Giorgio La Pira fra politica e fede
- 04 Novembre 2018

Giorgio La Pira fra politica e fede

Scritto da Michelangelo Morelli

12 minuti di lettura

«Il pane, e quindi il lavoro, è sacro; la casa è sacra, non si tocca impunemente né l’uno né l’altro: questo non è marxismo, è Vangelo». La frase, contenuta in un telegramma inviato nel 1958 al Cardinale Elia Della Costa, riassume i capisaldi del pensiero di Giorgio La Pira: un’interpretazione del Cristianesimo che presentava importanti ricadute politiche.

Giorgio La Pira nacque il 9 gennaio 1904 a Pozzallo in provincia di Ragusa, secondogenito di una famiglia di umili origini sociali. Nel 1914 si trasferì a Messina dallo zio Luigi Occhipinti, titolare di un’azienda commerciale, dove La Pira lavorò dopo aver ottenuto nel 1921 il diploma di ragioniere e perito commerciale presso l’Istituto Commerciale “A. M. Jaci”. Nel 1922, dopo aver preparato in un solo anno l’esame di maturità classica (grazie all’aiuto del Professor Federico Rampolla del Tindaro), ottenne il diploma liceale a Palermo.

Durante la frequentazione di casa Rampolla egli conobbe il fratello sacerdote Don Mariano Rampolla, figura essenziale nel percorso di riscoperta della fede e della tradizione cristiana. Nel soggiorno a Messina La Pira frequentò i circoli futuristi, rimanendo affascinato dagli ideali di cambiamento veicolati da letterati come D’Annunzio e Marinetti; in quegli anni conobbe Salvatore Pugliatti, futuro rettore dell’ateneo messinese, e Salvatore Quasimodo, con cui fonderà il Nuovo Giornale Letterario nel 1917.

Dopo la maturità La Pira si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Messina, dove legò profondamente con il professor Emilio Betti. La Pira frequentò la facoltà per tre anni accademici fino al 1925, quando il professor Betti, trasferitosi a Firenze, lo invitò a raggiungerlo. In quell’anno La Pira venne consacrato terziario domenicano a Messina, assumendo il nome di Fra Raimondo, divenendo successivamente anche terziario francescano. La consacrazione fu il risultato di un percorso spirituale iniziato nella Pasqua 1924[1], indicato da La Pira stesso come l’inizio della sua conversione alla fede cattolica.

Raggiunto nel 1925 il professor Betti a Firenze qui La Pira frequentò l’ultimo anno accademico, ospitato in quanto terziario presso il convento Domenicano di San Marco. Il 30 Luglio del 1926 si laureò a pieni voti con una tesi intitolata La successione ereditaria intestata e contro il testamento nel Diritto Romano, pubblicata poi nel 1930. Lo stesso La Pira, su proposta di Betti, fu nominato dall’Università di Firenze assistente di diritto romano per l’anno accademico 1926-27, ottenendone nel 1930 la libera docenza; nel 1934, a soli 29 anni, gli fu affidata la cattedra da ordinario nell’ateneo fiorentino.

Negli anni Trenta il percorso accademico di La Pira fu affiancato dal dispiegarsi della vocazione religiosa. Già nel 1927 aveva rinnovato l’impegno religioso vestendo i panni di terziario domenicano nella chiesa di San Marco a Firenze, entrando l’anno seguente nel Movimento Spirituale del Terz’Ordine Francescano, dove pronunciò i voti d’obbedienza, povertà e castità. Nel 1934 fondò prima a San Procolo e poi alla Badia fiorentina la “Messa del povero”, finalizzata all’assistenza materiale e spirituale dei poveri. Nel 1936 entrò nella comunità domenicana di San Marco, dove ebbe modo di formare il proprio pensiero cristiano attraverso lo studio delle opere di San Tommaso.

