“Il futuro non invecchia” di Alessandro Rosina
- 29 Marzo 2019

“Il futuro non invecchia” di Alessandro Rosina

Recensione a: Alessandro Rosina, Il futuro non invecchia, Vita e Pensiero, Milano 2018, pp. 96, 12 euro (scheda libro)

Scritto da Luca Picotti

6 minuti di lettura

Il cambiamento demografico che l’Europa sta vivendo, unito alle grandi trasformazioni tecnologiche ed economiche degli ultimi anni, ha provocato un senso di smarrimento e incertezza che si è tradotto in una diffusa sfiducia verso il futuro. L’immagine spengleriana di un ineluttabile tramonto dell’Occidente, sempre più piccolo dinanzi allo sviluppo delle potenze asiatiche e all’emergere della giovane Africa, sembra essersi radicata nell’immaginario collettivo.

I numeri delle statistiche demografiche raccontano un’Italia e un’Europa con sempre meno giovani e sempre più anziani: il progresso scientifico e tecnologico ha permesso un notevole aumento della longevità e una forte riduzione della mortalità infantile ma, parallelamente, fattori culturali ancor prima che economici hanno fatto sì che in Europa dalla metà degli anni Settanta si sia assistito ad un drastico calo della natalità.

Questa epocale transizione, demografica, antropologica, ed economica, ci pone di fronte a sfide fondamentali per la costruzione del nostro futuro, che dovranno essere affrontate con serietà e lungimiranza.

Alessandro Rosina, docente di demografia all’Università Cattolica di Milano, nel suo ultimo libro Il futuro non invecchia, edito da Vita e Pensiero, affronta queste tematiche partendo da un assunto fondamentale: il futuro non invecchia, come recita il titolo. Bisognerà cogliere le opportunità di una vita più lunga, in modo da trasformare la quantità di vita in più in qualità aggiuntiva; sarà necessario trovare nuovi punti di incontro tra le diverse generazioni, così da innescare un virtuoso e dinamico processo di ricambio.

Se non si costruirà assieme un’idea comune di futuro, allora sì che questo invecchierà con la popolazione, in un lento e inesorabile declino. Rosina ci invita ad agire per scongiurare questa ipotesi e lo fa offrendoci dieci parole chiave che iniziano con la “f” di futuro: forza/fragilità, formazione, fare, fallimento, fiducia, famiglia, Facebook, femminile, fede, felicità. Riscoprendo il senso e la portata di queste parole sarà più facile pensare un futuro migliore.

L’Europa e la Transizione demografica

«Neil Armstrong è nato nel 1930. A quell’epoca pochi arrivavano a 80 anni e nessuno era mai stato fuori dal pianeta terra. È stato il primo uomo a scendere sulla luna ed è arrivato a vivere fino a 82 anni. Un risultato impensabile per i suoi genitori quando l’hanno preso la prima volta in braccio. Ma la generazione di chi è nato nel 2012 (anno in cui Armstrong è morto) vivrà, secondo le più accreditate previsioni, in media sin oltre i 100 anni e verosimilmente vedrà le prime colonie di uomini sulla luna».  (p.8)

Con l’utilizzo di immagini suggestive, da Armstrong al divenire eracliteo, Rosina viaggia tra passato, presente e futuro con la consapevolezza che, per riprendere Eraclito, non ci è concesso bagnarci due volte nello stesso fiume. L’Autore segue l’arco temporale che ha portato l’uomo da cacciatore-raccoglitore ad allevatore e coltivatore, in un lungo processo che ha visto dapprima l’uomo adattarsi alla natura, poi la natura venire adattata ai bisogni dell’uomo: si entra così nell’Antropocene, grazie alla rivoluzione scientifico-tecnologica e ai suoi effetti sulla vita dell’uomo. In questo scenario avviene la cosiddetta Transizione demografica, con l’abbandono del vecchio regime caratterizzato da alti livelli di natalità e mortalità; la fecondità, da fenomeno naturale e conseguente alla formazione della coppia, diviene un fatto di scelta personale e l’allungamento dell’aspettativa di vita e la riduzione della mortalità infantile diventano obiettivi primari e raggiungibili. Il risultato più rilevante di questa transizione è la crescita della popolazione mondiale: dalla nascita di Cristo alla fine del diciassettesimo secolo l’incremento della popolazione mondiale è stato di circa 300 milioni (da 300 a 600 milioni), mentre nel corso del solo ventesimo secolo la popolazione mondiale è passata da 1,6 a 6,1 miliardi. Al momento la popolazione umana è pari a 7,6 miliardi.

