Giorgio La Pira fra politica e fede

Giorgio La Pira

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Il comunista bianco: La Pira sindaco di Firenze

Alle elezioni amministrative per Firenze del 10 e 11 giugno del 1951 La Pira venne presentato come capolista DC, nonostante egli stesso nutrisse non poche perplessità a riguardo. L’accettazione della candidatura, fortemente voluta dalle autorità religiose fiorentine, era motivata dalla volontà di dare risposta alle questioni sociali emerse nel dopoguerra e concretizzare le istanze programmatiche del cattolicesimo sociale, che trovavano nel Codice di Camaldoli del 1943 la più completa espressione.

Quest’ultimo fu il risultato di un incontro tenutosi tra il 18 e il 24 luglio 1943 a Camaldoli (Arezzo) a cui partecipò lo stesso La Pira. Il documento prospettava in sette titoli[4] un nuovo ordinamento sociale basato sulla lezione della dottrina sociale cattolica e in particolare su due principi guida reciprocamente dipendenti, il “bene comune” e “l’armonia sociale”. Il bene comune, inteso come l’insieme di condizioni necessarie ai cittadini per valorizzare e sviluppare la propria vita materiale e spirituale, trovava un presupposto necessario nell’azione di due fattori, la proprietà privata e la giustizia sociale, che insieme garantivano l’armonia delle componenti essenziali della società.

Il codice, specialmente nella parte dedicata alla vita economica dello Stato, recepiva altri due elementi della dottrina sociale della Chiesa: la centralità dell’individuo e l’aspetto solidaristico e caritatevole. La dignità del singolo all’interno di un sistema economico che ne garantisse la libera iniziativa, si legava al rispetto dell’eguaglianza tra i consociati, da attuarsi attraverso un’azione redistributiva dello Stato in termini di giustizia e accesso ai beni materiali e al lavoro. Le istanze presenti nel documento imponevano l’assistenza ai bisognosi non solo attraverso l’azione statale e di istituzioni di carità private, ma anche tramite la limitazione della proprietà di beni non necessari, a cui si collegava l’esigenza di impedire concentramenti di ricchezza nelle mani di pochi.

La Pira Camaldoli

La Pira a Camaldoli

La Pira venne eletto sindaco di Firenze il 6 luglio 1951, subentrando alla giunta comunista guidata da Mario Fabiani. Il primo banco di prova della nuova amministrazione fu la crisi degli alloggi, dovuta alle distruzioni del dopoguerra e aggravata dall’arrivo di centinaia di sfollati provenienti dalla zona del Polesine (Ferrara), devastata da una terribile alluvione nel Novembre di quell’anno. Di fronte all’indisponibilità dei proprietari ad interrompere gli sfratti e ad affittare immobili inutilizzati, La Pira si servì di una legge del 1865 mai abrogata, che dava facoltà al sindaco di requisire alloggi sulla base di gravi motivi sanitari e d’ordine pubblico. La Pira affrontò nel corso del suo mandato la questione abitativa in maniera organica, disponendo la costruzione di moltissime case popolari e soprattutto la creazione del quartiere-satellite dell’Isolotto, che nella sua visione doveva rappresentare la concreta applicazione della Costituzione e dei principi di solidarietà contenuti nel documento di Camaldoli.

L’azione di La Pira incise profondamente sulla fisionomia di Firenze. Sotto la sua prima amministrazione (1951-1956) fu promossa la ricostruzione dei ponti Alle Grazie, Santa Trinità e Vespucci, la riedificazione del teatro comunale e del mercato ortofrutticolo, la realizzazione della centrale del latte. La città venne inoltre dotata di 17 nuovi edifici scolastici, ammodernata negli apparati idrici, dei servizi tranviari e di nettezza urbana, mentre il centro storico venne ripavimentato e le strade riparate dalle distruzioni della guerra.

L’azione di La Pira si configurò come la più genuina applicazione delle istanze sociali proprie del cattolicesimo riformista. Il suo attivismo fu però spesso al centro di agguerrite polemiche sia da parte della fazione moderata democristiana e della destra economica, ostili alle sue tendenze filopopolari e centralistiche, sia da parte delle forze di sinistra, che probabilmente individuavano nelle proposte di quel “comunistello di sagrestia”[5] una sorta di furto ideologico.

