“Capitale, egemonia, sistema. Studio su Giovanni Arrighi” di Giulio Azzolini

Giovanni Arrighi - Azzolini

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Un sistema di crisi

Nel libro viene dedicato uno spazio importante al rapporto di Arrighi con gli anni Settanta italiani, e quindi alla sua dimensione di militante politico. Azzolini però, fedele al suo intento di parlare “teoricamente” di Arrighi, legge le posizioni del pensatore italiano come legate alle sue idee riguardo al sistema capitalistico. La differenza tra il “Gruppo Gramsci”, appartenente alla sinistra parlamentare e nonostante questo ispirato dall’autore dei Quaderni del carcere, e le altre posizioni presenti sul campo sta proprio nel diverso modo di intendere la crisi capitalistica all’altezza degli anni Settanta. Azzolini identifica quattro posizioni contro le quali Arrighi e il Gruppo Gramsci decisero di prendere posizione. Le prime due in realtà sono riconducibili a una sola: quella del Sole 24 Ore, o della “destra economica” e quella di Potere Operaio, che identificavano, con una valutazione ovviamente differente, la causa della crisi con la conflittualità operaia. La terza era quella della “sinistra del blocco dominante” (quella dell’Espresso di Eugenio Scalfari) che identificava la causa della crisi non nella conflittualità in sé, quanto nella prosecuzione di tale conflittualità dopo l’ottenimento dell’aumento salariale. Da ultima, la posizione del PCI di Berlinguer, che leggeva la crisi come causata dall’assommarsi di un nuovo parassitismo monopolistico e finanziario al vecchio parassitismo della rendita.

Secondo Arrighi tutte queste posizioni condividono un errore di fondo. Esse leggono la crisi come dovuta ad “errori” tutto sommato accidentali; la vedono come una specie di escrescenza, come qualcosa di evitabile e non di legato con il meccanismo di fondo dell’accumulazione capitalistica. Ciò che Arrighi fa invece valere già in queste analisi negli anni Settanta è precisamente l’idea che il capitalismo si struttura su una tendenza alla crisi. Esso non è pensabile senza il continuo ritorno della crisi. Tutte le analisi “operaiste” sono per Arrighi insufficienti nella misura in cui, leggendo tutta la catena dei nessi causali legata alla crisi come determinata dallo scontro tra capitale e lavoro, sottovaluta “il nesso, altrettanto fondamentale nella genesi delle crisi capitalistiche, fra le rivoluzioni tecnologiche e la crescita delle pressioni competitive”. In questo senso, naturalmente, risulterà evidente come per Arrighi non si dia mai una “crisi generale” come invece veniva letta da altri la crisi degli anni Settanta. Ogni crisi è solo una riconfigurazione del sistema capitalistico, necessaria al suo stesso sviluppo, per rilanciare i cicli di accumulazione ad un livello più alto. In altre parole, dice Azzolini, “se la crisi non è più generale, vuol dire che non è nemmeno definitiva, che non è la crisi del capitalismo, ma una crisi nel capitalismo”. Risulterà chiaro, ai conoscitori dei libri dell’Arrighi più maturo come Il lungo XX secolo Adam Smith a Pechino, come queste idee, sebbene rimodulate, non saranno nella loro sostanza mai più abbandonate dal pensatore italiano.