Durante la seconda metà degli anni Trenta La Pira si avvicinò al mondo della politica, anche grazie all’amicizia con Don Raffaele Bensi, sacerdote fiorentino legato alla Gioventù di Azione Cattolica e noto per i suoi orientamenti antifascisti. La presa di posizione contro il regime trovò una prima e importante espressione nella fondazione nel 1939 della rivista in lingua latina Principi. Le citazioni di brani dei padri e dei dottori della chiesa contenute nella rivista miravano a denunciare, senza incorrere nella censura, le brutalità della politica fascista e nazista. La condanna del razzismo si accompagnava alla riaffermazione dell’eguaglianza, della dignità umana e di un ideale etico-sociale cristiano, i cui principi erano riproposti per il tramite della Chiesa in un’ottica rigorosamente gerarchica e societaria.

La rivista, soppressa dal regime nel 1940, venne sostituita nel 1943 dal foglio clandestino “San Marco”, la cui pubblicazione fu presto interrotta a causa dell’avversione fascista. Il 29 settembre di quell’anno La Pira fu costretto a fuggire dal convento dopo una retata nazifascista, rifugiandosi prima a Fonterutoli (Siena) presso la famiglia Mazzei, e poi in un sobborgo vicino, Tregole, dove contrasse una forte bronchite a causa dell’umidità e del freddo. A Novembre venne spiccato un mandato di cattura nei suoi confronti, e l’8 dicembre La Pira fu costretto a lasciare Fonterutoli per Roma, dove ottenne dal Vaticano una tessera di riconoscimento come collaboratore dell’Osservatore Romano.

La Liberazione aprì la fase più politica della vita di La Pira. Nel 1946 venne eletto deputato all’Assemblea Costituente nella lista della Democrazia Cristiana. Legato alla corrente sociale democristiana dei “professorini”, di cui facevano parte Giuseppe Dossetti e Amintore Fanfani, La Pira fu membro della commissione dei settantacinque, incaricata di redigere il testo costituzionale, e della prima sottocommissione, deputata alla stesura dei principi fondamentali. Il suo contributo principale fu l’articolo 2 della Costituzione[2], in cui la centralità dell’individuo tipica della tradizione cristiana veniva riaffermata, ponendo un equilibrio fra il “singolo” e le “formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” da un lato e fra i “diritti inviolabili” e i “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” dall’altro. Decisivo fu il suo apporto anche nello storico compromesso con Togliatti sull’accettazione dell’articolo 7[3].

La Pira con Aldo Moro

La Pira e Aldo Moro

Nell’aprile 1948 fu rieletto deputato per il collegio Firenze-Pistoia e nominato Sottosegretario al Lavoro e alla Previdenza Sociale nel governo De Gasperi V, impegnandosi in questo periodo al fianco dei lavoratori nelle numerose vertenze sindacali del dopoguerra. Si dimise nel 1950 insieme agli altri membri della corrente dossettiana per dissensi su alcuni aspetti della politica sociale ed economica del governo.

 

Il comunista bianco: La Pira sindaco di Firenze

Alle elezioni amministrative per Firenze del 10 e 11 giugno del 1951 La Pira venne presentato come capolista DC, nonostante egli stesso nutrisse non poche perplessità a riguardo. L’accettazione della candidatura, fortemente voluta dalle autorità religiose fiorentine, era motivata dalla volontà di dare risposta alle questioni sociali emerse nel dopoguerra e concretizzare le istanze programmatiche del cattolicesimo sociale, che trovavano nel Codice di Camaldoli del 1943 la più completa espressione.

Quest’ultimo fu il risultato di un incontro tenutosi tra il 18 e il 24 luglio 1943 a Camaldoli (Arezzo) a cui partecipò lo stesso La Pira. Il documento prospettava in sette titoli[4] un nuovo ordinamento sociale basato sulla lezione della dottrina sociale cattolica e in particolare su due principi guida reciprocamente dipendenti, il “bene comune” e “l’armonia sociale”. Il bene comune, inteso come l’insieme di condizioni necessarie ai cittadini per valorizzare e sviluppare la propria vita materiale e spirituale, trovava un presupposto necessario nell’azione di due fattori, la proprietà privata e la giustizia sociale, che insieme garantivano l’armonia delle componenti essenziali della società.

