C’è un futuro per il welfare europeo?

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Welfare e crescita

Se il Welfare State va studiato in prospettiva storica, il rapporto tra welfare e crescita va studiato anche geograficamente. Ad esempio, in Asia Orientale le politiche sociali sono state chiaramente pensate per stimolare la crescita economica. In Europa tuttavia il legame è meno diretto, però è possibile trarre delle conclusioni anche per quanto riguarda l’efficienza. Soprattutto grazie ai lavori di chi ha studiato le “Varietà di Capitalismo”, il welfare è stato interpretato come uno strumento che fornisce incentivi all’acquisizione di determinate competenze da parte dei lavoratori, un tema che è quindi molto importante soprattutto per quanto riguarda l’economia della conoscenza. Tra le economie avanzate sono state riconosciuti due diversi profili di competenze: le competenze specifiche, concentrate per lo più in Europa, e le competenze generaliste, tipiche soprattutto dei paesi anglo-sassoni. Il primo tipo di competenze è quello che si lega ad una produzione dove l’innovazione procede incrementalmente a passi piccoli ma regolari. In questo caso anche i più minimi cambiamenti nei beni o nel sistema di produzione degli stessi possono apportare un contributo positivo in termini innovativi, ma è fondamentale che i lavoratori abbiano competenze molto approfondite sul bene che loro producono. Tali conoscenze non possono quindi essere acquisite soltanto tramite la scuola dell’obbligo o l’università, ma anche all’interno delle aziende. Non a caso in paesi dove queste competenze sono più diffuse è facile trovare una scuola dell’obbligo, soprattutto la scuola secondaria, tendenzialmente segmentata e programmi di apprendistato e formazione in azienda, che in vari casi vengono gestiti in coabitazione con la scuola, affiancando alle lezioni in aula la formazione in azienda. Sono questi i casi del sistema duale tedesco e del neonato sistema duale italiano.

Il secondo profilo di competenze è di tipo generalista ed è associato ad un sistema scolastico poco differenziato, dove le competenze distintive più importanti vengono ottenute all’università. Nei paesi dove queste competenze sono molto diffuse il mercato del lavoro è solitamente molto flessibile e l’innovazione segue un ritmo altalenante, dove a momenti di “calma” ne seguono altri di radicali cambiamenti.

Quando si ripensa alle critiche mosse dal neo-liberismo circa l’insostenibilità del Welfare State a fronte della possibilità del capitale di spostarsi attraverso i confini e dalla scelta di delocalizzare la produzione da parte delle imprese, viene subito da dire che la scelta di muoversi da uno stato all’altro non è una scelta senza costi. Il capitale conoscitivo della forza lavoro è un vero e proprio motore di crescita e la qualità nella produzione di un bene non può essere garantita dal costo del lavoro. Il welfare non è una quindi una semplice zavorra, ma ha anche l’effetto di incidere sulla competitività e l’efficienza di un sistema economico. È forse più probabile che il nodo del problema sia quello delle capacità delle nazioni di adattare il proprio welfare alle nuove contingenze sociali in un mondo sempre più globalizzato. È quindi più probabile che la forza del neo-liberismo si sia basata più su un momento di forte influenza culturale, unito alla mancata capacità della sinistra di fornire un’alternativa, basata sull’idea che il welfare dovesse cambiare per poter affrontare nuove tematiche e nuovi problemi.

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Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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