Giovanni Arrighi e la crisi dell’egemonia USA

Arrighi

Giovanni Arrighi è un pensatore che ha compiuto riflessioni di grande interesse sullo sviluppo di lungo periodo del capitalismo. Del suo libro più famoso, Il lungo XX secolo, si è già parlato in passato su questo sito in una recensione a cui rimandiamo. Le considerazioni che seguono sono riferite invece prevalentemente ad Adam Smith a Pechino, un libro scritto negli anni Duemila, tra il 2005 e il 2007, nel tentativo di attualizzare e di concretizzare, nonché di proseguire l’elaborazione svolta nella sua opera principale. Se nel Lungo XX secolo, Arrighi spiegava la dinamica del capitalismo in generale, cioè la struttura stessa e lo spazio politico-economico all’interno del quale può esserci accumulazione capitalistica, nel libro in questione invece Arrighi utilizza quegli strumenti teorici elaborati in passato per provare a comprendere la svolta a cui ritiene di assistere: la fine dell’egemonia USA e l’avvento della Cina per la guida di un nuovo ciclo di accumulazione. Naturalmente non si tratta solo di questo: molti elementi vengono aggiunti, modificati, altri piani teorici si incrociano al discorso del Lungo XX secolo. Sintetizzando si può dire che, che se Il lungo XX secolo è un libro di teoria storica sui cicli di accumulazione (e la storia dei cicli di accumulazione coincide, per Arrighi, con quella del capitalismo), Adam Smith a Pechino è un tentativo di applicazione di tale teoria alla fine di un ciclo ed all’inizio di un altro. Bisogna dire che Arrighi slega abbastanza nella sua interpretazione storica la crisi degli Stati Uniti come fulcro egemonico dell’accumulazione capitalistica e la crescita della Cina, al punto che questi due processi possono essere trattati quasi separatamente. Di conseguenza questo articolo affronterà specificamente le problematiche connesse alla fine del ciclo egemonico statunitense, mentre un contributo successivo si soffermerà sull’ascesa cinese.


La crisi USA

Cosa significa “egemonia”? Cosa significa “essere egemoni”? Ed in che senso gli Stati Uniti lo sono stati nella seconda metà del XX secolo? In questo Arrighi si conforma pienamente alla definizione del concetto data da Gramsci: l’egemonia è la capacità non solo di detenere il potere, ma di detenerlo convincendo chi è subalterno a quel potere di esercitarlo nell’interesse di tutti. Questo vale sia a livello nazionale, sia a livello mondiale, quando si tratti di un sistema-mondo. E dato che, per Arrighi, il capitalismo è un sistema mondo nel quale, affinché sia possibile l’accumulazione, ci vuole uno stato egemone (rimandiamo al commento fatto in precedenza per ogni ulteriore spiegazione), questo significa che uno stato, per essere egemone, non deve solo essere il fulcro intorno a cui ruota l’accumulazione capitalistica e quindi la crescita economica globale, ma anche quello che esercita un qualche potere politico sul globo (che cambia nella sua forma a seconda del ciclo in questione), e che può fare tutto questo solo a condizione di venire percepito come unico mezzo grazie a cui è possibile l’aumento di potenza e di ricchezza di tutti i subalterni, che collaborano ed implementano così il suo ruolo.

Esattamente in questa posizione si sono trovati gli Stati Uniti d’America a partire dal 1945. Succedendo al ciclo di accumulazione inglese, gli Usa hanno guidato un nuovo ciclo di accumulazione a partire dalla vittoria della lunga guerra interna al sistema-mondo tra il 1914 ed il 1945 (Arrighi, in accordo coi teorici del sistema mondo, considera unitariamente le due guerre mondiali come una lunga sola guerra, comprendente anche gli scontri che hanno luogo tra le due guerre). Questo ciclo ha avuto luogo grazie al Piano Marshall ed al New Deal mondiale, che hanno lanciato un grandioso ciclo di accumulazione (i cosiddetti Trenta Gloriosi) ed un momento di governo mondiale de facto incontrastato da parte degli Stati Uniti, al comando di una coalizione globale di stati e di potenze politiche generiche che riconoscevano l’egemonia degli USA, nel senso in cui l’abbiamo descritta prima (non ne riconoscevano quindi solamente il dominio, nel senso del potere militare). Naturalmente ogni ciclo di accumulazione, anche nel suo momento di massimo splendore, non è senza contraddizioni interne, tendenze problematiche ed anche crisi più o meno gravi. Arrighi sottolinea spesso come gli USA abbiano vinto pochissime delle guerre importanti che hanno combattuto dal ’45 in poi: la guerra in Corea si è risolta con un sostanziale pareggio, il cui risultato è stato però in gran parte ex post una sconfitta per gli USA in quanto ha messo in discussione sin dai primi anni Cinquanta il loro dominio assoluto del Pacifico orientale; la guerra del Vietnam è stata una sconfitta disastrosa; la guerra in Iraq, ne parleremo più a fondo più avanti, è stata ancora più significativa da questo punto di vista.