Il codice, specialmente nella parte dedicata alla vita economica dello Stato, recepiva altri due elementi della dottrina sociale della Chiesa: la centralità dell’individuo e l’aspetto solidaristico e caritatevole. La dignità del singolo all’interno di un sistema economico che ne garantisse la libera iniziativa, si legava al rispetto dell’eguaglianza tra i consociati, da attuarsi attraverso un’azione redistributiva dello Stato in termini di giustizia e accesso ai beni materiali e al lavoro. Le istanze presenti nel documento imponevano l’assistenza ai bisognosi non solo attraverso l’azione statale e di istituzioni di carità private, ma anche tramite la limitazione della proprietà di beni non necessari, a cui si collegava l’esigenza di impedire concentramenti di ricchezza nelle mani di pochi.

La Pira Camaldoli

La Pira a Camaldoli

La Pira venne eletto sindaco di Firenze il 6 luglio 1951, subentrando alla giunta comunista guidata da Mario Fabiani. Il primo banco di prova della nuova amministrazione fu la crisi degli alloggi, dovuta alle distruzioni del dopoguerra e aggravata dall’arrivo di centinaia di sfollati provenienti dalla zona del Polesine (Ferrara), devastata da una terribile alluvione nel Novembre di quell’anno. Di fronte all’indisponibilità dei proprietari ad interrompere gli sfratti e ad affittare immobili inutilizzati, La Pira si servì di una legge del 1865 mai abrogata, che dava facoltà al sindaco di requisire alloggi sulla base di gravi motivi sanitari e d’ordine pubblico. La Pira affrontò nel corso del suo mandato la questione abitativa in maniera organica, disponendo la costruzione di moltissime case popolari e soprattutto la creazione del quartiere-satellite dell’Isolotto, che nella sua visione doveva rappresentare la concreta applicazione della Costituzione e dei principi di solidarietà contenuti nel documento di Camaldoli.

L’azione di La Pira incise profondamente sulla fisionomia di Firenze. Sotto la sua prima amministrazione (1951-1956) fu promossa la ricostruzione dei ponti Alle Grazie, Santa Trinità e Vespucci, la riedificazione del teatro comunale e del mercato ortofrutticolo, la realizzazione della centrale del latte. La città venne inoltre dotata di 17 nuovi edifici scolastici, ammodernata negli apparati idrici, dei servizi tranviari e di nettezza urbana, mentre il centro storico venne ripavimentato e le strade riparate dalle distruzioni della guerra.

L’azione di La Pira si configurò come la più genuina applicazione delle istanze sociali proprie del cattolicesimo riformista. Il suo attivismo fu però spesso al centro di agguerrite polemiche sia da parte della fazione moderata democristiana e della destra economica, ostili alle sue tendenze filopopolari e centralistiche, sia da parte delle forze di sinistra, che probabilmente individuavano nelle proposte di quel “comunistello di sagrestia”[5] una sorta di furto ideologico.

Uno degli eventi più significativi del mandato di La Pira fu quello che riguardò le Officine Meccaniche del Pignone nel settembre 1953. Queste erano dal 1946 di proprietà della Snia Viscosa, impresa leader nella produzione di fibre sintetiche, che dopo gli anni della guerra le aveva convertite alla produzione tessile. A causa della concorrenza internazionale le Officine non decollarono mai, e nel 1953 ne fu prospettata la chiusura e il licenziamento dei 2000 operai. L’amministrazione comunale e gran parte della chiesa fiorentina si mobilitarono a favore dell’occupazione della fabbrica da parte degli operai. La Pira stesso raggiunse la fabbrica occupata per assistere gli operai durante la messa, suscitando un enorme scandalo nel mondo cattolico.

