Un futuro incerto per l’Iraq

Iraq

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La lunga mano dell’Iran

Tra le numerose cause del diffuso malcontento è necessario inserire l’ingerenza straniera, tollerata sempre più a stento da molti iracheni. Riportare gli sviluppi storici che hanno portato l’Iraq a divenire terreno di scontro di diversi attori internazionali è del tutto superfluo: è ampiamente risaputo infatti che, a partire dal disastroso intervento statunitense del 2003, il vuoto di potere politico, sociale ed economico lasciato dalle istituzioni irachene è stato spesso sostituito da realtà strettamente connesse ai principali attori regionali, in particolare Iran, Turchia e Arabia Saudita.

Il ruolo più attivo (e di conseguenza più temuto da Washington) è sicuramente quello di Tehran. Nel tentativo di creare una sfera strategica d’influenza attraverso il Medio Oriente, infatti, l’Iran ha supportato fuori dai propri confini una forma militarizzata di nazionalismo confessionale. Le dimensioni in cui si sviluppa questa influenza politica, militare, economica e religiosa in Iraq sono molteplici: Tehran storicamente ha supportato la creazione di milizie e partiti politici, ha investito nello sviluppo di infrastrutture nelle città sante sciite (atabat), conta diversi membri radicati nel clero sciita iracheno ed è ampiamente attiva nell’export, nel settore bancario e in quello petrolifero.[11]

In risposta alla nuova serie di sanzioni imposte dagli Stati Uniti il 7 agosto, l’Iran è ormai sempre più intenzionato ad espandere i propri interessi nel commercio dei prodotti non petroliferi, nell’energia e nel mercato ingegneristico nel vicino Iraq. Una simile mossa era facilmente immaginabile: grazie agli oltre 1.600 chilometri di frontiera comune scarsamente controllata, intere città da ricostruire e in piena crisi energetica, un’economia tutt’altro che dinamica e la significativa influenza iraniana sul governo federale di Baghdad, l’Iraq risulta un mercato ideale per le esportazioni di Tehran.

Da oltre una decina di anni l’Iran sta inondando il mercato iracheno con prodotti economici di bassa qualità grazie soprattutto alla mancanza di controlli lungo il confine tra i due paesi, date le precarie condizioni delle forze di polizia irachene dopo il crollo del regime di Saddam e la lotta contro Daesh (gli stessi passaggi tutt’ora rappresentano un facile corridoio per il transito di mezzi e personale diretto in Siria). Il commercio transfrontaliero e quello di contrabbando, quindi, abbondano da tempo e le sanzioni imposte dall’amministrazione Trump a Tehran sicuramente esacerberanno ulteriormente il problema.

Un altro campo per l’attività estera è la questione irrisolta dell’acqua. Sia il cambiamento climatico che le dighe costruite dalla Turchia alle sorgenti dell’Eufrate e del Tigri, le principali fonti idriche dell’Iraq, hanno forzato il Paese a divenire sempre più dipendente dalle importazioni di prodotti alimentari e agricoli dai propri vicini. La crisi idrica, che ha recentemente colpito soprattutto le regioni meridionali irachene, ha quindi garantito all’Iran un’ulteriore opportunità per aumentare i propri scambi con l’Iraq (le esportazioni iraniane di prodotti e generi alimentari in Iraq raggiungono cifre dell’ordine di 1.7 miliardi di $ annui).[12] A causa del peggioramento dalla crisi idrica e all’incapacità dei produttori locali di competere, si prevede che questa dipendenza possa soltanto aumentare, dando così ad Ankara e Tehran maggiore peso per incrementare le proprie quote di mercato. Tutto ciò avviene nonostante anche l’Iran stesso soffra di problemi idrici: non è chiaro, quindi, fino a che punto uno Stato afflitto da scarsità d’acqua possa ancora garantire gli attuali livelli di export di prodotti agricoli e alimentari all’Iraq.[13]

Gli altri due attori che contendono all’Iran un posto nel mercato iracheno sono la Turchia e l’Arabia Saudita. Di recente Ankara ha rafforzato i propri legami commerciali con il vicino, sebbene il suo commercio con l’Iraq sia fortemente influenzato dalla cooperazione con i curdi iracheni, dato che buona parte degli scambi avviene attraverso i varchi al confine con la regione curda. Considerato l’alone di incertezza che ha avvolto queste aree dopo gli esiti del referendum del settembre 2017, Ankara e Baghdad si sono di recente accordati per l’apertura di un nuovo varco ad Ovakoy, nella speranza di bypassare così il Kurdistan e incrementare l’importazione di prodotti turchi, notoriamente di qualità superiore rispetto a quelli iraniani.[14] Un altro competitor all’allargamento economico iraniano in Iraq è l’Arabia Saudita: Riyadh si è infatti offerta di fornire all’Iraq una quantità di energia elettrica tripla rispetto a quella che ottiene dall’Iran e ad un prezzo decisamente più competitivo. Con questa azione la monarchia saudita spera di ridurre notevolmente la leva economica di Tehran su Baghdad.[15]

Il principale ostacolo alle ambizioni persiane in Iraq, tuttavia, è da ricercarsi nella crescente opposizione del popolo iracheno alle ingerenze iraniane. Diversi cittadini iracheni, infatti, percepiscono la loro identità nazionale come violata dall’evidente influenza che Tehran esercita sul loro Paese. Questo atteggiamento travalica le differenze settarie ed è condiviso anche da molti all’interno della comunità sciita irachena (basti pensare al bacino elettorale di al-Sadr, costituito in massima parte da iracheni sciiti del sud, i quali hanno immediatamente celebrato la sua vittoria con slogan come “L’Iran fuori! Baghdad libera!”[16]), legandosi inoltre al forte sentimento di competizione che il clero sciita iracheno nutre nei confronti di quello iraniano.

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[11] Giovanni Parigi, “Quanto è iraniano l’Iraq?,” in Attacco all’Impero persiano, Limes: Rivista italiana di geopolitica, Luglio 2018, pp. 145-52.

[12] rans-non-oil-trade-with-iraq-tops-17-billion

[13] urgent-measures-to-help-resolve-khuzestan-water-crisis

[14] analysis-2018

[15] sanctions-iran-harm-iraq-economy

[16] carnegie-mec.org/diwan


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Nato a Bologna nel 1990, è laureato in Storia e in Scienze Orientali. Attualmente segue un Master in Middle Eastern Studies (MIMES) presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Si interessa principalmente di storia contemporanea e delle relazioni internazionali del Medio Oriente.

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