“Il futuro non invecchia” di Alessandro Rosina

Rosina

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L’Europa e la Transizione demografica

«Neil Armstrong è nato nel 1930. A quell’epoca pochi arrivavano a 80 anni e nessuno era mai stato fuori dal pianeta terra. È stato il primo uomo a scendere sulla luna ed è arrivato a vivere fino a 82 anni. Un risultato impensabile per i suoi genitori quando l’hanno preso la prima volta in braccio. Ma la generazione di chi è nato nel 2012 (anno in cui Armstrong è morto) vivrà, secondo le più accreditate previsioni, in media sin oltre i 100 anni e verosimilmente vedrà le prime colonie di uomini sulla luna».  (p.8)

Con l’utilizzo di immagini suggestive, da Armstrong al divenire eracliteo, Rosina viaggia tra passato, presente e futuro con la consapevolezza che, per riprendere Eraclito, non ci è concesso bagnarci due volte nello stesso fiume. L’Autore segue l’arco temporale che ha portato l’uomo da cacciatore-raccoglitore ad allevatore e coltivatore, in un lungo processo che ha visto dapprima l’uomo adattarsi alla natura, poi la natura venire adattata ai bisogni dell’uomo: si entra così nell’Antropocene, grazie alla rivoluzione scientifico-tecnologica e ai suoi effetti sulla vita dell’uomo. In questo scenario avviene la cosiddetta Transizione demografica, con l’abbandono del vecchio regime caratterizzato da alti livelli di natalità e mortalità; la fecondità, da fenomeno naturale e conseguente alla formazione della coppia, diviene un fatto di scelta personale e l’allungamento dell’aspettativa di vita e la riduzione della mortalità infantile diventano obiettivi primari e raggiungibili. Il risultato più rilevante di questa transizione è la crescita della popolazione mondiale: dalla nascita di Cristo alla fine del diciassettesimo secolo l’incremento della popolazione mondiale è stato di circa 300 milioni (da 300 a 600 milioni), mentre nel corso del solo ventesimo secolo la popolazione mondiale è passata da 1,6 a 6,1 miliardi. Al momento la popolazione umana è pari a 7,6 miliardi.

L’Europa, scrive Rosina, è il primo continente ad aver di fatto concluso la sua Transizione demografica, mentre l’Africa rappresenterà metà dell’espansione umana del pianeta nei prossimi vent’anni. «Secondo le previsioni delle Nazioni Unite, nel 2040 l’età mediana supererà i 47 in Europa, i 52 in Italia, salirà a 23 in Africa e attorno a 35 nel globo intero. Gli over 65 lieviteranno dal 9 al 14% su scala mondiale, in Italia passeranno dal 23 al 33%, mentre gli ultraottantenni arriveranno a essere oltre uno su dieci». (p.28). Con questo rinnovato contesto sarà necessario confrontarsi per costruire un futuro migliore per tutti.

Rosina si concentra sul concetto di generazione, alla cui base sta l’affinità di collocazione dei suoi appartenenti, in un’ottica che vede l’intero corso della vita, dall’infanzia all’anzianità, coltivato ed inserito in un progetto comune capace di valorizzare le potenzialità dell’individuo in ogni sua fase. In particolare, l’Autore sottolinea l’importanza delle nuove generazioni e del ricambio con le vecchie: «Il cambiamento diventa espressione positiva delle nuove generazioni se l’esistente non diventa resistente, se accetta di farsi mettere in discussione dai nuovi sguardi, se consente alle energie e intelligenze nuove di trovare spazio e strumenti per dare il meglio di sé, di diventare il nuovo che fa la differenza nell’arricchire il bene comune in coerenza con il proprio tempo». (p.32). Rosina traccia una rassegna delle varie generazioni susseguitesi fino a oggi: dalla generazione di quelli nati attorno agli anni Venti del secolo scorso, che hanno vissuto la giovinezza tra il fascismo e la guerra e hanno avuto il compito di ricostruire l’Italia avviando una nuova epoca, ai baby boomers, nati tra il 1945 e il 1964 e cresciuti in un periodo – i “trent’anni gloriosi” – di crescita, ottimismo e grandi trasformazioni antropologiche e culturali (si pensi solo alla stagione dei diritti e della rivoluzione sessuale); dalla Generazione X di quelli nati tra il 1965 e il 1981, i primi a trovare un contesto mutato e più rigido una volta affacciati al mondo del lavoro verso gli anni Novanta, alla Generazione Y, meglio conosciuta come quella dei Millennials, di cui fanno parte i nati tra il 1982 e il 1999 e che combacia con la grande globalizzazione economica e culturale, passando infine per la Generazione Z, formata da chi ha compiuto i diciotto anni dal 2000 in poi e caratterizzata dalla cosiddetta esistenza on-life, per citare il filosofo Luciano Floridi, dove virtuale e reale combaciano e Internet appare una realtà immanente sin dalla nascita.

«I Millennials […] sono partiti da una spiccata fiducia in se stessi, con una forte determinazione nel contribuire a cambiare positivamente il mondo, con aspettative elevate sul proprio destino sociale. Si sono però scontrati con una realtà, nella fase di transizione alla vita adulta, molto più ostile e ostica di quanto preventivato. La Zeta è invece la prima generazione del secondo dopoguerra a cui già fin dall’adolescenza è stata trasmessa l’idea che difficilmente riuscirà a conquistare migliori condizioni di benessere rispetto ai propri genitori». (p.43). Queste due generazioni si trovano a dover affrontare, a causa anche dei danni provocati dalla grande crisi, un mercato del lavoro rigido e sfavorevole verso i giovani, che rimangono spesso sottoutilizzati, sfruttati o mal impiegati. In Italia i Neet, coloro che non lavorano e non partecipano a percorsi di studio o formazione, già prima della crisi erano il 18,8% in età 15-29 (contro il 13,2% della media europea) e hanno raggiunto il 26% nel 2014 (per poi lievemente calare). Negli anni della crisi, inoltre, a soffrire non è stata tanto l’occupazione adulta, quanto quella giovane della fascia 15-34; a questo si aggiunge un notevole divario generazionale nei redditi, come confermano i dati del VII Rapporto AdEPP[1] riferiti all’anno 2016: il reddito medio della fascia 50-60 e 60-70, di circa 45.000 euro, è più del doppio rispetto a quello dei 30-40enni, che arrivano a stento a 20.000 – con picchi negativi come i 12.000 dei 20-30enni.

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[1] http://www.adepp.info/wp-content/uploads/2017/12/VII-Rapporto-AdEPP-2017-definitivo.pdf


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Classe 1997, di Udine. Studia giurisprudenza presso l'Università degli studi di Trieste. Su Pandora scrive soprattutto di teoria politica e trasformazioni socioeconomiche, con particolare attenzione alle anomalie del capitalismo contemporaneo, all’impatto delle tecnologie nel mondo del lavoro e nella società e ai problemi socioculturali della globalizzazione.

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