Un futuro incerto per l’Iraq

Iraq

Gli eventi finora susseguitisi in Iraq durante il 2018 hanno dimostrato come i problemi strutturali del Paese non siano più inclini ad essere risolti oggi rispetto a quanto lo fossero dopo la liberazione di Mosul un anno fa. Nel 2018 la politica irachena è stata dominata da quattro eventi in particolare: le elezioni nazionali in maggio, il conseguente riconteggio dovuto alle diffuse accuse per frode, l’insorgere di proteste di massa contro la corruzione endemica e il fallimento delle istituzioni di far fronte ai problemi pressanti che attanagliano il Paese e le nomine di Adil ‘abdul-Mahdi e di Barham Salih.

L’ottimismo generato dalle vittorie ottenute contro il sedicente Stato islamico (IS) aveva convinto un certo numero di osservatori che la politica irachena aveva finalmente prevalso sulle fonti del conflitto che avevano precedentemente spinto il Paese nella guerra civile e favorito l’ascesa di Daesh. Ciò nonostante, gli eventi dell’estate del 2018 hanno dimostrato che le dinamiche strutturali alla base dell’escalation di violenza dopo il 2003, l’etno-confessionalismo al centro del sistema politico iracheno e la corruzione endemica dello Stato rimangono forze dominanti che tutt’oggi plasmano la politica irachena e le dinamiche costanti del suo conflitto interno.

L’Iraq e l’eredità di Daesh

Con la liberazione di Mosul, annunciata dall’allora premier Al-Abadi nel luglio 2017, l’Iraq sanciva la sua vittoria sul campo di battaglia contro il sedicente Stato Islamico e la fine di una sanguinosa campagna militare che lacerava il Paese sin dall’anno precedente. Ciò nonostante, il compito che oggi lo Stato iracheno si trova ad affrontare è ugualmente scoraggiante. Le sfide sicuramente non mancano: dal finanziamento per i continui sforzi per ricreare una stabilità, al più ampio ricorso di risorse necessarie alla ricostruzione del Paese e al risanamento delle sue istituzioni e del suo fragile tessuto sociale.

I danni alle strutture rimangono tutt’ora ingenti. La città di Mosul è sicuramente uno dei centri maggiormente colpiti, sebbene rappresenti soltanto un esempio (per quanto rilevante) dei diversi luoghi delle sette regioni del Paese che portano i segni delle feroci battaglie per colpire lo Stato Islamico. Dopo Mosul, infatti, la campagna contro Daesh ha interessato diverse aree in precedenza sotto il suo controllo, incluse Hawija e Tal Far, così come diverse città minori.[1] Non stupisce dunque che il costo della ricostruzione, stimato dalla World Bank e dal governo iracheno sui 45,7 miliardi di $, sia alquanto alto (tale cifra andrebbe poi inserita in quella complessiva di 88 miliardi di $ ritenuta necessaria per garantire una ripresa totale dal conflitto).[2]

In una simile ottica, la ricerca di fondi diviene di fondamentale importanza, non solo per la stabilizzazione e la ricostruzione del Paese in generale, ma nello specifico anche per risolvere situazioni complesse come la gestione degli sfollati. I dati del dicembre 2017 mostrano che 3.2 milione di iracheni fuggiti dal conflitto sono tornati alle loro case, mentre un rimanente 2,6 milione rimane ancora dislocato.[3] Le ragioni dietro a questo fatto sono principalmente da ricercarsi nella distruzione delle abitazioni e delle infrastrutture essenziali, nonché della cessazione dei servizi pubblici fondamentali. Allo stesso tempo, diverse aree civili risultano ancora insicure a causa della vasta presenza di residui bellici (IED e ERW).

Il rientro degli sfollati è ulteriormente complicato da fattori come le tensioni tribali (preesistenti e ulteriormente esacerbati dal conflitto contro l’ISIS) e la presenza di disparate forze armate (è necessario infatti assommare alle forze di sicurezza irachene anche i peshmerga curdi, le milizie filo-iraniane Hash’d al-Shaabi e le forze della Coalizione). Queste divisioni rischiano di intaccare la fragile coesione sociale su cui poggia l’Iraq e di aggiungere così ai preesistenti danni fisici, agli scarsi servizi essenziali e alle limitate prospettive economiche che affliggono oggi il Paese l’insicurezza e la paura di rappresaglie per cause identitarie.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: L’Iraq e l’eredità di Daesh

Pagina 2: Un travagliato processo elettorale

Pagina 3: Il riaccendersi delle proteste

Pagina 4: La lunga mano dell’Iran

Pagina 5: La formazione del nuovo governo al-Mahdi


Ammar al-Hakim all’elezioni irachene. Crediti immagine: da Zoheir Seidanloo, [CC 4.0], attraverso wikimedia.com


[1] https://www.aljazeera.com/news/2018/09/iraq-post-isil-anger-governments-unfair-compensation-180914111100772.html

[2] https://www.reuters.com/article/us-mideast-crisis-iraq-reconstruction/iraq-saysreconstruction-after-war-on-islamic-state-to-cost-88-billion-idUSKBN1FW0JB

[3] https://reliefweb.int/report/iraq/number-returns-exceeds-number-displaced-iraqis-un-migrationagency


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Nato a Bologna nel 1990, è laureato in Storia e in Scienze Orientali. Attualmente segue un Master in Middle Eastern Studies (MIMES) presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Si interessa principalmente di storia contemporanea e delle relazioni internazionali del Medio Oriente.

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