L’episodio del Pignone si trasformò ben presto in una contrapposizione frontale tra due fazioni ideologicamente connotate: da un lato la destra economica liberista, rappresentata dal presidente del consiglio Giuseppe Pella e dal presidente della Snia Franco Marinotti, dall’altro la sinistra dossettiana e neokeynesiana, incarnata dal ministro degli interni Amintore Fanfani e appunto da Giorgio La Pira. L’aspetto politico dello scontro fu evidente quando La Pira ottenne da Fanfani il ritiro del passaporto di Marinotti, che aveva rifiutato i colloqui con La Pira e i sindacati con la scusa di impegni all’estero. La questione venne finalmente risolta nel Novembre di quell’anno, quando il presidente dell’Eni Enrico Mattei si dichiarò disposto ad acquisire il Pignone. Nel gennaio 1954 quest’ultimo fu rilevato dall’Eni e rinominato Nuovo Pignone, la cui direzione era affidata alla controllata Agip, orientando la produzione verso macchinari e apparecchiature per l’industria petrolchimica e del gas naturale.

La Pira Mattei

La Pira con Enrico Mattei

La Pira fu ricandidato alle amministrative di Firenze del 27-28 maggio 1956 come capolista DC. Nonostante il successo della lista democristiana, che vide anche un incremento delle preferenze per La Pira (da 19.192 preferenze del 1951 a 33.907), la nuova amministrazione faticò ad avviare i lavori. Questo perché la nuova legge elettorale prevedeva una logica strettamente proporzionale[6], resa controproducente dall’impossibilità di un’apertura ai socialisti da parte della maggioranza democristiana. La Pira venne comunque eletto sindaco il 3 agosto alla guida di una difficile coalizione comunale. I nodi vennero al pettine il 17 giugno 1957 quando, verificata l’impossibilità di ottenere una maggioranza per votare il bilancio comunale, La Pira fu costretto a dare le proprie dimissioni.

L’impegno per la pace tra i popoli

L’impegno municipale di Giorgio La Pira non si esaurì nella dimensione locale e nazionale, ma vide anzi nello scenario internazionale il suo principale campo d’azione. Attraverso un’interpretazione estensiva e universale del proprio mandato, La Pira si fece promotore di un’opera d’intermediazione tra i vari soggetti internazionali al fine di promuovere un reciproco impegno al raggiungimento della pace mondiale.

Nel 1952 La Pira ospitò a Firenze il Primo Convegno Internazionale per la Pace e la Civiltà Cristiana, seguito da incontri annuali fino al 1956. Nell’ottobre del 1955 si tenne il Convegno dei Sindaci delle Capitali del Mondo, finalizzato a promuovere un impegno a favore della pace e contro la guerra nucleare. L’evento, unico nel suo genere in Occidente, suscitò ammirazione e polemiche, e vide addirittura il sindaco di Mosca partecipare alla solenne messa tenutasi nella Basilica francescana di Santa Croce. Durante l’amministrazione La Pira Firenze si gemellò con molte città significative, come Reims, Filadelfia e Kiev, allo scopo di elevare Firenze a crocevia internazionale di un sistema di ponti volti a promuovere l’unità dei popoli.

La Pira

L’impegno internazionale di La Pira

L’impegno internazionale di La Pira e il suo profondo legame con Firenze non vennero meno neanche quando questi venne eletto alla Camera dei Deputati nel 1958. Nell’ottobre di quell’anno partecipò ai Colloqui per il Mediterraneo, primo di quattro incontri tenutisi a Firenze tra 1958 e 1964, a cui parteciparono, a titolo personale o istituzionale, anche rappresentanti arabi e israeliani. Lo scopo era di creare un’area di pace tra tutte le nazioni mediterranee, promuovendo l’unione tra le tre grandi famiglie abramitiche: ebrei, cristiani e musulmani.

