“Capitale, egemonia, sistema. Studio su Giovanni Arrighi” di Giulio Azzolini
- 15 Maggio 2019

“Capitale, egemonia, sistema. Studio su Giovanni Arrighi” di Giulio Azzolini

Scritto da Paolo Missiroli

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Arrighi: movimenti egemonici e movimenti antisistemici

Una delle “croci” interpretative che circolano intorno ai testi di Arrighi è quella dei movimenti antisistemici e del loro ruolo nel processo storico all’altezza del sistema-mondo. Azzolini identifica in primo luogo l’idea arrighiana per cui “la politica è movimento”. Esistono poi due tipi di politica, due sue declinazioni principali: l’egemonia e il movimento antisistemico. Se l’egemonia è quel potere addizionale (forza + consenso) che lo Stato a guida di un ciclo di accumulazione esercita sul sistema mondo, plasmando quel meta-ordine globale che identifica ogni ciclo, i “movimenti antisistemici” è cioè il movimento operaio prima e quello del ‘68 dopo, sono quella resistenza incoercibile che inevitabilmente i sistemi mondo creano, sono quella lotta per “sovvertire il sistema interstatale” che aleggia e agisce nel corso della storia.

Azzolini, coerentemente con il suo lavoro, non commenta ulteriormente queste pagine, pur ricordando l’interesse di Arrighi per il tema dei movimenti antisistemici. A noi conviene riflettere su questa distinzione della politica. Essa appare paradossale se la si guarda con attenzione: il concetto di egemonia gramsciano, come è noto, nasce come arma teorica per il partito comunista, come mezzo per la lotta del movimento operaio. Perché Arrighi, invece, deve così scindere tra lotta antisistemica e creazione di egemonia? Questa distinzione comporta un rischio, come è evidente, ed ha un presupposto. Il presupposto è che i movimenti antisistemici non possano mai “prendere il potere”, o meglio, non questo potere, pena il loro venire meno come movimenti antisistemici, appunto. Perché non possono? Perché questo potere, quello che impera anche all’altezza della globalizzazione contemporanea, è sempre il potere di un sistema di stati. Per Arrighi non c’è ordine senza un sistema di stati organizzati intorno ad un’egemonia. Il movimento operaio, o il movimento del ‘68, non possono mai essere protagonisti di un’egemonia. Questo è il rischio: se si pensa tutto il potere dalla parte dello Stato ci si vieta di pensare il potere (e l’egemonia) della classe operaia, o di qualunque soggetto antagonista. Se il vero soggetto delle egemonie (quindi della storia) sono i “sistemi di stati” e non ciò che vi scorre in mezzo, sopra e sotto, come si può pensare che i movimenti antisistemici possano essere qualcosa di più che ribelli di un ordine che però sarà sempre fatto da altri? Sembrerebbe che questi ultimi siano condannati alla rivolta per sempre; la loro potenza è incoercibile, non verrà mai distrutta, ma allo stesso tempo non si trasformerà mai in un atto, in un equilibrio diverso. Forse è per questo che l’ultimo Arrighi si arrende a sperare nella Cina (un nuovo Stato, non in mano a nessun movimento antisistemico) per un ordine mondiale più giusto. Da questo punto di vista la critica di Toni Negri e Michael Hardt è vera quando dice che in Arrighi non ci sono mai “eventi”: il corso della storia è solo il susseguirsi di egemonie, di segno diverso, ma sempre all’interno di un “meta-ordine” che è quello dei cicli di accumulazione.

O forse, tra le righe, potremmo leggere altro: che questa distinzione tra politica come creazione di egemonia e politica come creazione di un movimento antisistemico indichi il non abbandono da parte di Arrighi dell’utopia leninista per cui si prende lo Stato solo per distruggerlo; che il potere della classe operaia per cui aveva lottato negli anni Settanta non può realizzare che un ordine radicalmente diverso da quello che il nostro storico ha studiato per tutta la vita, quello del sistema mondo. Se fosse così, però, bisognerebbe mutare il nome di questi movimenti: essi non sarebbero più definibili solo in via negativa “antisistemici”, ma in lotta per un “sistema” diverso, al di fuori dei cicli di accumulazione e quindi del sistema capitalistico.

Si tratta di problemi aperti, che non era compito di Azzolini risolvere, ma solo indicare. Per il resto, si tratta di un libro davvero da leggere, la cui complessità e i cui contenuti eccedono infinitamente questa recensione.

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Scritto da
Paolo Missiroli

Nato a Faenza (RA) nel 1992, diplomato al liceo Classico Torricelli di Faenza, dottorando alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è laureato a Bologna in Scienze Filosofiche. Si occupa di filosofia francese contemporanea, in special modo del lavoro di Michel Foucault, teoria critica ed ecologia politica, nei suoi rapporti con la soggettività e la biopolitica da un punto di vista storico e filosofico.

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