la mobilitazione della società civile all’aeroporto di Dakar[17].

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[7] De Georgio A. (2017).

[8] Giro M. (2019).

[9] Konkobo L. (2017).

[10] Come fa notare Massimo Amato, docente dell’Università Bocconi di Milano, le classi dirigenti africane dei Paesi che adottano il franco CFA “possono aprire conti corrente all’estero senza restrizioni sui flussi”. Sesana I. (2018).

[11] De Georgio A. (2017), Dieng C. (2015).

[12] The Economist (2018).

[13] Sesana I. (2018).

[14] Le Monde (2015).

[15] Ballast (2017).

[16] Konkobo L. (2017).

[17] Africa (2017).


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Scritto da
Lorenzo Pedretti

Nato a Bologna nel 1990. Nel 2015 consegue la laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Scuola di Scienze Politiche “Roberto Ruffilli” dell’Università di Bologna, con tesi su “Immigrazione e stato sociale in Germania e in Italia negli anni Novanta e Duemila”. Nel 2016 completa il Master in cooperazione internazionale di ISPI a Milano. Nel 2017-2018 svolge il servizio civile in Senegal. Attualmente vive e lavora a Torino. Particolarmente interessato al tema delle migrazioni internazionali, ha vinto la Targa Athesis, nel quadro del Premio di Natale UCSI 2019, per un articolo sulla migrazione di ritorno dall’Italia al Senegal scritto insieme alla giornalista Giulia Paltrinieri e pubblicato sulla Stampa. Ha scritto anche per The Bottom Up.

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