La Pira non si limitò ad accogliere a Firenze i vari colloqui e le tavole rotonde sul tema della pace, ma lo promosse anche attraverso vari viaggi all’estero. Nel 1957, al fine di favorire i colloqui mediterranei a Firenze, intraprese una serie di viaggi in Israele, Giordania ed Egitto, visitando le principali città del Nordafrica tra cui Rabat, Tunisi e Beirut. Suscitò grande scandalo il viaggio a Mosca nel 1959 (con il benestare papale ma non della Farnesina), dove tenne un accorato discorso davanti al Soviet Supremo in difesa della distensione e del disarmo.

Nominato capolista della DC alle amministrative nel 1961, La Pira venne rieletto sindaco di Firenze nel marzo di quell’anno a capo di una delle prime coalizioni di centrosinistra. In questi anni vengono realizzate grandi opere pubbliche, tra cui la sistemazione di molte strade private, 17 nuove scuole e alloggi per i senza tetto, mentre viene varato un nuovo piano regolatore che salverà Firenze dalle successive speculazioni edilizie.

Gli anni del terzo mandato di La Pira furono quelli del pontificato di Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II, in cui affiorarono nuove prospettive in materia di libertà religiosa e di coscienza. Su quest’ultima in particolare prese avvio un dibattito, legato al processo del 1962 a Firenze contro il primo obiettore cattolico Giuseppe Gozzini, a cui La Pira prese parte tramite la proiezione in forma privata (ma davanti ad un nutrito pubblico) del film Non uccidere di Claude Autant Lara, di cui era stata proibita la proiezione e in cui si affrontava appunto la questione. In seguito La Pira si impegnò attivamente nella battaglia contro l’aborto e per il sì al relativo referendum del 1974, sottolineando l’importanza degli aspetti non tanto religiosi quanto sociali della questione, in particolare riguardo alla condizione delle donne[7].

Nel marzo 1965 La Pira lasciò definitivamente l’incarico di sindaco, senza che questo gli impedisse di farsi promotore di una risoluzione politica della guerra in Vietnam. Dopo un incontro al Forte di Belvedere (Firenze) tra le delegazioni di vari stati e di organismi internazionali, conclusosi con un appello inviato alle parti coinvolte nelle conflitto, La Pira nell’ottobre 1965 partì per il Vietnam, attraversando Varsavia, Mosca e Pechino. L’incontro con Ho Chi Minh, avvenuto l’11 novembre, si rivelò fruttuoso, e una proposta di pace venne consegnata da La Pira la suo ritorno a Fanfani, allora presidente dell’Assemblea Generale dell’ONU. L’iniziativa di pace si rivelò però un fallimento: l’amministrazione Johnson, favorevole a un intervento più deciso, decise di far trapelare la notizia tramite un piccolo quotidiano di San Louis, suscitando l’irritazione dei nordvietnamiti che fecero saltare l’accordo. La conclusione del conflitto tra USA e Vietnam del Nord, siglata a Parigi nel 1973 (a cui partecipò anche La Pira), fu raggiunta alle stesse condizioni offerte dalla missione di otto anni prima.

L’impegno politico di La Pira si trasferì dalle stanze di Palazzo Vecchio alle istituzioni internazionali, in particolare nella Federazione Mondiale delle Città Unite, organizzazione riconosciuta dall’ONU, di cui divenne presidente nel 1967. Grazie all’instancabile attività di La Pira la FMCU divenne uno degli assi portanti del processo di distensione globale: al ruolo di tribune internazionali della pace delle città che ne facevano parte svolgeva un importante compito di promozione anche la struttura cooperativa dei gemellaggi tra di esse. L’impegno di La Pira tocco anche il Medioriente, specialmente dopo la guerra dei sei giorni del 1967 quando si recò in Egitto, a Gerusalemme e a Hebron. Nel periodo di permanenza intrattenne lunghi colloqui con il ministro degli esteri israeliani Abba Eban, con il presidente egiziano Nasser e con i sindaci di Hebron e Betlemme.

