“Giolitti. Un leader controverso” di Massimo L. Salvadori
- 14 Maggio 2021

“Giolitti. Un leader controverso” di Massimo L. Salvadori

Recensione a: Massimo L. Salvadori, Giolitti. Un leader controverso, Donzelli Editore, Roma 2020, pp. 240, 30 euro (scheda libro)

Scritto da Christopher Calefati

5 minuti di lettura

Il destino dei leader politici, durante periodi storici caratterizzati da accelerazioni e mutamenti socioeconomici, oscilla costantemente tra lodi di buongoverno e violente denigrazioni. In questo senso, l’Italia degli inizi del XX secolo rappresenta un palcoscenico ideale per osservare le contrapposizioni messe in scena dagli attori politici del tempo, soprattutto per quanto riguarda le problematiche socioeconomiche.

Massimo Luigi Salvatori, Professore emerito in Storia delle Dottrine Politiche presso l’Università di Torino, delinea, nel suo libro, il panorama delle narrazioni controverse sulla figura dello statista Giovanni Giolitti che hanno alimentato un lungo dibattito, iniziato alla fine del XIX secolo e riproposto, a più riprese, nel corso del Novecento sino ad arrivare ai giorni nostri. L’intento dell’autore è fornire un’immagine di Giolitti a trecentosessanta gradi, che non comprenda esclusivamente la sua attività politica, ma «deve allargarsi alla sua persona, al suo stile di vita, al suo modo di essere stato uomo pubblico e privato» (p. 207). Al centro dell’opera vi è il tentativo di penetrare all’interno dell’ampio e variegato repertorio di giudizi e interpretazioni del giolittismo, che gli autori coevi e le riletture storiografiche hanno prodotto, mettendo in evidenza le continue controversie e ambiguità che hanno caratterizzato le azioni del leader piemontese.

L’età giolittiana, che si estende tra la fine dell’Ottocento all’inizio della Prima guerra mondiale, è caratterizzata da una crescita dell’economia che muta radicalmente gli assetti della società italiana, provocando altresì delle tensioni sociali che divengono un acceso terreno di scontro all’interno del Parlamento. Durante queste trasformazioni, si evolve la filosofia politica di Giolitti, caratterizzata dall’impegno nell’affermazione dello Stato liberale come forma più idonea di governo per regolare correttamente i rapporti tra i cittadini, in diretta continuità con l’eredità politica di Cavour. L’azione dei governi Giolitti è definita, dallo stesso statista piemontese, conservatrice e al tempo stesso progressista: conservatrice, perché difende le istituzioni politiche ed economico-sociali esistenti; progressista perché, in linea con i mutamenti della società novecentesca, si pone come problema primario l’ascesa delle masse lavoratrici, il cui nucleo era costituito dagli operai delle fabbriche moderne. In effetti, una delle svolte apportate dal giolittismo in Italia sono le prime elezioni a suffragio universale maschile nel 1913, che tuttavia contribuiscono al progressivo sfaldamento dello Stato liberale.

Nei primi due capitoli, l’autore delinea le caratteristiche della politica giolittiana, ponendo in risalto le contraddizioni che hanno scatenato giudizi altalenanti sull’operato del leader piemontese. Salvadori si focalizza sui tentativi di Giolitti di includere la componente socialista all’interno dei governi, soprattutto attraverso intensi rapporti con il segretario Filippo Turati. Inoltre, sono analizzate le misure protezionistiche giolittiane che avrebbero allargato il divario economico tra Nord e Sud, avvantaggiando le industrie settentrionali e favorendo la grande proprietà fondiaria meridionale. Questi provvedimenti, inoltre, hanno alimentato il dibattito pubblico e parlamentare che caratterizzava la Questione Meridionale.

La portata divisiva della figura di Giolitti è ben espressa all’interno del corpus centrale del libro, in cui sono analizzati i giudizi contrastanti dei contemporanei. Il leader liberale fu oggetto di dibattito tra gruppi di intellettuali che si ponevano su posizioni opposte, in relazione ai giudizi sulla sua politica. Il suo più grande difensore fu il filosofo Benedetto Croce che definì Giolitti «uomo di molta accortezza e di grande sapienza parlamentare». Da queste discussioni, è emersa la maggior parte degli epiteti rivolti al primo ministro piemontese che hanno irreversibilmente segnato la sua memoria nell’immaginario collettivo delle generazioni successive. Il più agguerrito tra i suoi oppositori fu il socialista e meridionalista Gaetano Salvemini, a cui si devono espressioni su Giolitti come: «ministro della mala vita», «dittatore», «cinico ribaldo», «boss d’Italia» oppure la celebre immagine del «doppio volto». I giudizi negativi di Salvemini avevano delle basi polemiche ben precise: l’arretratezza nel Mezzogiorno, le posizioni neutraliste di Giolitti e le implicazioni con il fascismo, tanto da definire lo statista piemontese come il «Giovanni Battista di Mussolini». La più feroce accusa nei confronti di Giolitti e del giolittismo è stata riassunta dal meridionalista pugliese all’interno del suo volume Il ministro della mala vita, pubblicato nel 1910, in cui è emblematico il passaggio: «Il popolo sovrano di Giovanni Giolitti è costituito nell’Italia meridionale dai questurini e dai malfattori; e questo popolo […] non manca mai di fare i miracoli, di cui il suo signore e padrone ha necessità» (p. 87). Nonostante i duri attacchi, che continuarono negli scritti di Salvemini anche dopo la Seconda Guerra Mondiale, la posizione dello storico molfettese fu altresì caratterizzata da un’oscillazione dei giudizi. Infatti, Giolitti fu più volte definito un «despota illuminato» che, sebbene fece ricorso a corruzione e criminalità, non ostacolò mai i movimenti sindacali, le minoranze parlamentari e la libertà di stampa.