L’Europa, scrive Rosina, è il primo continente ad aver di fatto concluso la sua Transizione demografica, mentre l’Africa rappresenterà metà dell’espansione umana del pianeta nei prossimi vent’anni. «Secondo le previsioni delle Nazioni Unite, nel 2040 l’età mediana supererà i 47 in Europa, i 52 in Italia, salirà a 23 in Africa e attorno a 35 nel globo intero. Gli over 65 lieviteranno dal 9 al 14% su scala mondiale, in Italia passeranno dal 23 al 33%, mentre gli ultraottantenni arriveranno a essere oltre uno su dieci». (p.28). Con questo rinnovato contesto sarà necessario confrontarsi per costruire un futuro migliore per tutti.

Rosina si concentra sul concetto di generazione, alla cui base sta l’affinità di collocazione dei suoi appartenenti, in un’ottica che vede l’intero corso della vita, dall’infanzia all’anzianità, coltivato ed inserito in un progetto comune capace di valorizzare le potenzialità dell’individuo in ogni sua fase. In particolare, l’Autore sottolinea l’importanza delle nuove generazioni e del ricambio con le vecchie: «Il cambiamento diventa espressione positiva delle nuove generazioni se l’esistente non diventa resistente, se accetta di farsi mettere in discussione dai nuovi sguardi, se consente alle energie e intelligenze nuove di trovare spazio e strumenti per dare il meglio di sé, di diventare il nuovo che fa la differenza nell’arricchire il bene comune in coerenza con il proprio tempo». (p.32). Rosina traccia una rassegna delle varie generazioni susseguitesi fino a oggi: dalla generazione di quelli nati attorno agli anni Venti del secolo scorso, che hanno vissuto la giovinezza tra il fascismo e la guerra e hanno avuto il compito di ricostruire l’Italia avviando una nuova epoca, ai baby boomers, nati tra il 1945 e il 1964 e cresciuti in un periodo – i “trent’anni gloriosi” – di crescita, ottimismo e grandi trasformazioni antropologiche e culturali (si pensi solo alla stagione dei diritti e della rivoluzione sessuale); dalla Generazione X di quelli nati tra il 1965 e il 1981, i primi a trovare un contesto mutato e più rigido una volta affacciati al mondo del lavoro verso gli anni Novanta, alla Generazione Y, meglio conosciuta come quella dei Millennials, di cui fanno parte i nati tra il 1982 e il 1999 e che combacia con la grande globalizzazione economica e culturale, passando infine per la Generazione Z, formata da chi ha compiuto i diciotto anni dal 2000 in poi e caratterizzata dalla cosiddetta esistenza on-life, per citare il filosofo Luciano Floridi, dove virtuale e reale combaciano e Internet appare una realtà immanente sin dalla nascita.

«I Millennials […] sono partiti da una spiccata fiducia in se stessi, con una forte determinazione nel contribuire a cambiare positivamente il mondo, con aspettative elevate sul proprio destino sociale. Si sono però scontrati con una realtà, nella fase di transizione alla vita adulta, molto più ostile e ostica di quanto preventivato. La Zeta è invece la prima generazione del secondo dopoguerra a cui già fin dall’adolescenza è stata trasmessa l’idea che difficilmente riuscirà a conquistare migliori condizioni di benessere rispetto ai propri genitori». (p.43). Queste due generazioni si trovano a dover affrontare, a causa anche dei danni provocati dalla grande crisi, un mercato del lavoro rigido e sfavorevole verso i giovani, che rimangono spesso sottoutilizzati, sfruttati o mal impiegati. In Italia i Neet, coloro che non lavorano e non partecipano a percorsi di studio o formazione, già prima della crisi erano il 18,8% in età 15-29 (contro il 13,2% della media europea) e hanno raggiunto il 26% nel 2014 (per poi lievemente calare). Negli anni della crisi, inoltre, a soffrire non è stata tanto l’occupazione adulta, quanto quella giovane della fascia 15-34; a questo si aggiunge un notevole divario generazionale nei redditi, come confermano i dati del VII Rapporto AdEPP[1] riferiti all’anno 2016: il reddito medio della fascia 50-60 e 60-70, di circa 45.000 euro, è più del doppio rispetto a quello dei 30-40enni, che arrivano a stento a 20.000 – con picchi negativi come i 12.000 dei 20-30enni.

