C’è un futuro per il welfare europeo?

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Pubblica istruzione e politiche di attivazione “human capital”: due possibili inizi per un nuovo welfare?

Viene quindi da chiedersi in che modo possa ripartire l’esperienza del Welfare State in Europa. Alla luce delle nuove contingenze sociali, il primo passo è sicuramente quello di integrare il settore dei servizi all’interno dei meccanismi di coordinamento (per esempio iniziando ad introdurre apprendistati anche in questo settore, senza più vederlo come cuscinetto per il manifatturiero, come è invece il caso di paesi come Francia e Germania), anche tramite una perdita di privilegi da parte del manifatturiero. In seconda battuta diventa importante fare in modo che le donne non si trovino relegate in lavori atipici, la cui flessibilità viene scontata in termini di bassa protezione. Inoltre, vi è il problema di far sì che anche i meno abbienti abbiano i giusti mezzi per diventare “lavoratori della conoscenza”. Le possibili politiche da implementare sono tante e molte di esse probabilmente devono ancora essere elaborate, ma in questa sede si intende portare due esempi per mostrare una possibile costruzione di un nuovo welfare.

Alla luce del ruolo sempre maggiore della formazione e dell’apprendimento, la disoccupazione gioca ancora un ruolo importante visto che un lavoratore disoccupato deve assicurarsi di avere delle buone competenze per poter rientrare nel mercato del lavoro. Da questo punto di vista si potrebbe discutere dell’introduzione di politiche attivazione non più incentrate sul principio “work first”, diffuso nei paesi anglo-sassoni ma anche dell’Europa Centrale e Mediterranea, quanto sull’approccio “human capital”, che prevede che il sussidio di disoccupazione venga fornito alla condizione che il lavoratore partecipi a programmi pubblici di riqualificazione, in modo da facilitare non solo il rientro nel mercato del lavoro, ma anche che tale rientro non comporti l’accettazione di un impiego poco remunerato e scarsamente tutelato, con un attenzione particolare alla condizione femminile. In tal modo si potrebbe anche creare un ponte fra lavoratori e imprese che possa permettere a queste ultime di arginare il problema della “overeducation”, informando meglio le aziende su quelle che sono le competenze del lavoratore. Questo vale sia per i paesi con profili di competenze specifici che generalisti (soprattutto per i lavoratori senza laurea o per quelli che devono aggiornare le competenze acquisite all’università ma che non hanno un lavoro). Infine, il modo per permettere a tutti di poter accedere ai circuiti di formazione vitali per l’economia della conoscenza è, a parere di chi scrive, l’istruzione rigorosamente pubblica, senza barriere all’entrata. È sicuramente fondamentale in paesi a competenze generaliste, dove la privatizzazione dell’istruzione terziaria ha prodotto una preoccupante stratificazione istituzionale dove i più poveri tendono a frequentare università “peggiori” tendenzialmente pubbliche, ma anche in quelli a competenze specifiche, dove l’accesso ai circuiti di formazione deve essere espanso e dove può essere anche incoraggiata la mobilità degli studenti che vogliono scegliere se accedere all’istruzione terziaria anche se non hanno svolto studi scientifici o classici e, viceversa, studenti che avendo seguito un percorso scientifico o classico decidono di inserirsi in un percorso che prevede un apprendistato in azienda. In tutto ciò non perdono di importanza le politiche sanitarie o contro gli infortuni sul lavoro, storici pilastri del welfare post-bellico. Tuttavia, questo “nuovo inizio” non può avere luogo senza un serio dibattito sul futuro del socialismo e della social-democrazia all’interno della sinistra europea.


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Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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