Critiche al giolittismo provenivano anche dagli intellettuali liberali, tra cui si distingueva Luigi Einaudi. In sostanza, l’opposizione di Einaudi consisteva nel definire la politica di Giolitti come inquinata da strategie economiche di impianto statalista, che andavano in contrasto con il libero mercato e i legittimi interessi dei privati che vi operavano. Anche in questo caso, i giudizi furono ambigui in quanto nel 1959, nella prefazione del secondo volume delle Cronache, lo stesso intellettuale impiegò alcune righe per elogiare l’operato di Giolitti, soprattutto per quanto riguarda la sua abilità nei dibattiti parlamentari e la sua vita morigerata.

Le fila dell’antigiolittismo erano ingrossate dalla componente cattolica, nonostante l’appoggio garantito ai liberali, sancito dal Patto Gentiloni nel 1913. L’opposizione del sacerdote e fondatore del Partito popolare, Luigi Sturzo, si fece sempre più importante negli anni tra le fine della Prima guerra mondiale e l’ascesa del fascismo. Infatti, nel 1922 furono i veti dello stesso Sturzo a bloccare per ben due volte la rinascita di un esecutivo guidato da Giolitti. Le accuse del sacerdote siciliano denunciarono il ruolo avuto dal leader liberale nelle concessioni istituzionali fatte alle bande fasciste, avendo perseguito il vano tentativo di trasformarle in un partito politico. Inoltre, le accuse di Sturzo furono in continuità con quelle del gruppo meridionalista, poiché, nei suoi scritti, raffigurò il centralismo dello Stato giolittiano come il più grande ostacolo per le energie vitali del Sud.

Anche i comunisti furono aspramente critici nei confronti di Giolitti ma, a una posizione intransigente assunta da Gramsci, si contrappose l’atteggiamento duplice di Palmiro Togliatti, simile a quello del socialista Filippo Turati. Il segretario del PCI, nel 1935, aveva definito Giolitti come un vecchio uomo della borghesia che aveva permesso al fascismo di affermarsi all’interno degli organi statali. Dopo la Seconda guerra mondiale, le sue posizioni si ammorbidirono tanto da concedere dei meriti al leader di Dronero, come l’introduzione del suffragio universale maschile, per cui socialisti e democratici non avevano condotto una decisa campagna politica.

La controversia su Giolitti è analizzata da Salvadori anche nella storiografia contemporanea, caratterizzata da un’ampia varietà di interpretazioni. L’autore delinea, in prima istanza, la categoria dei laudatores, il cui impianto narrativo è contraddistinto da un’esaltazione della figura di Giolitti, ponendo esclusivamente in risalto i caratteri positivi del suo modus operandi e definendolo come un “novello” Cavour. La storiografia del Secondo dopoguerra ha avuto il merito di effettuare una riabilitazione della figura di Giolitti, ponendo l’accento sul decisivo sviluppo economico dell’Italia nel primo decennio del XX secolo. In sostanza, le ricerche condotte su Giolitti hanno portato alla luce i tentativi e i limiti del leader piemontese nel rimarginare le fratture del Paese, in un periodo di “accelerazione del tempo storico”. In questo senso, la volontà di inglobare le varie componenti della società in un “patto di solidarietà nazionale” dovette confrontarsi con i mutamenti in corso che portarono al progressivo sfaldamento delle istituzioni tradizionali e al fallimento dello Stato liberale.

Scritto da
Christopher Calefati

Christopher Calefati è dottorando di ricerca in Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Pavia, in cotutela con il Centre De Recherche en Histoire Européenne Comparée dell’Université Paris-Est. Si occupa di violenza politica, cultura visuale e dissenso alternativo nel Mezzogiorno d’Italia tra 1848 e seconda Restaurazione. Inoltre, ha studiato il fenomeno degli usi e abusi della storia nei circuiti crossmediali di massa, con particolare riferimento al neoborbonismo. Tra le ultime pubblicazioni ci sono: C. Calefati, La lingua affilata. Repertori di ingiuria politica e il caso delle Puglie del 1848-49, in «Rassegna Storica del Risorgimento», 1-2, 2019, pp. 75-90; C. Calefati, A. Fiorio, F. Palmieri, Storia e fake news: il caso del neoborbonismo, in «Ricerche di Storia Politica», 1, 2020, pp. 59-70; C. Calefati, A. Fiorio, F. Palmieri, Brigantiland. Social media, circuiti commerciali, intrattenimento, in «Meridiana», n. 99, 2021.

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