A che livello vanno lette queste crisi? Come si costituiscono storicamente? Cosa gli dona la potenza che conosciamo, perché esse si collocano sempre, per ribaltare il famoso modo di dire, contro, ma dentro il capitale? In che senso il capitale usa la crisi? Come pensare questo negativo apparente, che però costituisce in effetti il sistema capitalistico? Sono queste le domande che animeranno il pensatore italiano dagli anni Settanta fino ai primi anni Duemila, quando pubblicherà il suo capolavoro, Il lungo XX secolo. Nel corso di questo cammino egli incontrerà Braudel e Wallerstein, con cui condividerà elementi e da cui lo divideranno altri. L’elaborazione arrighiana, ci dice Azzolini, è sempre originale, non tanto nel senso che essa si collochi su un terreno radicalmente nuovo, quanto nel senso che essa incroci più influenze e le faccia giocare insieme, per pensare diversamente quel sistema-mondo capitalistico che era, si può dire, la sua ossessione. L’analisi che Azzolini fa delle divergenze a proposito del pensiero del “sistema-mondo” è ammirevole per profondità teorica e capacità di lettura, un’analisi davvero preziosa che va analizzata più a fondo. Molto nota è la posizione, che egli mutua da Braudel, secondo cui il capitalismo non consiste nel sistema di mercato, ma nella costruzione di monopoli, che intaccano un sistema perfettamente concorrenziale; tale costruzione avviene sistematicamente mediante il potere statuale, che è dunque centrale nella costruzione di sistemi-mondo, che egli chiama appunto egemonie, in quanto costruzioni definite intorno all’egemonia di uno Stato-nazione che ha una vocazione imperiale nei confronti del sistema mondo determinato. Anche su questo rimandiamo alle recensioni ai testi di Arrighi.

Arrighi e Wallerstein condividono l’idea che il sistema mondo sia ormai globale e che esso sia un portato della modernità. Esso è storico, ed è la dimensione su cui oggi vive il capitalismo. Essi però divergono fortemente nel pensare l’esteriorità di questo sistema. È il problema filosofico del “Fuori”: cosa si dà al di là di un sistema, e come vive questo sistema nei confronti di ciò che lo circonda? Vi è qualcosa che lo circonda? Per Azzolini, la risposta che darebbe Wallerstein sarebbe negativa. Il sistema mondo è un sistema che è un mondo, e solo lo sguardo che parte da tale totalità ne può dare ragione. Esso è una totalità concreta. Se questo però può rendere “scientifico” il suo dire, per Azzolini questo tipo di approccio rende difficile pensare le relazioni tra il sistema e il suo ambiente (giacché questo sistema non ha ambiente, essendo l’interezza del mondo) e la storia (come si dà movimento storico in un sistema che è tutto? Cosa colpisce la stabilità di una perfetta sfera, immobile e data a sé stessa? In altre parole, dove sta il negativo?). Per Arrighi, invece, il sistema mondo non è affatto una struttura, cioè una sostanza che anima un’epoca storica, la sostiene e le dona una forza originaria; esso è invece, appunto, sistema, ciò che tiene insieme elementi fortemente diversi, esterni l’uno all’altro. Per Arrighi c’è solo Fuori, non c’è niente al di fuori di questa opposizione che un sistema storico riesce, arrabattandosi, a tenere insieme. Tutto è esterno: per questo Azzolini ci dice che per Arrighi “non appena dunque il sistema non riesce più a risolvere il suo esterno, quest’ultimo emerge nel suo carattere caotico”. Ecco la crisi, che abbiamo già da prima cercato. Sono note le difficoltà di Wallerstein nel pensare la crisi. Per Arrighi invece, ormai sarà chiaro, c’è solo crisi, nella loro alternanza rispetto ai cicli di accumulazione che creano un sistema, che però è in quanto tale sempre pervaso da linee di fuga, da un’instabilità pervasiva.

Cosa anima questi cicli di accumulazione? Essi non sono pensati solo con Marx. Arrighi riprende dai teorici del sistema mondo l’idea che la valorizzazione del capitale non nasca solo nella sfera della produzione, ma che essa scaturisca anche da quella della circolazione. Su tale idea era basata la critica alle letture della crisi come originata solo dallo scontro tra capitale e lavoro. Arrighi tende sempre a leggere quello scontro come sintomo della crisi, e non come causa. Azzolini ci dice che, sebbene Arrighi “concordi con Marx sul principium individuationis del capitalismo, egli rinviene con maggiore flessibilità le condizioni del processo di valorizzazione del capitale”.

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Nato a Faenza (RA) nel 1992, diplomato al liceo Classico Torricelli di Faenza, dottorando alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è laureato a Bologna in Scienze Filosofiche. Si occupa di filosofia francese contemporanea, in special modo del lavoro di Michel Foucault, teoria critica ed ecologia politica, nei suoi rapporti con la soggettività e la biopolitica da un punto di vista storico e filosofico.

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