“Frontiere” di Manlio Graziano
- 24 Maggio 2017

“Frontiere” di Manlio Graziano

Scritto da Lorenzo Mesini

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Breve storia delle frontiere e del loro ruolo

Il libro si compone di tre capitoli. Nel primo, l’Autore traccia una breve storia delle frontiere, al fine di delineare efficacemente il loro ruolo contraddittorio nell’attuale fase di ridefinizione degli equilibri politici a livello globale. Nel secondo viene invece approfondito il carattere ambivalente delle frontiere, passando in rassegna le diverse di dinamiche che le riguardano nel panorama attuale: migrazioni (interne agli stati o tra stati e aree geografiche diversi), lo sviluppo di frontiere religiose e ideologiche, le frontiere che sono tali solo sulle carte geografiche e le frontiere non riconosciute ufficialmente, ma reali, degli “stati-fantasma”. Il terzo capitolo, infine, delinea i processi che attualmente in corso nelle ridefinizione delle frontiere di alcune delle principali regioni politiche del globo: Europa, Medio-Oriente, Africa, Russia, Cina e Stati Uniti.

Graziano illustra come non sia possibile una concettualizzazione pregnante del carattere ambivalente delle frontiere unicamente per mezzo di indagini terminologiche o del diritto internazionale (pp.19-23). La prospettiva storica risulta fondamentale a tal riguardo. L’Autore fa emergere come le frontiere moderne siano legate alla nascita e agli sviluppi dello Stato-nazione, all’economia capitalista, al colonialismo e non da ultimo ai nazionalismi. Le frontiere, così come siamo abituati a conoscerle, sono le frontiere dei moderni stati-nazione che vengono tracciate con la nascita dello Stato moderno nell’Europa nel XVII secolo, in seguito alle guerre civili di religione. Fu allora, con l’affermarsi del moderno principio di sovranità, che nacque l’esigenza di tracciare confini netti tra i territori dei diversi principi e di omogeneizzare le popolazioni che si trovavano all’interno di quei confini. A frontiere politiche precise dovevano corrispondere popolazioni culturalmente omogenee. L’Autore sottolinea come le frontiere dei moderni stati-nazione abbiano giocato un ruolo fondamentale non solo nella definizione delle rispettive identità nazionali ma anche nella costruzione dei vari mercati capitalistici nazionali, in un’ottica di espansione nella competizione internazionale con gli altri stati. Graziano riesce a delineare in maniera agile le principali tappe che hanno segnato la storia dello Stato moderno fino al Novecento, quando con la fine della Seconda guerra mondiale le frontiere del sistema internazionale degli stati si riorganizzarono secondo il principio di nazionalità, espresso da Wilson nel 1918. Tale riorganizzazione, come non manca di sottolineare l’Autore, avvenne al prezzo del trasferimento forzato di intere popolazioni e all’annientamento di alcune di esse, come quella ebraica (p.46).

Graziano evidenza in maniera efficace come il principio di nazionalità sia considerato ancora oggi il mezzo privilegiato per organizzare e mantenere la pace tra gli stati. Questo nonostante gli esiti sanguinosi e insoddisfacenti a cui tale principio ha dato luogo nel corso del secolo scorso (si veda da ultimo il caso Jugoslavo). «Il paradosso – osserva l’Autore – è che il principio di nazionalità resta l’indiscusso orizzonte giuridico e ideologico della politica mondiale in una fase storica che vede nel tempo stesso il declino dello Stato-nazione, e il diffondersi di dottrine globaliste sull’appiattimento del mondo […] secondo le quali le frontiere sarebbero diventate ormai un’inutile obsolescenza del passato» (p.49). La contraddizione di fondo che l’Autore individua lungo la sua analisi risiede nel cosmopolitismo dell’economia e nell’ottica nazionale su cui sono organizzati gli stati. Da un lato, infatti, abbiamo la globalizzazione della produzione, dei mercati e degli scambi commerciali, dall’altro la politica e gli stati continuano ad avere un carattere prettamente nazionale. La globalizzazione, puntualizza l’Autore, per certi versi scavalca le frontiere, per altri provoca conflitti e reazioni di chiusura in sua risposta. Il risultato è uno sviluppo economico ineguale (l’emergere di aree privilegiate e aree svantaggiate) su cui naufragano, almeno per ora, i sogni cosmopoliti e universalistici di una società globale senza classi e/o frontiere (pp.53-55). Graziano sottolinea come la fine della Guerra fredda, seguita alla deregolamentazione e alla liberalizzazione dei mercati avviata negli anni Settanta, non abbia portato a un’integrazione pacifica, a un mondo “piatto” ma all’interconnessione spesso conflittuale di realtà economiche e sociali molto diverse tra loro. Gli esiti di tale processo sono stati tutt’altro che pacifici e lineari. A fronte di un aumento del commercio e degli investimenti avvenuto tra il 1980 e il 2007 (rispettivamente dal 42,1% al 62,1% e dal 6,5% al 31,8% del prodotto globale) che ha concesso inedite possibilità di crescita, le frontiere e i conflitti si sono moltiplicati in un processo di lenta ma graduale ridefinizione degli equilibri geopolitici mondiali (pp.60-64).

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Scritto da
Lorenzo Mesini

Bolognese, classe ‘92. Laureato in Scienze filosofiche al Collegio Superiore dell’Università di Bologna. Attualmente è dottorando in Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

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