“Gentrification. Tutte le città come Disneyland” di Giovanni Semi

gentrification

Recensione a: Giovanni Semi, Gentrification, Tutte le città come Disneyland?, Il Mulino, Bologna 2015, pp. 240, 22 euro (scheda libro).


Il saggio “Gentrification” rappresenta una sorta di manuale del cosiddetto fenomeno della gentrificazione, ovvero “la conquista di un territorio urbano da parte di un gruppo di persone differenti per posizione di classe rispetto agli abitanti precedenti”[1]. Questo tema, affrontato da molti anni su riviste di settore, quotidiani e saggi, non è, tuttavia, mai stato veramente discusso dal mondo politico e mediatico, sebbene il fenomeno in oggetto si verificò per la prima volta già nell’Ottocento, attraverso il consolidamento della urban gentry, ossia la piccola borghesia.

Giovanni Semi spiega che la gentrificazione nasce con la modernità, periodo in cui la città diviene il centro delle società occidentali, come scrive David Harvey in Giustizia Sociale e Città: “la città è simultaneamente il meccanismo e l’eroe della della modernità”[2]. La piccola borghesia, una volta appropriatasi del proprio status sociale, iniziò a riconoscere delle qualità e delle opportunità economiche in alcune zone della città, decidendo di investirvi dei capitali per riqualificarle. Celebri esempi di questo fenomeno sono il Greenwhich Village di New York, o Notting Hill a Londra, episodi non sporadici che, successivamente, si verificarono anche in tutta Europa e nel resto del mondo, tanto da essere tuttora in fase di sviluppo.

La gentrificazione è un fenomeno che è stato esportato nel resto del mondo in modo direttamente proporzionale all’accentuazione del liberalismo, inteso nella sua forma economica pura: il liberismo. Non a caso la gentrification nasce e si sviluppa prevalentemente nei paesi anglosassoni. Il fatto che le parti di città “gentrificate” abbiano costi della vita più alti di altre ne è la prova, poiché non concede a chiunque il diritto di scegliere dove abitare. Ovviamente, in termini di teoria politica, quest’ultimo concetto fa parte del dibattito tra individuo e società tuttavia, meglio precisare che, nella configurazione neoliberista, come disse Margaret Thatcher, “non esiste la società”.

Inoltre, il fatto che la gentrificazione abbia assunto un carattere globale fa sì che le città mondiali si uniformino sempre più tra loro, perdendo la propria identità culturale e tipologica. Sparisce ciò che Aldo Rossi chiamava “l’architettura della città”. Ed è su questo punto che entrano in gioco gli architetti. Se la gentrificazione rappresenta uno degli elementi fondanti dei processi di urbanizzazione e controurbanizzazione, qual è la responsabilità politica degli architetti rispetto alla propagazione di questo fenomeno socio-economico?

Il disegno della città è pensato come qualcosa di fisso, statico, poiché la riprogettazione di importanti aree della città ha sempre previsto la tabula rasa delle preesistenze, come fu nelle dispute tra poteri che hanno permesso lo sventramento e il rifacimento dell’Ile de la Cité a Parigi. Ma la città è un essere dinamico, nasce, cresce, vive e può persino morire. Nella sua fase di crescita può espandersi, inglobare, fagocitare altri agglomerati, ritrarsi, in sostanza sottoporsi a una serie di rimodellamenti che passano dalla gentrificazione.

Comunque, in generale la gentrificazione s’innesta a seguito della cosiddetta suburbanizzazione ovvero l’ampiamento di porzioni di città legate alla crescita demografica. Infatti, è la suburbanizzazione ad aver sotteso il fenomeno delle città-giardino londinesi, realtà urbane appena fuori la città (teorizzate da Ebenezer Howard), e quello dell’urban shrinking, ossia la destrutturazione di parti intere di città, come fu per le grandi aree dismesse di Detroit.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Sulla gentrificazione 

Pagina 2: Gentrification: mattoni, capitali e politica

Pagina 3: Un importante episodio di rigenerazione urbana: porta nuova a Milano


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Nato a Brescia nel 1994, ha conseguito la Laurea in Architettura presso il Politecnico di Milano. Ha vissuto in Corea del Sud dove ha lavorato per il City Architect di Seoul Seung H-Sang. Attualmente sta svolgendo un tirocinio istituzionale nel ruolo di assistente logistico presso il Parlamento Europeo.

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