Un futuro incerto per l’Iraq

Iraq

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Il riaccendersi delle proteste

Le dimostrazioni popolari durante i mesi estivi non sono una novità in Iraq: ondate di proteste “stagionali” hanno infatti regolarmente interessato il sud del Paese quando le istituzioni statali non sono riuscite ad assicurare alla popolazione colpita dall’intensa calura estiva una quantità sufficiente di acqua e di elettricità. A seguito della situazione di impasse politica dopo elezioni di maggio e con l’approssimarsi dell’estate, un nuovo ciclo di proteste era prevedibile.

Così come allora, le attuali manifestazioni popolari forniscono un’ulteriore prova del diffuso senso di alienazione che la popolazione irachena nutre nei confronti della leadership e del sistema politico del Paese. Riaccesesi a partire dal 6 luglio, esse sono infatti da imputare all’incapacità percepita del governo di assicurare acqua potabile, una fornitura adeguata di energia elettrica, un contenimento della dilagante corruzione e più posti di lavoro per la popolazione.[7]

Non è un caso che le proteste abbiano avuto come punto focale la regione di Bassora. Seconda città irachena per popolazione, ne costituisce l’unico sbocco sul mare e ospita alcuni dei più estesi giacimenti di petrolio. Oltre a voler chiaramente colpire il governo “dove fa più male,” il loro scopo è stato soprattutto quello di richiamare l’attenzione sulla situazione in cui verte oggi il sud. Malgrado la ricchezza di risorse e nonostante sia la fonte della maggior parte degli introiti iracheni, la popolazione non riesce ad avere accesso ad alcuni servizi di base poiché la regione presenta le peggiori infrastrutture statali e le condizioni climatiche più estreme del Paese. In questo centro focale, tanto dell’estrazione del greggio che dell’export, si è quindi protestato contro la grande presenza di manodopera internazionale impiegata nel settore petrolifero e contro la netta differenza salariale tra la manodopera locale e quella internazionale (mentre gli stranieri percepiscono stipendi elevati, la popolazione irachena è scarsamente impiegata e decisamente peggio retribuita).[8]

Le manifestazioni hanno anche preso di mira gli uffici di alcuni partiti sciiti islamisti, come il movimento Da’wa dell’ex-Premier Al-Maliki, l’organizzazione Badr e l’Islamic Supreme Council (ISCI), rendendo così noto quali siano i gruppi politici che la popolazione ritiene responsabili dei mali del Paese. La tensione è ulteriormente aumentata quando i manifestanti hanno attaccato il consolato iraniano (dato alle fiamme) e quello statunitense (salvato grazie all’intervento della nutrita guardia), come segno di protesta contro l’interferenza di Teheran e di Washington negli affari interni iracheni.[9]

Il governo provvisorio sotto la guida dell’ex-Premier Al-Abadi ha reagito alle proteste alternando il bastone alla carota, ovvero combinando misure coercitive a promesse (difficilmente credibili) di un miglioramento dei servizi e di un aumento dei posti di lavoro. Provvidenziale, da questo punto di vista, è stato l’intervento del Grande Ayatollah al-Sistani: in un sermone pronunciato il 27 luglio egli si è infatti schierato dalla parte dei manifestanti, accusando le élite politiche irachene di mettere gli interessi personali e dei partiti di fronte a quelli del Paese ed intimando loro di formare al più presto un governo. Legando alle rivolte la propria autorità morale al-Sistani ne ha così garantito una reale continuità politica nel tempo.[10]

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[7]iraq-government-address-public-anger

[8]the-world-s-fourth-biggest-oil-producer-can-t-keep-the-lights-on

[9] sanctions-iran-harm-iraq-economy

[10] Raad Alkadiri, “Sistani Enters the Fray: Reforms or Else,” London School of Economics, July 2018, http://blogs.lse.ac.uk/mec/2018/08/01/sistani-enters-the-fray-reform-or-else/


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Nato a Bologna nel 1990, è laureato in Storia e in Scienze Orientali. Attualmente segue un Master in Middle Eastern Studies (MIMES) presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Si interessa principalmente di storia contemporanea e delle relazioni internazionali del Medio Oriente.

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