Per una geopolitica dell’antichità: la Grecia nord-occidentale nelle guerre per l’egemonia (435-424 a.C.)

Grecia

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Una strategia pienamente geopolitica: «portare la guerra intorno al Peloponneso».

Il 425, quindi, è l’anno di svolta della strategia ateniese, non solo perché quello di Pilo è un significativo successo in territorio spartano. Pur non rientrando il Peloponneso occidentale nella cosiddetta ‘Grecia nord-occidentale’, da quel momento le due aree sono comprese in una sorta di unità geopolitica, dato che le operazioni ivi condotte si svolgono a cavallo fra le due regioni; inoltre, la conquista di Pilo rappresenta l’acquisizione di un ulteriore anello della catena circumpeloponnesiaca imperniata sulle posizioni già controllate in area ionico-adriatica, che si stringe entro il 424 con la presa di Citera.

È in tale contesto che si realizza definitivamente il progetto, genuinamente pericleo, delineato da Tucidide all’inizio del conflitto e volto a conquistare basi attorno al Peloponneso per portarvi la guerra a proprio piacimento: «Gli Ateniesi esaminavano la situazione degli alleati che avevano, e inviavano ambascerie più che altro ai luoghi vicini al Peloponneso, cioè Corcira, Cefallenia, l’Acarnania e Zacinto, perché vedevano che se queste località fossero state fermamente amiche, essi avrebbero portato la guerra intorno al Peloponneso [πέριξ τὴν Πελοπόννησον καταπολεμήσοντες[1]]».

È quindi chiaro che gli Ateniesi possiedono un’efficace visione d’insieme del quadro geopolitico, che risulta suggestivo e non troppo rischioso accostare alle celebri teorie geopolitiche su Heartland (H.J. Mackinder[2]) e Rimland (N.J. Spykman[3]). La costruzione di una rotta ateniese circumpeloponnesiaca si configura infatti alla stregua di un Rimland costiero, legato al controllo del mare, opposto all’Heartland continentale degli avversari, per quanto le scale geografiche rispetto alla geopolitica moderna siano diverse. Diversi contesti, quindi, ma quanto paragonabili?

La teoria dell’Heartland si basa sull’idea che il controllo dell’area continentale formata dal territorio russo-sovietico e dall’Asia centrale, ricca di risorse e invulnerabile agli invasori (che avrebbero enormi difficoltà a conquistare una regione così vasta), garantirebbe il dominio del mondo. Attorno all’area principale si estenderebbero fasce concentriche sempre meno geopoliticamente ‘centrali’, perché non caratterizzate dai vantaggi intrinseci alla geografia dell’Heartland. L’area immediatamente adiacente all’Heartland, definita inner (o marginal) crescent, e comprendente Europa, Vicino Oriente, India, Indocina e Asia orientale, sia pure ricca e popolata, sarebbe vulnerabile agli attacchi provenienti dall’Heartland, a causa della minore profondità strategica e della lontananza dei suoi estremi. Il pensiero di Mackinder associò alternativamente Russia/URSS e Germania al ruolo di potenza-leader dell’Heartland, la cui politica doveva essere contrastata dall’Europa liberale e dall’America, nel tentativo di annullare il proprio svantaggio geopolitico. Mackinder insisteva sul vantaggio delle linee di comunicazione interna: una potenza moderna, in possesso di ferrovie, strade e nuove tecnologie di comunicazione, poteva sfruttare l’Heartland assai meglio dei popoli che l’avevano storicamente occupato.

La teoria del Rimland, rielaborazione del concetto di inner/marginal crescent di Mackinder, condivide simili presupposti: la differenza sostanziale è che il controllo della inner/marginal crescent (qui denominata Rimland), garantirebbe sufficiente ricchezza e tecnologia per tamponare la vulnerabilità geografica. Il possesso del Rimland sarebbe la chiave per il dominio del mondo: i suoi padroni potrebbero esercitare pressioni e minacce sia sull’Heartland, sia sulle terre più esterne (gli USA), e, all’occorrenza, mediare fra le due realtà. I limiti delle comunicazioni in un’area così dispersa sarebbero risolti grazie alla più rapida innovazione tecnologica. Semplificando, i sostenitori della teoria dell’Heartland pongono maggiore attenzione all’importanza del potere militare terrestre, mentre i sostenitori di quella del Rimland insistono sulle prospettive offerte dal potere militare navale e aereo (quest’ultimo ormai pienamente affermato nel 1942, quando Spykman avanzò la sua teoria).

Si possono applicare queste teorie all’età classica? Nell’antichità vanno esclusi i vantaggi legati alle linee interne: almeno fino alla metà del XIX secolo le comunicazioni terrestri sono sempre state più lente di quelle marittime. Tuttavia, la contrapposizione fra il Peloponneso sotto controllo spartano e la catena circostante di basi ateniesi ha molto in comune con quella Heartland/Rimland: l’Heartland peloponnesiaco può essere visto come strategicamente invulnerabile agli attacchi provenienti dall’esterno (e lo sarà fino al 371, anno della battaglia di Leuttra). Pur se in maniera ancora immatura e ingenua, sono le stesse fonti antiche – oltre alla strategia dei contendenti, in particolare dei più dinamici Ateniesi – a dimostrare l’esistenza di una complessa visione geopolitica alla fine del V secolo, centrata sulla Grecia nord-occidentale e sulla rotta circumpeloponnesiaca: un approccio, quindi, meritevole di attenzione.

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[1] Thuc. II 7, 3.

[2] H.J. Mackinder, The Geographical Pivot of History, «The Geographical Journal», XXIII (1904), pp. 421-437.

[3] N.J. Spykman, America’s Strategy in World Politics, Harcourt, New York 1942.


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Nato nel 1982, torinese, dal 2014 è dottore di ricerca in Storia antica, Università degli Studi di Torino: qui è stato cultore della materia tra 2015 e 2018. Si è occupato principalmente di polemologia, relazioni interstatali e storia politico-militare della Grecia arcaica e classica; oggi si interessa di divulgazione storica (con la pagina FB “La Paleoteca”, https://www.facebook.com/lapaleotecagcilenti/). Socio dell’associazione “Storie in Movimento” dal 2016, scrive e collabora attivamente con la rivista “Zapruder. Rivista di storia della conflittualità sociale”.

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