Uno degli eventi più significativi del mandato di La Pira fu quello che riguardò le Officine Meccaniche del Pignone nel settembre 1953. Queste erano dal 1946 di proprietà della Snia Viscosa, impresa leader nella produzione di fibre sintetiche, che dopo gli anni della guerra le aveva convertite alla produzione tessile. A causa della concorrenza internazionale le Officine non decollarono mai, e nel 1953 ne fu prospettata la chiusura e il licenziamento dei 2000 operai. L’amministrazione comunale e gran parte della chiesa fiorentina si mobilitarono a favore dell’occupazione della fabbrica da parte degli operai. La Pira stesso raggiunse la fabbrica occupata per assistere gli operai durante la messa, suscitando un enorme scandalo nel mondo cattolico.

L’episodio del Pignone si trasformò ben presto in una contrapposizione frontale tra due fazioni ideologicamente connotate: da un lato la destra economica liberista, rappresentata dal presidente del consiglio Giuseppe Pella e dal presidente della Snia Franco Marinotti, dall’altro la sinistra dossettiana e neokeynesiana, incarnata dal ministro degli interni Amintore Fanfani e appunto da Giorgio La Pira. L’aspetto politico dello scontro fu evidente quando La Pira ottenne da Fanfani il ritiro del passaporto di Marinotti, che aveva rifiutato i colloqui con La Pira e i sindacati con la scusa di impegni all’estero. La questione venne finalmente risolta nel Novembre di quell’anno, quando il presidente dell’Eni Enrico Mattei si dichiarò disposto ad acquisire il Pignone. Nel gennaio 1954 quest’ultimo fu rilevato dall’Eni e rinominato Nuovo Pignone, la cui direzione era affidata alla controllata Agip, orientando la produzione verso macchinari e apparecchiature per l’industria petrolchimica e del gas naturale.

La Pira Mattei

La Pira con Enrico Mattei

La Pira fu ricandidato alle amministrative di Firenze del 27-28 maggio 1956 come capolista DC. Nonostante il successo della lista democristiana, che vide anche un incremento delle preferenze per La Pira (da 19.192 preferenze del 1951 a 33.907), la nuova amministrazione faticò ad avviare i lavori. Questo perché la nuova legge elettorale prevedeva una logica strettamente proporzionale[6], resa controproducente dall’impossibilità di un’apertura ai socialisti da parte della maggioranza democristiana. La Pira venne comunque eletto sindaco il 3 agosto alla guida di una difficile coalizione comunale. I nodi vennero al pettine il 17 giugno 1957 quando, verificata l’impossibilità di ottenere una maggioranza per votare il bilancio comunale, La Pira fu costretto a dare le proprie dimissioni.

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[4] 1) Lo Stato; 2) La Famiglia; 3) L’educazione; 4) Il Lavoro; 5) Destinazione e proprietà dei beni materiali. Produzione e scambio; 6) L’attività economica pubblica; 7) La vita internazionale

[5] L’epiteto, benché largamente utilizzato dalle forze d’opposizione, nacque negli ambienti vaticani negli anni Cinquanta, e poi riferito anche ad altre personalità politiche del cattolicesimo sociale.

[6] Le legge elettorale maggioritaria per le amministrative introdotta nel 1950 con il governo De Gasperi (e operativa dalle elezioni del 1951), prevedeva un premio di maggioranza per favorire la stabilità nei consigli comunali e consolidare il potere dei partiti moderati. Questo sistema fu sostituito da una nuova legge elettorale del 1956 che introduceva lo scrutinio di lista con rappresentanza proporzionale. In entrambi i casi il sindaco e la giunta comunale erano eletti dal consiglio comunale.


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Nato nel 1996. Laureato in Storia delle Istituzioni Politiche all’Università di Bologna. Si occupa prevalentemente del Novecento, con una particolare attenzione per la seconda metà del secolo e per la teoria e prassi dei principali partiti europei.

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