Negli ultimi anni La Pira sostenne il segretario nazionale DC Benigno Zaccagnini, accettando nel 1976 la proposta di quest’ultimo di candidarsi come capolista del partito a Firenze per le elezioni politiche, nonostante i gravi problemi di salute. La morte arrivò il sabato 5 novembre 1977, nella Clinica delle Suore Inglesi in Via Cherubini a Firenze. La Badia Fiorentina e la Chiesa di San Marco, dove fu esposta la sua salma il 6 e il 7 novembre, furono visitate in quei giorni da una processione interminabile di persone, accorse da tutta Italia per omaggiare quello che veniva definito “il sindaco santo”.

La prassi politica di La Pira è profondamente connessa al contesto in cui essa si svolge, ovvero lo scenario internazionale degli anni Cinquanta e Sessanta, diviso in fazioni ideologicamente connotate e contrapposte. Il richiamo alla pace fra i popoli non è però il semplice frutto di una riflessione “agnostica” sugli sviluppi potenzialmente apocalittici di questa contrapposizione (la reciproca distruzione nucleare), ma si lega ad una riflessione sul messaggio evangelico e sulla meta ultima del percorso storico in esso indicato. L’azione sociale di La Pira mira a inserirsi nel percorso di progressiva realizzazione del corpo mistico della Chiesa nella società umana (che è per l’appunto la meta ultima), esemplificata dalla figura di Gesù Cristo, supremo riconciliatore tra l’Uomo e Dio: «Da ciò l’inevitabilità del disarmo e, perciò, del mutamento delle armi in piani economici (armi mutate in aratri, come dice Isaia!). Perciò, l’inevitabilità, ormai, dell’unità a tutti i livelli, degli Stati, delle nazioni e dei popoli di tutto il mondo!»[8].


[1] Fioretta Mazzei, attivista e amica intima di La Pira, ricorda che l’incontro di quest’ultimo con la fede avvenne già prima della Pasqua 1924. A Messina La Pira, poco più che quindicenne, si recò in chiesa per consegnare delle cose per conto dello zio; giunto lì rimase incantato dalla soavità del canto di un coro di suore, intuendo in quella melodia l’esistenza di una dimensione ulteriore.

[2] «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

[3] Si tratta dell’articolo sul rapporto Stato-Chiesa, che recita «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale».

[4] 1) Lo Stato; 2) La Famiglia; 3) L’educazione; 4) Il Lavoro; 5) Destinazione e proprietà dei beni materiali. Produzione e scambio; 6) L’attività economica pubblica; 7) La vita internazionale

[5] L’epiteto, benché largamente utilizzato dalle forze d’opposizione, nacque negli ambienti vaticani negli anni Cinquanta, e poi riferito anche ad altre personalità politiche del cattolicesimo sociale.

[6] Le legge elettorale maggioritaria per le amministrative introdotta nel 1950 con il governo De Gasperi (e operativa dalle elezioni del 1951), prevedeva un premio di maggioranza per favorire la stabilità nei consigli comunali e consolidare il potere dei partiti moderati. Questo sistema fu sostituito da una nuova legge elettorale del 1956 che introduceva lo scrutinio di lista con rappresentanza proporzionale. In entrambi i casi il sindaco e la giunta comunale erano eletti dal consiglio comunale.

[7] «L’aborto non è un atto liberante della donna: anzi, la costituisce per sempre, in un certo senso, in una schiavitù interiore: nessun “intervento umano” può liberarla.»

[8] G. La Pira, Il Sentiero di Isaia – Scritti e discorsi: 1965-1977, p. 329.

Scritto da
Michelangelo Morelli

Nato nel 1996. Laureato in Storia delle Istituzioni Politiche all’Università di Bologna. Si occupa prevalentemente del Novecento, con una particolare attenzione per la seconda metà del secolo e per la teoria e prassi dei principali partiti europei.

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