In ogni caso anche questo lungo periodo di egemonia statunitense è descritto molto meglio nel Lungo XX secolo, a cui rimandiamo ancora una volta. In Adam Smith a Pechino, Arrighi non parla del comando degli Usa, ma della fine di questo comando.

Per Arrighi, semplificando molto, il meccanismo che ha portato ad una crisi sistemica che dura ancora oggi è stato questo: gli Usa, mediante il piano Marshall ed in generale gli aiuti allo sviluppo, necessari sia allo sviluppo economico del mondo sia alla creazione di quel consenso necessario all’egemonia, hanno generato una dinamica di “sviluppo ineguale”, cioè di accrescimento a seguito della loro economia in mondializzazione delle economie dei paesi più poveri (Giappone in primo luogo, liberato, grazie alla protezione USA, del peso della spesa militare), che ha generato un periodo di enorme ricchezza ed accumulazione generalizzata. Questa dinamica ha però portato inevitabilmente ad un inasprimento della concorrenza inter-capitalistica (sia tra paesi che tra grandi aziende) nella quale gli USA, sovraccaricati anche del peso economico del mantenimento dell’egemonia globale attraverso azioni militari e dimostrazioni di forza (NASA), rischiavano di avere la peggio o comunque vedevano pesantemente intaccato il loro potere economico. Si noti che questi processi sono certamente accentuati o ridotti dall’azione politica dei governi, ma Arrighi vede comunque sempre una certa inevitabilità dello sviluppo capitalistico anche in termini di crisi. Gli USA non potevano scegliere, nel loro voler comandare il mondo da egemoni, se far partire una dinamica di sviluppo ineguale o meno. Erano costretti. L’alternativa era mantenere l’economia mondiale nella condizione post-bellica di stagnazione. Questo elemento può servirci anche oggi a capire la riluttanza nell’assunzione di una prospettiva egemonica sia all’interno di contesti continentali sia, ovviamente, nel contesto del sistema mondo. La crisi degli anni Settanta fu dovuta essenzialmente a questo meccanismo ed alla risposta americana di svalutazione del dollaro, svalutazione resa possibile con la rottura di Bretton Woods, che causò inizialmente un boom, seguito da una crisi generale dell’economia globale dovuta alla svalutazione.

Fu a tutto questo che seguì la svolta monetarista e neoliberista degli anni Ottanta con Reagan e Thatcher, che non fu altro che una risposta all’inefficacia della politica svalutativa per risollevare il mondo dalla crisi. Questa finanziarizzazione, che sembrò calmare la crisi inizialmente, è però per Arrighi solo un modo per spostare la crisi su un altro terreno, non per risolverla. Come aveva già dimostrato ne Il lungo XX secolo, è caratteristica primaria del capitalismo il ristrutturarsi intorno alla finanza nel momento in cui un ciclo di accumulazione entra nella sua fase calante. In questo senso ogni finanziarizzazione del capitalismo porta con se contraddizioni irrisolvibili se non con l’inizio di un nuovo ciclo. Questi processi di finanziarizzazione infatti spostano continuamente potere d’acquisto da investimenti in beni materiali (e forza lavoro) capaci di creare domanda, a impieghi speculativi che inaspriscono i problemi di realizzo monetario della produzione e degli investimenti; costruiscono nuove costellazioni di potere che intaccano la capacità d’agire degli Stati-nazione; creano disuguaglianze spaventose che distruggono la legittimazione egemonica di chi esercita il comando in un dato momento. In ogni ciclo di accumulazione c’è una Belle Epoque dove regna la finanza, preludio della crisi terminale. Bisogna tenere presente che Arrighi è venuto a mancare nel 2007, cioè prima dello scatenarsi della crisi finanziaria globale. Questo lo schema generale per come lo espone Arrighi:

«La formula generale del capitale di Marx (DMD’), può essere reinterpretata non solo come la rappresentazione della logica che sottende ogni investimento del singolo capitalista, ma anche come la rappresentazione di uno schema ricorrente del capitalismo mondiale. L’aspetto centrale dello schema è l’alternanza di epoche di espansione materiale (la fase DM dell’accumulazione capitalistica) e di epoche di espansione finanziaria (le fasi MD’). Durante le espansioni materiali, il capitale monetario (D) mette in movimento una massa crescente di merci (M), ivi compresa la forza-lavoro e le ricchezze naturali, mentre nelle fasi di espansione finanziaria, una massa accresciuta di capitale liquido (D’) si libera dalle pastoie della sua trasfigurazione in merce e l’accumulazione può procedere per canali puramente finanziari (come nella formula condensata di Marx DD?). Le due epoche, prese insieme, vengono a costituire quello che io chiamo un ciclo sistemico di accumulazione (DMD’)».

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Indice dell’articolo

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Nato a Faenza (RA) nel 1992, diplomato al liceo Classico Torricelli di Faenza, dottorando alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è laureato a Bologna in Scienze Filosofiche. Si occupa di filosofia francese contemporanea, in special modo del lavoro di Michel Foucault, teoria critica ed ecologia politica, nei suoi rapporti con la soggettività e la biopolitica da un punto di vista storico e filosofico.

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