Un futuro incerto per l’Iraq

Iraq

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Un travagliato processo elettorale

Le interpretazioni ottimistiche (e le speranze) verso la traiettoria politica dell’Iraq post-ISIS hanno acquistato forza durante la corsa alle elezioni nazionali del 12 maggio 2018. Questa tornata elettorale, la quarta a cui ha assistito il Paese dopo la caduta del regime di Saddam Hussein (le precedenti sono avvenute, rispettivamente, nel 2005, 2010 e 2014), avrebbe dovuto inaugurare un nuovo capitolo per l’Iraq, uno in cui Baghdad si sarebbe finalmente mossa per porre rimedio alla corruzione endemica, all’instabilità economica e alla polarizzazione sociale e politica. Queste elezioni parlamentari acquistavano inoltre un profondo significato storico, in quanto le prime svoltesi all’indomani della sconfitta di Daesh e in cui la campagna elettorale si è basata principalmente sulla soluzione dei problemi reali del Paese piuttosto che sulla differenza identitaria.

Nonostante tali premesse, l’esito degli scrutini ha fortemente deluso le aspettative. Innanzitutto, un tasso di affluenza storicamente basso è stato il primo indice del fatto che queste elezioni non abbiano proiettato l’Iraq verso i tanto agognati cambiamenti di cui ha un disperato bisogno. All’indomani dei conteggi, infatti, la Indipendent High Electoral Commission (IHEC) per l’Iraq ha riferito che l’affluenza alle urne ha raggiunto solamente il 44.52%, un risultato nettamente inferiore rispetto alle precedenti elezioni (per quella del 2014, ad esempio, l’affluenza fu circa del 63%).[4] Un simile risultato è indubbiamente frutto del diffuso senso di scetticismo che il popolo iracheno ha verso un voto ritenuto incapace di mettere in dubbio la base politica di quei partiti ormai screditati che sono al vertice del sistema politico iracheno fin dal 2003. Questa vasta apatia è stata ulteriormente incoraggiata quando il Grande Ayatollah Ali al-Sistani ha invitato nel suo sermone del 4 maggio il popolo iracheno a non dare il proprio supporto a gruppi politici “che sono stati al potere in passato” e il cui operato si è macchiato di corruzione e sprechi di fondi pubblici.[5] Nonostante questa denuncia non fosse diretta ad alcun gruppo politico in particolare, è chiaro che con essa al-Sistani abbia manifestato la fine del proprio sostegno ai partiti islamisti sciiti iracheni, un messaggio che ha riscontrato un ampio eco fra la popolazione delle regioni centro-meridionali.

Un altro indice dell’alienazione del popolo iracheno dalla politica nazionale sono stati gli scarsi risultati elettorali ottenuti dai gruppi che hanno in precedenza guidato il Paese. L’Eitilaf al-Nasr (Alleanza della Vittoria), il partito del Primo Ministro Haider al-Abadi, ha infatti ottenuto solamente 42 seggi e si è classificato cosi come terzo partito. Al contrario, la coalizione Sairoon del chierico sciita Muqtada al-Sadr e l’Alleanza Fatah dell’ex-ministro Hadi al-Ameri hanno ottenuto la maggioranza dei seggi del Parlamento iracheno, rispettivamente con 54 e 47. Il magro risultato di al-Abadi, nonostante fosse dato favorito visto il suo ruolo centrale nella campagna di liberazione di Mosul e nel preservare l’unità del Paese, è probabilmente da attribuire alla decisione di riservare alcune posizioni-chiave a politici di lunga data che sono però stati spesso associati alla corruzione e all’inefficienza del Governo. Muqtada al-Sadr, al contrario, ha rappresentato l’emblema di queste elezioni, presentando una lista col maggior numero di nuovi volti tra i candidati e raccogliendo voti grazie ad una campagna di condanna verso la dilagante corruzione che domina il Paese. Dalla marcata posizione nazionalista, il chierico sciita ha inoltre da sempre mostrato una posizione fortemente critica verso qualsiasi interferenza negli equilibri interni dell’Iraq (non a caso, il suo gruppo politico deve gran parte del proprio successo soprattutto al supporto delle classi più indigenti nel sud sciita, storicamente legato alla famiglia al-Sadr).

All’indomani delle votazioni è iniziato il processo di formazione di un’alleanza tra i vari gruppi politici in grado di ottenere una maggioranza in Parlamento. L’attuale sistema elettorale iracheno, infatti, favorisce maggiormente i grandi gruppi politici o le coalizioni, rendendo così particolarmente difficile (se non impossibile) ai singoli partiti prendere in mano le redini di una coalizione parlamentare.[6] Come avvenuto per le precedenti elezioni, i partiti che sono riusciti ad ottenere il maggior numero di seggi hanno iniziato una complessa campagna di negoziazione con le altre fazioni così da assicurare la formazione di un blocco parlamentare dalla netta maggioranza.

Un simile contesto elettorale e la consapevolezza dei gruppi politici al vertice di poter porre un veto alla formazione di un governo da cui risultassero esclusi, però, hanno contribuito a creare una situazione di stallo di difficile soluzione durante la quale è emersa tutta la mancanza di volontà da parte dell’élite irachena di modificare un tale sistema fallimentare. Le forze di opposizione ad al-Sadr hanno subito denunciato brogli elettorali nelle regioni del nord-ovest, esacerbando ulteriormente le tensioni nel Paese. Durante lo scorso agosto è così avvenuto un riconteggio manuale delle schede della tornata di maggio che, tuttavia, non ha portato ad alcun capovolgimento negli esiti del voto. Il risultato di tale processo è stato infine approvato il 2 settembre dalla Corte Federale irachena.

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[4]rudaw.net/english/middleeast/iraq/2018.

[5]ayatollah-sistani-makes-statement-on.html.

[6]Y. Kouti, D. Ala’Aldeen, Confessionalism and Electorale Porspects in Iraq, Middle East Research Institute, April 2018, pp. 4-5 http://www.meri-k.org/publication/confessionalism-and-electoral-prospects-in-iraq/.


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Nato a Bologna nel 1990, è laureato in Storia e in Scienze Orientali. Attualmente segue un Master in Middle Eastern Studies (MIMES) presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Si interessa principalmente di storia contemporanea e delle relazioni internazionali del Medio Oriente.

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