Rosina: il futuro non invecchia

Dinanzi a questi drammatici dati risulta necessario agire per sbloccare le potenzialità di una generazione povera e disillusa. Nel contempo, considerato il trend demografico, bisogna focalizzarsi anche sulla fase dell’anzianità, in modo da cogliere le opportunità di una vita più lunga. «A parità di età si sta meglio e si può fare di più. Non si può pensare che a 60 anni si possa lavorare come a 40 anni, ma senz’altro si può ritenere che a 60 anni oggi si possa lavorare molto meglio rispetto ai 60enni di vent’anni fa». (p.67). L’obiettivo non deve essere, scrive Rosina, quello di costringere le persone a lavorare per molti più anni, ma quello di sfruttare le nuove opportunità con flessibilità e mettendo al centro gli interessi della persona. In questo modo ci si può adattare senza forzature al nuovo trend demografico, re-indirizzandolo a favore dei singoli e della comunità.

Il libro si conclude con le dieci parole, inizianti per “f”, che Rosina ritiene importanti per “un futuro che non invecchia”. Da questa breve sintesi ad opera dello stesso Autore possiamo capire il filo conduttore che le lega e l’idea che ne sta alla base: «Si tratta di considerare il futuro come bene comune di cui tutti assieme dobbiamo prenderci cura. Le dieci parole chiave vanno a sottolineare come questo impegni ciascuno di noi nella nostra quotidianità e nel nostro stare in relazione positiva. Progettare e costruire un futuro migliore significa puntare nella formazione, promuovere il fare, saper riconoscere la forza e la fragilità di ciascuno, imparare dal fallimento, dar spazio al capitale umano femminile, ridare forza alla famiglia, non demonizzare Facebook e i nuovi social network ma sviluppare stili adeguati di interazione e condivisione, guardare al mondo con fiducia, dar valore al fattore umano e riempirlo di senso e spiritualità. Nella seconda parte del libro vengono sviluppate queste dieci parole, chiudendo con felicità, da intendere non come qualcosa da inseguire o condizione da raggiungere chissà quando, ma come sentirsi oggi parte di un processo di costruzione collettiva di un domani migliore»[2].

Il volume di Rosina unisce l’analisi del presente e l’oggettività dei dati, relativi soprattutto al trend demografico e alla rigidezza del mercato del lavoro, ad un lavoro intellettuale e teorico indirizzato alla costruzione di un’idea condivisa di futuro. L’importanza data al bene comune e alla progettualità collettiva, indispensabili per affrontare la transizione che stiamo vivendo, si pone in antitesi all’individualismo imperante dello Zeitgeist e ne offre una valida alternativa. Il merito di queste pagine risiede proprio nella duplice funzione di cui sopra: l’una di analisi del presente, l’altra di proposta per il futuro, per non cedere al fatalismo e all’apparente irriformabilità dell’esistente.


[1] http://www.adepp.info/wp-content/uploads/2017/12/VII-Rapporto-AdEPP-2017-definitivo.pdf

[2] https://www.letture.org/il-futuro-non-invecchia-alessandro-rosina/

Scritto da
Luca Picotti

Nato a Udine nel 1997, studia giurisprudenza presso l’Università degli studi di Trieste ed è redattore della rivista. Scrive soprattutto di teoria politica, trasformazioni socioeconomiche e processi di globalizzazione.

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