C’è un futuro per il welfare europeo?

welfare

Pagina 2 – Torna all’inizio

La prospettiva storica

L’analisi storica delle dinamiche che hanno portato alla nascita del Welfare State è fondamentale per poterne sondare il futuro. Come afferma Asa Briggs, il “range dei servizi sociali concordati”, l’oggetto dell’azione del Welfare State, è un insieme mutevole, che deve essere studiato in prospettiva storica. Ancora più importanti sono le condizioni storiche, politiche ed economiche, che hanno ispirato le politiche di welfare.

Il Welfare State è uno stato dove il potere organizzato si muove deliberatamente per alterare le forze di mercato in diverse direzioni. Una di queste è quella di permettere agli individui di gestire determinate “contingenze sociali” che potrebbero generare crisi individuali o familiari. Quali sono queste contingenze? In che modo e per quale motivo sono state viste come aree di un necessario intervento statale? Asa Briggs sostiene che il riconoscimento di tali contingenze sia intimamente legato all’industrializzazione. L’invecchiamento e la malattia hanno sempre rappresentato un’avversità per gli uomini, ma inserendo il Welfare State nello scenario dell’industrializzazione ci si accorge che vi è una particolare contingenza sociale, che non esisteva prima dell’industrializzazione, diventata l’oggetto principale delle politiche di welfare: la disoccupazione. Se invecchiamento e malattia erano avversità per cui esistevano già delle reti di protezione nella storia, una su tutte la famiglia, per la disoccupazione non esistevano e pertanto l’azione statale doveva concentrarsi a risolvere prima di tutto questa situazione. A ciò contribuì anche l’enorme ondata di disoccupazione che i paesi europei sperimentarono nel periodo interbellico. Queste esperienze hanno fatto sì che in diversi settori della società nascesse una domanda per gestire tale contingenza: da parte del lavoro organizzato, da parte di imprenditori “filantropici” (ma come vedremo in seguito anche gli imprenditori in generale hanno un interesse concreto nell’investire sul welfare) e da parte dei governi che vogliono scongiurare le conseguenze politiche della disoccupazione.

L’analisi storica è quindi fondamentale per capire a quali contingenze sociali lo Stato debba fare fronte. Le recenti critiche al Welfare State probabilmente si sono concentrate troppo su pensioni e disoccupazione senza rendersi conto che stavano nascendo nuove contingenze sociali che avrebbero reso necessaria l’azione dello Stato. Nel momento in cui nacque, il Welfare State doveva gestire il problema enorme della disoccupazione; oggi deve probabilmente affrontare nuovi eventi che forse rendono necessario un relativo “aggiustamento” nella generosità e nei contenuti delle politiche di disoccupazione. Con aggiustamento tuttavia non si deve intendere taglio lineare, visto che la disoccupazione resta un’importantissima contingenza sociale da gestire. L’aggiustamento è necessario per poter permettere al Welfare State di garantire agli individui la protezione necessaria per vivere in un mondo dove la disoccupazione non è più l’unico rischio contro cui è necessario assicurarsi. Se le politiche sociali vanno inserite in una prospettiva storica, allora anche le critiche rivolte allo stato sociale dovranno essere mosse da un punto di vista storico. In questo senso, le critiche neo-liberiste per cui il Welfare State produce disincentivi alla crescita e favorisce l’uscita dal mercato del lavoro per vivere di welfare sono state sollevate in un periodo in cui la disoccupazione non era certo paragonabile al periodo interbellico e, pertanto, perdono di significato in un momento diverso. L’approccio neo-liberista ha invece ignorato le nuove contingenze sociali per cui sarebbe stato fondamentale il ruolo di uno stato sociale forte.

Da questo punto di vista si possono riconoscere tre dinamiche che i paesi europei stanno affrontando, nei cui confronti diventa fondamentale costruire un welfare inclusivo ed efficiente. La prima è il più generale processo di spostamento verso società post-industriali, dove il settore dei servizi rappresenta un quota sempre più consistente dell’economia. Questo rappresenta il cambiamento principale che il Welfare State deve gestire, poiché cambiano le condizioni economiche strutturali che hanno contribuito alla nascita dello stato sociale in Europa. La seconda è la sempre maggiore importanza della cosiddetta economia della conoscenza, intesa come “economia fondata sulla conoscenza”, per cui l’innovazione economica passa da livelli di formazione sempre più elevati. In questa nuova fase storica, l’apprendimento continuo richiesto ai lavoratori implica nuovi livelli di flessibilità e più complesse dinamiche di coordinamento per la ricerca e lo sviluppo; inoltre, anche la progettazione e la produzione dei beni vengono coinvolte da queste dinamiche che suggeriscono un ricorso sempre più frequente ad un “capitalismo immateriale”. Non è necessario andare oltre per capire che in un mondo dove il capitale conoscitivo delle persone è così importante, diventa fondamentale chiedersi in che modo fare sì che tutti gli individui abbiano i mezzi per poter accedere ai circuiti di formazione e di apprendimento da cui escono i “knowledge workers”. Bisogna quindi assicurarsi che le disuguaglianze economiche non rappresentino un ostacolo all’entrata di questi circuiti, ricordando che in questo senso la disoccupazione ritorna a giocare un ruolo fondamentale; se un individuo esce dal mercato del lavoro è vitale che, al momento del suo rientro, sia in possesso delle competenze adatte per poter migliorare la sua condizione. Bisogna porre rimedio anche al problema della “overeducation”, ovvero quella situazione per cui lavoratori qualificati trovano impieghi con stipendi nettamente inferiori alle loro competenze, che vengono sfruttate solo parzialmente nei casi migliori (piuttosto che affidarsi interamente all’uso del numero chiuso quale rimedio allo squilibrio fra domanda e offerta di lavoratori qualificati).

La terza dinamica che ha coinvolto l’Europa, e non solo, è la crescente partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Unitamente alla post-industrializzazione questo è il cambiamento che più ha sconvolto i sistemi di welfare nati dal secondo dopoguerra, poiché tali sistemi, soprattutto in Europa Continentale e Mediterranea, erano costruiti attorno alla figura del “breadwinner”, l’uomo che provvede alla sua famiglia. Questo comportava che la sostenibilità di tali sistemi fosse assicurata anche dal fatto che le donne non partecipassero al mercato del lavoro, vista la generosità dei benefit che venivano garantiti agli uomini. Questo cambiamento ha portato nuovi problemi che il Welfare State doveva affrontare: la “de-familirization”, l’assistenza all’infanzia non pagata che le donne hanno sempre fornito e la riconciliazione lavoro-famiglia. L’inclusione delle donne nel mercato del lavoro ha richiesto una flessibilizzazione del mercato stesso, l’introduzione di leggi contro la discriminazione e l’introduzione di contratti di lavoro atipici come ad esempio i lavori part-time. Tuttavia, si capisce da subito come tale flessibilità rischi di creare “cattivi lavori”, con stipendi bassi e scarse tutele, in cui le donne tendono ad essere ghettizzate. È questa una dinamica che si intreccia con la prima, perché le donne trovano tendenzialmente lavoro nel settore terziario piuttosto che nel manifatturiero.

Davanti a queste tre dinamiche è necessario che il Welfare State ripensi sé stesso, cercando di fornire politiche pensate per permettere alle persone di gestire queste nuove “contingenze sociali”. Prima di fornire delle ipotetiche soluzioni, è interessante soffermarsi su un tema molto importante che riguarda il legame fra welfare e competitività.

Continua a leggere – Pagina seguente


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora per i numeri 4,5 e 6? Tutte le informazioni qui

Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

Comments are closed.