Giovanni Arrighi e la crisi dell’egemonia USA
- 09 Novembre 2017

Giovanni Arrighi e la crisi dell’egemonia USA

Scritto da Paolo Missiroli

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Arrighi: una crisi di egemonia

Ci colleghiamo qui al punto di originalità della teoria di Arrighi. In effetti, finora si è trattato di ragionare sulla crisi come crisi economica, ma non come crisi di egemonia. Per Arrighi, il punto fondamentale è che questa crisi va ricollegata ad un più ampio contesto di crisi egemonica globale, che ha con la crisi economica sopra descritta nei suoi meccanismi di massima un legame importante ma anche una relativa indipendenza. Confrontandosi con un autore (Brenner) che trattava l’avvento del neoliberismo in termini puramente economici, Arrighi sostiene infatti:

«Io interpreto la crisi dei profitti come uno degli aspetti di una più ampia crisi di egemonia. […] Io vedo la finanziarizzazione del capitale, come nota dominante della risposa capitalistica alla doppia crisi dei profitti e dell’egemonia».

Questa crisi di egemonia ha a che fare naturalmente con la crisi economica che abbiamo descritto, ma anche, principalmente, con altri tre fattori: 1. Un forte movimento operaio, che imponeva l’agenda ai paesi sviluppati e spingeva ancora più avanti la competizione intercapitalistica, rendendo impossibile ai capitalisti scaricare la competizione sulle spalle dei lavoratori 2. La crescente povertà del Sud del mondo, le cui proteste e ribellioni intaccavano l’immagine degli Usa “buoni padroni” del mondo 3. La crisi causata dalla sconfitta in Vietnam sia in termini di credibilità internazionale, sia in termini di tenuta della legittimità del governo del mondo di fronte all’opinione pubblica degli USA 4. La crisi economica sopra descritta.

Il punto 2 e 3 sono fondamentali nella misura in cui ci riconducono a quella definizione di egemonia che abbiamo dato sopra: viene meno la dimensione “buona” dell’egemonia Usa, il cui potere non viene più visto come “buono per tutti” ma come fine a sé stesso. Arrighi parla così di una transizione dall’egemonia come potere del “padre” al dominio senza egemonia come “racket”.  L’egemonia degli USA, riassumendo, si fondava su tre elementi: la protezione offerta dalla NATO, il traino dell’economia mondiale, la capacità di risoluzione di problemi di ordine geopolitico (ad esempio la crisi del Canale di Suez). Dagli anni Settanta in poi diventa sempre più evidente l’insofferenza degli USA a finanziare la NATO come strumento di protezione globale; l’incapacità della economia americana di esercitare la funzione di traino globale; l’inizio di tutta una serie di problemi di ordine geopolitico che vengono creati e nemmeno, quasi mai, risolti dagli USA (esattamente all’opposto che negli anni Cinquanta e Sessanta).

Arrighi interpreta in questo contesto sia la disfatta nel Vietnam, sia la rivolta dei paesi dell’OPEC: in questi termini per Arrighi la crisi petrolifera non è da pensare, come viene spesso fatto, come il punto di partenza della crisi degli anni Settanta, ma come una conseguenza della crisi generale di egemonia. Ogni crisi economica, da questo punto di vista, è parte di una più generale crisi di egemonia, sia nel senso che la innesca, sia nel senso che ne sta all’interno. Abbiamo visto come uno dei motivi scatenanti della crisi, nel merito della dinamica dello sviluppo ineguale, era dovuto al fatto che il Giappone era del tutto esente dalle spese di “mantenimento” dell’egemonia militare nel sistema mondo, spesa di cui venivano praticamente sobbarcati gli USA. Entra quindi in crisi anche un approccio teorico che punti a distinguere anche solo metodologicamente la crisi economica da quella egemonico-politica. Non si può trattare dell’una senza trattare dell’altra; in effetti, anche quanto abbiamo detto sopra a proposito della crisi economica era dunque incompleto, cioè non era del tutto collocato all’interno di una vasta crisi di egemonia.

Un punto è particolarmente interessante da un punto di vista teorico, anche in quanto Arrighi vi dedica un capitolo intero, riguardo alla dinamica sociale della crisi degli anni Settanta. Con questo termine Arrighi intende, in pratica, il ruolo rivestito dalla lotta di classe all’interno dell’esplosione di questa crisi. Sempre confrontandosi con Brenner, che sosteneva la completa indifferenza del sistema mondiale e della crisi rispetto alle lotte operaie, Arrighi sostiene invece, come abbiamo già accennato, che la potente resistenza esercitata dalle masse popolari ai tentativi dei gruppi capitalistici di scaricare il costo della crisi e della competizione su di loro generò una competizione ancora più sfrenata tra i capitalisti stessi, anticipando la crisi. Questa resistenza si manifestava nelle lotte operaie selvagge nell’Occidente e nel mondo intero, nelle lotte anticoloniali e nella conquista di sempre maggior potere politico e sociale da parte di partiti politici comunisti (il ché andava naturalmente ad ingrossare le fila di quelle forze che causavano il punto 3 di cui sopra, cioè la crisi della credibilità internazionale degli USA), sia dalla forza in alcuni paesi decisiva di partiti comunisti e socialisti. In effetti, secondo Arrighi uno degli altri motivi portanti della svalutazione del dollaro fu proprio il tentativo di indebolire queste classi operaie minandone la forza economico-politica (nonché la volontà di abbassare il peso economico della spesa militare). Come si vede, la distinzione tra economico e politico perde di senso, nella sua assolutezza, in una dimensione teorica come quella di Arrighi.

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Scritto da
Paolo Missiroli

Nato a Faenza (RA) nel 1992, diplomato al liceo Classico Torricelli di Faenza, dottorando alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è laureato a Bologna in Scienze Filosofiche. Si occupa di filosofia francese contemporanea, in special modo del lavoro di Michel Foucault, teoria critica ed ecologia politica, nei suoi rapporti con la soggettività e la biopolitica da un punto di vista storico e filosofico.

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